sabato 25 marzo 2017

Ci siamo uniti per un buon fine


Testo integrale della Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea (25 marzo 2017)

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell'UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea: la costruzione dell'unità europea è un'impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un'Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

L'unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l'Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un'Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l'Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.

Per il prossimo decennio vogliamo un'Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un'Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un'Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

1. Un'Europa sicura: un'Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un'Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

2. Un'Europa prospera e sostenibile: un'Unione che generi crescita e occupazione; un'Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un'Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell'Unione economica e monetaria; un'Unione in cui le economie convergano; un'Unione in cui l'energia sia sicura e conveniente e l'ambiente pulito e protetto.

3. Un'Europa sociale: un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l'integrità del mercato interno; un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un'Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un'Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà; un'Unione in cui i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un'Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

4. Un'Europa più forte sulla scena mondiale: un'Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l'Africa e nel mondo; un'Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un'industria della difesa più competitiva e integrata; un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un'Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell'Europa è nelle nostre mani e che l'Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.

Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell'UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell'Europa. Vogliamo che l'Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L'Europa è il nostro futuro comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "L'Europa sulla Mosa" Ubaldo Spina - Dinant 2015


mercoledì 8 marzo 2017

Stoccata di stelle su campo blu


Musica consigliata: A letter to Elise, The Cure

Di Elisa Di Francisca conoscevo solo l’urlo di Londra 2012. Pochi giorni dopo avevo dimenticato il suo cognome. Nonostante il successo, se mi avessero chiesto in un quiz televisivo due nomi di schermitrici, avrei comunque elaborato in fretta Vezzali e Trillini. Un po’ come accade con gli Abbagnale per il canottaggio. Ci sono sportivi che instaurano un rapporto con la storia indissolubile, tutti preleviamo con sicurezza i loro nomi per ricordare le glorie nazionali in determinate discipline.
Elisa, comunque, a distanza di soli quattro anni, è riuscita a salire in cima ad ogni graduatoria con un gesto che, finalmente, non è passato inosservato. Ricevere una medaglia d’argento e alzare al cielo, sorridendo, la bandiera dell’Unione Europea. Provo a raccontare le mie semplici impressioni.

Premessa breve. Lo sport è uno degli strumenti più potenti di aggregazione, avvicina uomini ed istituzioni perché abbatte le differenze linguistiche e si sviluppa in un contesto di regole note e comprensibili a quasi tutti i popoli del pianeta. Una palla che rotola verso una rete è un prodotto della fisica che innesca le stesse emozioni, superando ogni barriera geografica, strumento per eccellenza contro ogni forma di discriminazione razziale. Nota è la risposta di Zdenek Zeman, quando afferma che “la grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”.
Pochi sportivi, purtroppo, hanno la consapevolezza di quanto un loro gesto possa scatenare repliche positive a livello internazionale. Gli sportivi godono di una notevole visibilità mediatica e potrebbero sfruttare diversamente quella particolare aura derivante dalla potenza e dalla perfezione di un gesto atletico. Gli sportivi, quindi, dovrebbero sostenere con molta più frequenza cause collettive, come diritti civili e difesa dell’ambiente. Invece li troviamo spesso persi negli psico-drammi del doping, rivestono con disinvoltura il ruolo dei violenti, sono distanti anni luce dai problemi che devastano i loro paesi d’origine. Senza andare molto lontano, con i goal si festeggiano amori e nascite, se non sfottò memorabili come “Vi ho purgato ancora”. Si utilizzano quindi finestre mediatiche di portata rilevante per autocelebrare la gloria e le gioie personali, già ben alimentate da una progressiva e bulimica venerazione dei fan.

Elisa, invece, nel bel mezzo di una Olimpiade sudamericana e gialloverde come i colori del mio rione, nel periodo di maggiore crisi identitaria dell’Unione Europea, ha sfruttato la sua parentesi di gloria per lanciare un messaggio di grande apertura, spogliandolo da ogni interesse personale e condividendo un invito che neanche i più intelligenti vertici di Bruxelles riescono a lanciare con tanto coraggio e semplicità: “Vorrei che la gente capisse che l’unione fa la forza. Al terrorismo dobbiamo rispondere con l’amore per la vita”. L’amore per la vita è la lotta alla disgregazione, se già è difficile far dialogare un mondo intero, proviamo almeno a far dialogare Paesi che condividono storia, valori, documenti, targhe, leggi, roaming telefonico e, per quanto bistrattata, la moneta. 

