lunedì 15 dicembre 2025

Come salvare una Salvarani

 

Musica Consigliata: Stay

Ci sono oggetti che ci guardano. Vivono immobili ed imperturbabili nelle nostre case, da anni, a volte da decenni, sempre nella stessa posizione. Oggetti che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno più alcuna funzione, eppure occupano posizioni di prestigio, in solenne esposizione nei luoghi atti all’accoglienza. Mobili, cornici, bomboniere, vasi, impianti stereo, prodotti tridimensionali di ogni genere che hanno fatto parte del nostro passato e che per una serie di infinite ragioni, capeggiate probabilmente dal dispiacere nel disfarsene, restano lì senza un reale significato. La cucina Salvarani Long Line è stata acquistata dai miei genitori nel 1973, nell’anno della loro unione. Un acquisto effettuato sulla carta, a catalogo, come spesso accadeva in quegli anni. Un acquisto importante, accelerato sicuramente da buoni ed esperti venditori, conclusosi in una fattura ingiallita tuttora conservata negli archivi di famiglia che riporta importi la cui rivalutazione monetaria dopo cinquantadue anni appare piuttosto complessa e stimolante in termini di impatto sulla retribuzione media e sul potere d’acquisto.

La nostra Salvarani ha subito la stessa sorte di tanti oggetti. Non ha chiuso fortunatamente la sua esistenza in un compattatore, discarica o inceneritore, ma è stata scomposta, parcheggiata e sfruttata come deposito di imballaggi, decori natalizi, ceramiche, antichi elettrodomestici, in un trionfo di sinergie dove contenitore e contenuto hanno condiviso per anni la stessa identica sorte: spegnersi lentamente a causa dell’obesità del nostro tempo, dell’obsolescenza delle cose, della moltiplicazione dell’inutile, della gravità e della complessità dei processi di smaltimento. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di staccare la spina, ad un mobile iconico per i miei genitori prima ancora di essere riconosciuto tale per la sua generazione. Iconico perché simbolo di un periodo della loro vita in cui costruivano il loro futuro, plasmavano il loro status, cavalcavano le loro ambizioni, con le energie e la voglia di fare tipiche di chi si svincola dal proprio nucleo familiare per provare a costruire qualcosa di nuovo e possibilmente di migliore.

La Long Line ha introdotto una serie di innovazioni, tra le quali: il Top continuo (introduce un unico piano di lavoro continuo parete-parete che elimina interruzioni visive e funzionali, migliora l’ergonomia e la pulizia delle superfici;  la Gola per l’apertura delle ante (ha portato all’eliminazione delle maniglie tradizionali grazie a profili in alluminio integrati, più puliti e meno invasivi); il Piano in Firon, un laminato curvo e indistruttibile (confermo); un Design lineare ed essenziale, che ha esaltato e proiettato nel futuro l’estetica contemporanea tipica del periodo, con linee pulite e una forte attenzione al rapporto forma/funzione nel contesto domestico degli anni ’70; l’influenza sul design delle cucine moderne, al punto da diventare un punto di riferimento sia come pioniera del concetto di elettrodomestico da incasso sia come ispirazione del concetto di modularità nei produttori di cucine. E tutto questo fiorire di soluzioni si ebbe nella provincia emiliana, lontano quindi dall’ultra celebrata culla milanese del design, lontano dai distretti storici come quelli brianzolo, toscano e friulano, e non per mano di mostri sacri come Ettore Sottsass, Joe Colombo, Gae Aulenti, Mario Bellini, Archizoom, Superstudio, Gaetano Pesce, Ugo La Pietra, che esploravano nello stesso anno di lancio della Long Line il futuro dell’abitare nella celebre mostra al MoMA di New York "Italy: The New Domestic Landscape", curata nel 1972 da Emilio Ambasz.

Mostra che, come ben scrive Silvana Annicchiarico in un articolo su Domus del 2022 (https://www.domusweb.it/it/design/2022/02/03/cinquanta-anni-dopo-italy-the-new-domestic-landscape.html), fu accolta con grande entusiasmo negli Stati Uniti per quel respiro profetico e lungimirante emanato dai progetti esposti, ma fu al tempo stesso criticata in Italia da chi, come il sociologo Francesco Alberoni, percepiva in quella vetrina “una teoria slegata da una prassi, prodotti senza marketing né mercato, un’offerta che non era stata sollecitata da una reale domanda”. E anche in questo la Long Line, probabilmente, mise d’accordo tutti, sia nelle profezie che nella risposta del mercato costituito da giovani coppie che, come i miei, intercettarono fin da subito l’eccellenza e la bellezza di quel sistema.