È proprio vero, nella disgregazione è molto più facile chiudere le porte che parlarsi. È così, l’odio ha le labbra sottili, bravissime a sibilare, ma incapaci di allargarsi ed esprimere apertamente semplici  verità. Elisa ha comprato la piccola bandiera a dodici stelle in un mercatino. Mi piace immaginare una donna che invece di comprare una baguette o un collant tra le bancarelle, ripone nel sacchetto e porta a casa una bandiera dell’Europa da far sventolare ai propri figli, condizione essenziale per garantire loro la crescita in un futuro di pace. Alla domanda: “se non avesse conquistato l’argento, come sarebbe finita?”, lei ha risposto: “Avrei trovato il modo di esporla”.

Questa è una risposta da donna. Le donne che erediteranno la terra, per dirla alla Aldo Cazzullo, le donne che vincono ogni cosa perché il fine è più forte del mezzo, le donne che mentre armeggiano di spada per ritagliarsi un posto nel mondo, contribuiscono ad allevare altri uomini e altre donne, mettendo in campo (o in pedana) il loro meglio. Sempre.
Da agosto 2016, ogni volta che guardo Jesi da un treno regionale che periodicamente mi porta verso Fabriano, ogni volta che fendo le Marche per amore di una donna, penso a Elisa, alla sua chiara idea di Europa, alle sue parole: “Ci sono nata, già nella mia Jesi, con certi valori dentro. Con l'Europa dentro. Siamo figli degli stati in cui nasciamo”. Siamo terrorizzati dall’idea di mettere al mondo figli irriconoscenti, che vedono solo nelle famiglie altrui la comprensione e la salvezza. E allora, invece di cercare ogni giorno altrove l’elisir contro i nostri mali, invece di genufletterci di fronte a modelli aggressivi che riporteranno il mondo a un drammatico squilibrio, impariamo a riconsiderare le garanzie che il vecchio continente ancora esprime. 

In un libricino di provincia, tempo fa, ho trovato questa bella storiella di ispirazione mitologica: "Dopo queste parole l'uomo si sentì contento di sé e più sereno e con molta gentilezza si offrì di accompagnare la bella donna fino alla casa. Questa accettò, sembrava di buon grado, e mentre camminavano Aiace si accorse che la bella Dafne gli teneva stretta la mano. Molto sorpreso, ma anche molto felice Aiace la guidò verso casa sua, non verso quella di Dafne e, giuntovi, la invitò ad entrare. Dafne arrossì visibilmente, poi prendendogli entrambe le mani e guardandolo con forza dritto negli occhi disse: bada, uomo, se entrerò nella tua casa non ne uscirò mai più". I Paesi Europei dovrebbero prendere esempio, arrossire per tutto il tempo necessario prima di entrare nell’Unione, ma una volta dentro dovrebbero difendere e valorizzare giorno dopo giorno gli altissimi principi che regolano la vita e la convivenza di 27 popoli. Avremo altre Brexit, lo so, ma prima o poi torneranno.

Europa era una donna. Erri De Luca scrive (raggiungendo picchi letterari altissimi in un libro che parla di vette, camosci e cacciatori) che “un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, si interrompe, una donna no. Davanti a lei si trova sempre incalzato…Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo”. 

Torniamo a far prevalere la vera natura dell’Europa, impariamo ad essere più coraggiosi, più europei, più donne. Elisa Di Francisca, per me, ha vinto l’oro.

"...è divenuto raro che un uomo, con una posizione trainante in una delle scienze, riesca allo stesso tempo a rendere un valido servizio alla comunità nella sfera dell'organizzazione nazionale e delle politiche internazionali. Tale servizio non richiede solo energia, intuito e una reputazione basata su solidi risultati, ma anche libertà dal pregiudizio nazionale e una profonda dedizione ai fini comuni, cosa rara nei nostri giorni". (A. Einstein)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto LaPresse - Illustrazione Ubaldo Spina 2016

venerdì 6 gennaio 2017

La renna sul mandorlo

Musica consigliata: "La notte prima, Giovanni Allevi"


Non so cosa ricorderò di questo Natale. Nessuno slancio di poesia memorabile, molta confusione, nelle piazze e sulle tavole. Ho scoperto di recente il nome della città cinese che fabbrica il nostro Natale: Yiwu. I cinesi, notoriamente un paese dove i cattolici che riconoscono l’autorità del Papa sono considerati sovversivi, sono i principali produttori al mondo di allestimenti e luci natalizie, riversati in quantitativi spaventosi nei confini occidentali per far luccicare strade, abitazioni e luoghi del commercio in onore di un bambino che nasce.

Ma una cosa la ricorderò. La renna sul mandorlo. Nessuna renna, in vita sua, credo abbia mai immaginato di sostare all’ombra di un albero di mandorlo. Figuriamoci se abbia minimamente pensato di finirci sopra. Ebbene si. In contrada Gallana, nei giorni dello shopping compulsivo, dei presepi di plastica confezionati a Taiwan, dei terroristi travestiti da Babbo Natale, ho trovato una renna incastrata tra i polloni di un vecchio mandorlo, abbastanza vecchio da essere ormai improduttivo, ma non tanto da rimanere impassibile di fronte al tumultuoso e goffo arrivo di un ospite inaspettato. La renna sembra essere atterrata dopo un volo accidentale partito dagli estremi della troposfera, salvata dallo schianto solo grazie al provvidenziale aiuto dei rami del mandorlo coltivato ben al di sotto del parallelo che attraversa Rovaniemi, altresì detto Circolo Polare Artico.

Ecco, in realtà questo dirottamento ha un precedente, un evento scatenante. L’abbandono di sacchi di giocattoli tra gli uliveti secolari della stessa contrada. Ho provato, di fronte a quei cumuli di plastica colorata, a cercare un perché a tutto ciò. Non ci sono riuscito, e continuo a provarci senza risultati in una notte di Epifania che dovrebbe sversare nuovi fiumi di giocattoli per la stragrande maggioranza provenienti dal Paese del dragone e, se tutto va bene, posare qualche centimetro di neve fresca dolcemente offerto dalle correnti gelide da NE.

Disfarsi delle cose che non servono più (semmai una cosa cessi definitivamente di essere utile per qualcuno) nelle campagne altrui è già di per sé un gesto discutibile. Provate ad immaginare un adulto con dei figli già grandi e probabilmente (mi auguro) senza nipoti che, sul far della sera, in campagne desolate, posa dei sacconi neri sotto il primo ulivo disponibile. Per non farla sporca, sceglie il lato nascosto del tronco e, in un eccesso di fortuna, trova un esemplare provvisto di magnifiche cavità. È un’operazione che si deve chiudere in pochi secondi, guai ad essere scoperto da un passante ecologista che casualmente ha deciso di sfidare freddo e tenebre per una debole ronda notturna o per un po’ di jogging salutare.

Così, laddove avrei sperato di raccogliere olive nella stagione più povera della nostra produzione olearia, ho ritrovato un bel patrimonio da far invidia agli armadi di una ludoteca di provincia, perfettamente conservato e sparso senza criterio sulla terra umida di dicembre. Bambolotti dagli occhi azzurri, casette, costruzioni, vasini, con qualche piccola impurità come un vecchio paralume in vetro o un paio di scarpe Nike non del tutto consumate. La scena non era poi così distante dalle riprese televisive sugli asili bombardati in Medio Oriente, dove ti piange il cuore al solo pensiero che ordigni piovuti dall’alto abbiano cancellato piccole vite umane.

In questo trionfo di civiltà, il buon padre di famiglia nel ruolo di svuotacantine e riempiterreni (degli altri) avrà dimenticato il nostro amato peluche in auto. Riportarlo a casa avrebbe significato tornare sconfitti di fronte agli ordini di una moglie delirante per l’ormai inarrestabile occupazione di suolo domestico. E così, dal finestrino o dopo la seconda sosta da batticuore, la povera renna oltre a perdere i suoi eterni compagni di gioco ha subito anche un volo sul mandorlo, nell’ultimo gesto estremo di liberazione del nostro eroe nato ed educato in quel di Oria.