Così è nata l’operazione di salvataggio. Un prodotto con queste caratteristiche poteva terminare smembrato nei cassoni di una piattaforma ecologica? No. Meritava uno spazio espositivo, una teca, una cornice che sancisse il passaggio da prodotto industriale ad opera d’arte contemporanea, meritevole di aver superato il tempo, le mode, le stagioni, le tendenze e anche la scure consumistica degli uomini. Con grande sorpresa ci siamo accorti che la Long Line non aveva bisogno di manutenzioni straordinarie né di lifting accurati. Un po’ come le donne del secolo scorso, belle, rosee e idratate fino all’ultimo respiro senza ricorrere alla chirurgia estetica. Ricomporla è stato un viaggio mistico. Il progetto architettonico doveva in qualche modo intervenire sugli aspetti di sicurezza, al punto da obbligare la sostituzione (con profondo rammarico) del forno Salvarani a pomelli tondi, del frigo ad incasso REX o del piano cottura in acciaio già provvisto ai tempi di piastra elettrica. Ma ciò che ci ha realmente sorpreso è la robustezza complessiva dei moduli, la tenuta delle cerniere e la resistenza dello scolapiatti con tanto di marchio centrale in evidenza, nonché quel timido accendersi della cappa, perfettamente funzionante, con la sua fioca lampadina alogena nascosta in un androne a 45° di plastica opalina.

La Salvarani, nel suo color marrone che da solo potrebbe raccontare gli interi anni settanta, meritava una cornice che rimarcasse la scelta ambientale operata. Quale miglior colore, quindi, di un verde lapidaria (lo abbiamo definito così dal nome della succulenta che ne esprime tonalità cangianti dal grigio all’azzurro), superfici vegetali germogliate da un solido tronco con mezzo secolo di cerchi, in una rappresentazione astratta e totale dell’albero. Una cornice con cassetti perimetrali che sposano il passo originale delle ante e si allineano ai moduli grazie alle tecnologie laser di misura e posizionamento. Il tutto creando un gioco di luci ed ombre generato da elementi a sbalzo o leggermente avanzati, opportunamente attrezzati con profili LED pronti a rivitalizzarne le superfici in un trionfo di recuperi architettonici rubati alle metodologie di active ageing.

Se oggi dovessimo interpretare in chiave teorica il recupero e la valorizzazione della Long Line all’interno di un nuovo progetto di interior design, potremmo dire con certezza che è stata un’operazione pienamente coerente con i principi del Regolamento UE sull’Ecodesign e con gli obiettivi della tanto agognata Economia Circolare. L’intervento ha evitato la produzione di nuovi arredi, prolungando il ciclo di vita di un prodotto esistente e riducendo l’impatto ambientale legato all’estrazione di materie prime, ai processi produttivi e allo smaltimento dei rifiuti. Inoltre, la riqualificazione di componenti originari attraverso la riparazione, l’aggiornamento funzionale e il riuso di materiali, si allinea ai requisiti europei su durabilità, riutilizzo, riduzione dei rifiuti e efficienza delle risorse, rendendo il progetto un esempio concreto di applicazione dei principi di ecodesign nel settore dell’arredo. Ma tutto ciò è stato possibile solo perché, chi ha concepito la Long Line, lavorava con questi canoni e non basava la propria attività di impresa sulla bulimica sostituzione degli arredi obbligata dall’introduzione accelerata di nuove tendenze o dall’abbassamento progressivo della qualità di materiali, componenti e assemblaggi.