Esiste un tempo per ogni cosa. Anche il tempo dei giocattoli, prima o poi, in una famiglia termina. Ma quando un uomo compie un gesto simile, io credo si sia molto vicini a quello che chiamano punto di non ritorno. Non è un semplice grido contro il consumismo. E’ un grido contro il totale spaesamento dell’uomo, perso e smarrito, incapace di vedere oltre la vita e la natura delle cose, incapace di vedere risorse, ma solo rifiuti, incapace anche di pensare che quei giochi potranno essere un signor passatempo per piccoli meno fortunati. Non esiste una banca del giocattolo usato, è vero, abbiamo paura a toccare le nostre cose, figuriamoci se lasciassimo mettere le orecchie della nostra renna usata in bocca ai nostri figli. Ma il gesto del nostro eroe di Natale è l’anteprima del baratro, il mondo che ci aspetta, il mondo che annulla e sostituisce il precedente, il mondo che non lascia spazio alla valorizzazione delle cose perché talmente drogato di un nuovo che avanza e che tutto sommerge. Tutto vale il tempo di una pila, una volta esaurita, si cambia gioco e ci si tuffa in quel vortice fragoroso che sputa freneticamente oggetti da usare e divora senza capire dove e come oggetti da gettare.

L’Europa, in materia di giocattoli, si è spinta dove nessun altro Paese ha osato. Negli ultimi decenni ha prodotto direttive e linee guida per la sicurezza che hanno regolamentato con chiarezza e rigore questo mercato. Valutazione dei pericoli meccanici, fisici ed elettrici e di infiammabilità, valutazione dell’igiene e della radioattività, requisiti chimici, obblighi del fabbricante, del distributore e dell’importatore, schede contenenti i dati sulla sicurezza…Oggi i giocattoli europei, fieri di quella tradizione di altissima qualità che ha sempre contraddistinto i prodotti ludici continentali, artigianali e industriali, sono i più sicuri al mondo. Forse qualcosa in più andava fatto in materia di recupero, riuso e riciclo, bisognava andare oltre e regolamentare la circolarità di questo specifico settore ad altissima intensità di rinnovamento. Ci arriveremo, ma ora bisogna difendersi dalle invasioni e insegnare a genitori irresponsabili che non sempre la politica del low-cost premia e che la soddisfazione dei bisogni non sempre si basa su approcci quantitativi.

Non so cosa ricorderò di questo Natale. E ai Magi, nei loro ultimi chilometri, o alla vecchia con la scopa, in fase di atterraggio, mi verrebbe da chiedere di non portare nulla, di scioperare con eleganza dalla distribuzione di beni che porteranno nuovi sacchi neri nelle campagne e montagne di plastiche con circuiti elettronici ancora funzionanti nelle discariche.

Quanto al lanciatore di renne, sono certo che da piccolo nella calza avrà trovato noci e mandarini, forse del miele e anche una biglia. E avrà probabilmente sorriso di fronte a tanta magnanimità. Oggi è un uomo in stato confusionario come la società che lo ha visto invecchiare, un uomo che ha svenduto il suo ambiente e che viene tirato dalle offerte dei centri commerciali come un toro dal suo anello ben conficcato nelle narici. Forse un giorno condirà del pane con olio spremuto da olive prodotte da un albero contaminato da sversamenti accidentali di soluzione acida contenuta nelle batterie di vecchi giocattoli. Non so se sarà così abile a ricondurre l’inizio dei suoi mali alle gesta atletiche di un tempo nella categoria “abbandono illegale di rifiuti”. Sicuramente qualcuno gli ricorderà che in natura tutto si trasforma, tutto circola, tutto, quando meno te lo aspetti, torna al mittente.

Inizia a fioccare. Benvenuto inverno.

"Ecologia, non è una scienza né una politica, ma un'autentica guerra del Bene contro il Male, combattuta con armi di ogni specie e natura: ci s'incatena agli alberi che stanno per essere segati, si sfida una potenza nucleare con una goletta disperata, si liberano animali martiri...Utopia, naufragata, calunniata Utopia...Senza fanatismo, ma va fatta risuscitare. Senza, non respiriamo più". (Guido Ceronetti)


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lunedì 5 dicembre 2016

BLU,APP


Musica consigliata: L'oceano di silenzio, Franco Battiato

"Un oceano di silenzio scorre lento,
senza centro né principio,
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce che illumina,
i miei pensieri neri".

BLU,APP è un piccolo contributo, mio e di Giovanna, al progetto "Da casa nasce casa", l'iniziativa della Delegazione ADI Puglia e Basilicata a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia. Una casetta dipinta di blu con una porta bianca, aperta e popolata di gente. Al suo interno compaiono nuovamente gli uomini, con le loro speranze di ritorno a una vita normale e le grandi sofferenze cui non potranno sottrarsi prima di un definitivo superamento dell'emergenza. Abbiamo così rappresentato l'uomo in preghiera, che recepisce le grida alle sue spalle e le traduce in richieste d'aiuto, alcune verso il cielo, la restante maggioranza al livello del suolo. Abbiamo rappresentato un uomo che sembra ancora in attesa di essere estratto dalle macerie. E poi ci sono gli uomini che invitano ad entrare, simbolo del ritorno dei viandanti e del recupero dello spirito di accoglienza, e uomini appesi alle promesse, ad altri uomini, alla speranza di una natura clemente nell'inverno che avanza. In ultimo ci sono gli uomini che piangono, le lacrime che appartengono a ogni tragedia e spesso la rendono universale, in quella improvvisa immedesimazione che accomuna gli uomini ai propri simili. Il nostro augurio, il cuore del progetto, è il ritorno della luce in ogni abitazione colpita dal sisma, un mini LED centrale rispetto a ogni desiderio, acceso e protetto da una finestrella trasparente. La luce renderà vive queste comunità sotto un cielo notturno colorato di blu e ci farà sentire il tepore dell'aggregazione quando rivedremo da un'automobile in corsa quei paesi abbarbicati sulle pendici dei monti, splendidi nelle loro armoniche composizioni viste dal basso di una carreggiata. Solo allora sapremo che l'Appennino non è morto. La sua tenacia avrà salvaguardato quei valori di vicinanza, lentezza e poesia che tutto il mondo ancora ci invidia.

BLU,APP è una delle settanta casette decorate da artisti, designer e architetti in esposizione al MUST di Lecce dal 13 al 15 Dicembre 2016. L'asta benefica è prevista il 16 Dicembre, il ricavato sarà accreditato direttamente sul conto della Croce Rossa Italiana. La gallery è disponibile al seguente link de "Il Corriere della Sera - Living".

"Gli abitanti del vecchio paese non hanno avuto questa tenacia. Dopo la tragedia si sono disgregati, hanno aperto vuoti nel mosaico sociale...La forza generata dallo stare l'uno accanto all'altro è andata distrutta. Chi ne ha fatto le spese, dopo oltre quarant'anni, è stato il vecchio paese. Sta crollando giorno dopo giorno, inesorabilmente, tetto dopo tetto, muro dopo muro, gli uni addosso agli altri. Amen". (Mauro Corona, I Fantasmi di pietra)



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mercoledì 2 novembre 2016

Come gazze sorprese a beccare ricci stirati sull'asfalto


Musica consigliata: I treni a Vapore, Fiorella Mannoia

Nuovo cimitero di Oria. Capitolo due. Continua la mia personale riflessione su quali siano state le intenzioni e quali le conseguenze di un’operazione così anonima quanto impattante dal punto di vista sociale, urbanistico e ambientale. Questo post ospita in pancia una storia vera, si può fregiare quindi del titolo di coda “tratto da una storia vera” e, nel rispetto delle procedure, anticipo che i personaggi sono realmente esistiti e si tutelano dalle pubbliche opinioni grazie a nomi di pura fantasia.