L’immediata riflessione che ha generato in noi questo approccio è stata: di cosa vivranno le aziende, come si sosterranno economia e occupazione se tutti provassero a recuperare o prolungassero oltre i cicli programmati la vita utile degli arredi? Quale sarà il destino delle produzioni italiane ed europee, già in bilico per gli scenari di incertezza, il cambiamento dei modelli di business, la riduzione del potere d’acquisto dei consumatori, la concorrenza internazionale e le produzioni low-cost? Potevamo con un nuovo acquisto per i nostri pochi metri quadri da allestire, contribuire a salvare un posto di lavoro, a dare segnali di fiducia del mercato, a sollevare un venditore dall’ansia di un budget ancora da raggiungere? Noi abbiamo sempre creduto nelle gocce che aiutano i vasi a non traboccare, ma abbiamo anche visto quanto marcio esiste in alcuni mondi manifatturieri, quanta scarsa attenzione si riserva alla salute e alla reale assistenza dei clienti, quanto progetti scintillanti sulla carta conducano poi a vere e proprie odissee nelle installazioni e nell’uso. E allora hanno vinto il cuore e l’ambiente, meglio una buona Salvarani ricca di valori tramandati che un laminato scollato su MDF imbarcato al primo normalissimo versamento d’acqua.

La Salvarani, sulla base della mia esperienza e dei frequenti viaggi in luoghi remoti come le comunità appenniniche e i piccoli borghi del Belpaese, conserva probabilmente un altro primato. La presenza di insegne nei pressi di piccoli negozi d’arredamento, chiusi da tempo o ancora miracolosamente aperti. A distanza di oltre quarant’anni dalla cessazione delle attività economiche dell’azienda di Baganzola, quelle insegne sono ancora lì, presidiano vetrine impolverate gestite da canuti commercianti che conservano ricordi meravigliosi di quegli anni. Uno di loro mi confessò che avrebbe smantellato quell’insegna solo nel giorno della cessazione dell’attività. Un addio nell’addio. Con le Salvarani aveva costruito case e fatto laureare i suoi figli, riempiva le tasche di banconote meticolosamente arrotolate negli elastici verdi, erano miniere di affari che meritavano una riconoscenza eterna. Emblema di quel modello economico che un tempo chiamavamo progresso, dove tutto sembrava oleato alla perfezione, dall’idea al mercato, e dove ogni crisi veniva superata (come scriverò più avanti nella citazione di Giovanni Salvarani) anche grazie ad una buona dose di irresponsabile ottimismo.

Oggi, nel giorno dell’anniversario di matrimonio dei miei genitori, la Long Line si staglia imponente in tutta la sua ampiezza fisica e metaforica e i nostri figli la vivono come fosse figlia del loro tempo, senza sapere che ha già bollito ettolitri di latte per altre generazioni prima della nanna. Restaurarla, non per vanto espositivo ma per utilità, è stato anche un omaggio alla sensibilità, ai sacrifici, ai sogni che i nostri genitori hanno riversato in questo prodotto nel 1973. E mi piace pensare in questa notte, mentre tutto si acquieta e i nostri profili sono a malapena sagomati dal bagliore di una lampadina integrata nella cappa, che spesso nella vita vince chi resta. “Stay, and the night would be enough”.

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Da una breve riflessione di Giovanni Salvarani sul suo profilo Linkedin:

La cucina componibile Long Line della Salvarani è uscita all'inizio degli anni 70. È ancora esposta al MOMA, Museo di Arte Moderna di New York. C'è chi dice che rivoluzionò il modo di concepire la cucina, c'è chi dice che dopo quasi cinquant’anni è ancora bellissima, perfetta e funzionale, c'è chi ancora racconta di come fu ideata e concepita all' interno dell'azienda, c'è chi racconta come questa cucina finì per arredare migliaia di case e residence in giro per il mondo. Tutto vero, ma pochi sanno che il segreto di questo grande successo fu dovuto principalmente alla genialità, alla passione per il proprio lavoro e alla costanza nell'affrontare sacrifici e difficoltà di Renzo Salvarani. Era il 1948 quando Renzo Salvarani allora ventiduenne, si trovò a dover portare avanti una famiglia di sette fratelli, dopo che il padre era partito per l' Argentina in cerca di fortuna, lasciando sulle sue spalle una montagna di debiti. In dieci anni, con tanto lavoro, tanto irresponsabile ottimismo e tanti amici, Renzo Salvarani riuscì a costruire la più importante industria del settore e ad esportare i propri prodotti con successo in tutto il mondo”.