<<Ubaldo questa è una storia molto triste e, a mio avviso, di grande violenza morale. Penso che le pratiche di riesumazione non dovrebbero proprio esistere! Abbiamo riesumato mio padre dopo 21 anni perché erano scaduti i termini di affitto per i loculi comunali. Dopo aver appreso questa notizia attraverso un misero biglietto, affisso con poca eleganza e molto nastro adesivo vicino alla foto di mio padre, incassato il colpo, ho parlato sia con chi si occupa di queste pratiche sia con l'ufficio tecnico comunale, chiedendo innanzitutto una proroga. Mi è stata respinta. Spaventata dalla possibilità di dovermi ritrovare in questa situazione tra 20 anni, ho chiesto la possibilità di acquistare un loculo oppure un lotto per poter costruire una casa eterna per mio padre. Mi hanno risposto: “non ci sono loculi e non c’è alcuna possibilità di edificare”. Sono rimasta basita, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di logica in tutto questo. Mi chiedete di riesumarlo, ma dove lo metto? Come se non bastasse, ho solo pochi giorni per trovargli un posto, una sistemazione dignitosa. Ho proposto con ironia di poterlo riportare temporaneamente a casa, almeno lì è al sicuro! Le soluzioni erano due: trovare un posto (significava elemosinare uno spazio in prestito, chiedere a qualcuno, non so...) oppure "appoggiarlo" (queste le parole usate) nella "fossa comune", insieme a decine di bare impilate l'una sull'altra nei sotterranei del cimitero, quelle aree che inconsapevolmente calpestiamo quando visitiamo i nostri defunti. Un posto tetro, una botola, si scende giù con una scala e poi si chiude il tutto, come fosse una manutenzione fognaria, apri e chiudi il tombino. Un posto che toglierebbe la dignità anche al peggiore dei malavitosi. Messa con le spalle al muro sono stata costretta a prendere in prestito il loculo di un parente. Solo un prestito, perché il parente non è proprio giovanissimo e quel loculo, realisticamente, potrebbe servire a lui in tempi non molto lontani...mi hanno promesso che mi daranno la possibilità di comprare un lotto quando e se uscirà un bando. Un lotto costa 5.000,00 euro e per legge hai 3 anni di tempo per poter edificare. Mi dicono continuamente che le aree edificabili non sono disponibili, non ci sono loculi, non c'è nulla. Mi sono recata più volte al cimitero, nella sua estensione ho contato più di 22 lotti ancora da edificare...mi sto ancora chiedendo chi sono coloro che hanno acquistato e se sono trascorsi i tre anni imposti dal regolamento, perché se le regole vanno rispettate, come io ho traslocato mio padre riesumandolo dopo 20 anni (“serve il posto!”, mi hanno detto) così questi signori che non hanno ancora edificato su questi 22 terreni dovrebbero dare ad altri la possibilità di farlo. Concludo dicendo che odio queste case infernali per i morti, ma questa esperienza mi ha portato a pensare che la mediocrità di questo paese ti costringe ad adeguarti a tali squallori. L’alternativa, altrimenti, sarebbe un bel tuffo nella fossa comune. È stata una vicenda dolorosa, rivedere la bara ricoperta di ragnatele e consumata dal tempo...e per quanto mi riguarda è stato come togliermi la casa. Quello era il mio posto, sono cresciuta sul quel muretto, guardandolo sempre come un riferimento fisico e spirituale per la mia esistenza. I papà sono un grande punto di riferimento e il mio era lì! Ora mi riesce difficile andare a trovarlo. Devo salire al quarto piano con una scala e so che lui non è contento. Gli chiedo scusa per non essere stata in grado di evitare tutto ciò e per il fatto che dovrò scomodarlo ancora, è pur sempre una soluzione provvisoria. Ogni tanto mi chiedo se quest’uomo, che tanto ha sofferto in vita, possa almeno un giorno dormire in pace>>.

La storia di Barbara R. offre alcuni spunti emotivi di altissimo livello, che si sviluppano nella vicenda personale e si alimentano delle drammatiche storture generate da politiche di basso livello, decisamente basate sulla mercificazione di spazi e valori.
Questa vicenda descrive in dettaglio il lato oscuro prodotto da un confuso agglomerato di cemento che ha la presunzione, solo perché di fregia di croci piccole e grandi, di essere il luogo ultimo dove si restituisce significato alla parola uguaglianza. Esistono quindi morti di serie A e morti di serie B. I futuri morti di serie A si sono accaparrati un posto nei condomini crociati, ma nel frattempo le cappelle funerarie sono quasi tutte vuote e i morti di serie B, oltre ad essere realmente deceduti, sono anche dei potenziali prossimi sfollati. In altre parole non vivono in pace la loro morte, anzi emigrano di qua e di là, in attesa che qualcuno di buon cuore li ospiti per garantirgli di tanto in tanto almeno un fiore. Forse il messaggio non è chiaro. Abbiamo dato la possibilità di devastare un colle per costruire fantasmi di pietra che ospiteranno salme senza mai colmarsi nei prossimi 50 anni, mentre la gente senza possibilità o agganci vari vive il dramma di concessioni in scadenza e non gode alcun diritto cimiteriale. Un tempo esistevano confraternite e società ope-artigiane, ora neanche indossare un abito da confratello durante la processione dei Misteri può dare questo privilegio.

In queste ultime settimane, per motivi professionali e associativi, sono stato chiamato ad approfondire e a interrogarmi sul rapporto tra etica e mercato. Amministratori ciechi, poco lungimiranti, complici se non totalmente disonesti, hanno basato le loro scelte sulla possibilità di lasciare molto a pochi e poco a molti. Il mercato è entrato in aree che non dovrebbero essere governate da logiche di mercato, ovvero quelle aree che riguardano i diritti naturali e sociali di ogni individuo in un paese civile. Il diritto alla sepoltura è un diritto naturale e sociale al tempo stesso. Invece i politici hanno preferito fare cassa, hanno sostenuto il mercato delle costruzioni, ricordando che esiste ciò che ha un prezzo, ma dimenticando che esiste ciò che ha una dignità. Un vero politico dovrebbe essere formato ad una precisa valutazione delle conseguenze.
In tutto ciò, sento di dover manifestare anche una profonda delusione nei confronti del silenzio e dell’immobilismo della chiesa, gruppo allargato e sensibile di prelati, sacerdoti e fedeli che dovrebbe salvaguardare quei valori oggettivi che ci appartengono in quanto essere umani. La chiesa non c’era, la chiesa non c’è. Nessuna interrogazione. Nessuna denuncia. Eppure il culto dei morti le appartiene e, se spinta da ideali francescani, dovrebbe appartenerle anche il culto del creato, inteso come ecosistema da salvaguardare. Abbiamo benedetto edifici, non cappelle, e chi si ritrova in casa il morto sfollato nutre un certo rancore verso chi predica che la morte è davvero uguale per tutti.

Non ho molto altro da raccontare. Vorrei immaginare una commemorazione dei defunti diversa, tra barriere di cipressi le cui cime sono avvolte dalla nebbia, in un’atmosfera mistica di luci votive e croci nel terreno che si fanno compagnia l’una con l’altra, con schiere di persone silenziose a calpestare foglie autunnali in un parco urbano dedicato a chi non c’è più. Per l’ennesimo anno saremo soffocati da automobili e asfalti, costretti a osservare finte pergamene marmoree dove il committente di turno si bea nell’aver detto al mondo intero che quell’orrore di costruzione è della famiglia vattelappesca. Con questo post ho voluto accelerare verso di voi, gazze della peggior specie che fino all’ultimo istante vi siete cibate dei resti di poveri ricci già stirati sull’asfalto, rappresentanti volatili di una società senza memoria e terribilmente ingiusta. 

Riposino (veramente) in pace. Così sia.  

"Cielo y tierra pasaran, mas su palabra no pasarà" (Mt 24,35)

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venerdì 29 luglio 2016

Oh mia cara, mia cara, mia cara...


Musica consigliata: "Che coss'e l'amor, Vinicio Capossela"

Probabilmente sul palco ci siamo da sempre, ogni giorno un palco ci attende, più o meno alto, di legno massello o di aria leggera, così ampio da perdersi o così stretto da soffocarci dentro. Ogni volta che sali sui palchi della tua quotidianità, provi ad essere te stesso o comunque a non dare un'idea di te troppo distante da quella che hai sempre cercato di tutelare, per la tua vita, la tua professione, la tua reputazione, o semplicemente per il tuo essere. Il teatro mi ha reso vulnerabile, che bella sensazione la vulnerabilità, le ossa a terra, la tensione, invece, alle stelle, l'urina che bussa, la memoria in vacanza prima ancora che Agosto faccia il suo corso. Ieri sera ero un altro, e non conoscendo chi di me avrei spedito su quel palco, avevo paura di lui, avevo paura che non fosse all'altezza. Non potevo raccomandarmi in alcun modo, perché era come fosse sordo dinanzi alle mie raccomandazioni. Sapere che qualcuno con il tuo stesso corpo provi a ricominciare una nuova vita, aiuta la tua innata propensione all'eterna giovinezza. Il teatro mi ha reso più utile e completo, ha sciolto la mia forma annegandomi in un secchio di arte informale (finalmente), ma, soprattutto, mi ha reso un uomo più libero. Ora andiamo Ferroni, via, via, vieni via con me!

Grazie Ka-tet, grazie amici, dal primo saluto in via Manzoni il 29 settembre dell'anno 2015, vi porgo dieci mesi di riconoscenza.

"E ai giovani che volessero fare teatro cosa consiglia? "Di non sedersi mai. Non basta il talento per riuscire, senza esercizio ci si ferma, si resta a un livello basso; nella vita e nel lavoro, ci vuole soprattutto un lavoro su se stessi. Bisogna esercitarsi, provare, studiare, cercare di cambiare sempre. Ma questo vale per tutto, mica solo per il teatro." (Franca Valeri in una intervista a Mario Calabresi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto di Giuseppe Cavallo

lunedì 13 giugno 2016

Fermata Cittadella della Ricerca


Musica consigliata: "Le vent nous portera", Noir Desir"

Il 3 Ottobre 1839 fu inaugurata la prima linea ferroviaria "italiana", la Napoli-Portici, sulla quale in un solo mese viaggiarono circa 60 mila persone. Oggi, a distanza di 177 anni si inaugurano le fermate "Cittadella della Ricerca" e "Ospedale Perrino" sulla tratta Taranto-Brindisi. Un treno, la prima grande espressione dell'età contemporanea, il simbolo della rivoluzione industriale e di quella società veloce che ne sarebbe stata figlia, collegherà per la prima volta due luoghi intermedi, due fermate non riconducibili a quelle aggregazioni di case e di uomini chiamate paesi. 
Non mi interessa sottolineare il vuoto mediatico, probabilmente in pochi sanno interpretare la portata simbolica di questo evento. Desidero solo trasferire brevi sensazioni sull'argomento, tracciate a braccio a poche ore dal primo treno che alle 6:16 è partito dalla mia stazione per fermarsi, senza nastri e senza fanfare, presso le nuove destinazioni.

Bla bla car, la community di carpooling, calcola che la riduzione di emissioni di CO2 sulla tratta Oria-Cittadella della Ricerca, ottenuta grazie alla condivisione dell'automobile, è pari a 9 kg. Nove chilogrammi! Immaginate che, ogni volta che raggiungete i centri commerciali dislocati lungo la via Appia, i vostri figli rischiano di respirare 9 kg di anidride carbonica per singola automobile. Sicuramente è un buon monito per guardare le quattroruote con occhi diversi. 
La linea Taranto-Brindisi, elettrificata, sembra fortemente sotto-utilizzata, eppure collega due capoluoghi di provincia che da soli registrano circa 290.000 residenti. Attraversa centri urbani di medie dimensioni come Grottaglie, Francavilla Fontana e Mesagne. Il mio paese si può fregiare di una stazione delle Ferrovie dello Stato, ma la cosa non sembra interessare più di tanto. Chiedetelo a tutti i residenti nei comuni senza rotaie, a coloro che abitano in comunità agricole o montane distanti dalle rotte che rendono sostenibile un collegamento ferroviario, chiedete loro cosa rappresenta l'esistenza di una ferrovia di provincia, solo dal punto di vista psicologico è un modo per non sentirsi fuori dai giochi.
Di recente ho preso un treno Oria-Brindisi per raggiungere l'aeroporto Papola-Casale. Partenza alle 19:23, arrivo a Brindisi alle 19:58, autobus in attesa e collegamento immediato per l'aeroporto. In meno di un'ora ero all'ingresso delle partenze, costo del tragitto € 3,50 (€ 2,50 per il treno, € 1,00 per la linea urbana STP). Si dice che in Italia non funziona niente, ma Easyjet mi aveva regolarmente a bordo, ho risparmiato un'andata e un ritorno ai miei accompagnatori e qualche sacchetto di CO2 alle vie respiratorie dei bambini.

Le fermate "Cittadella" e "Perrino" conferiscono alla linea Taranto-Brindisi le sembianze di una metropolitana di superficie. I 70 km che separano Taranto da Brindisi, infatti, corrispondono più o meno all'estensione dell'agglomerato urbano di una città come Londra. In futuro si potrebbero progettare nuove fermate "Centro commerciale Auchan" e "Chiesa di Gallana" (permettetemi il campanilismo, ma non è poi un'idea così bislacca, la promozione della cultura ferroviaria mediante l'organizzazione di viaggi con treni storici e turistici su linee dismesse o poco frequentate è in forte ascesa). Si tratterebbe di progettare l'esperienza e di condurre gruppi di turisti ad immergersi nella cultura storica e rurale d'entroterra, tra i tetti a tholos, gli ulivi secolari, le cicale e il profumo del pane cotto nel forno a legna.
La sola idea di chiamarla metropolitana ci fa sentire cittadini di serie A, contribuenti, studenti e business man privilegiati. E per certi versi lo siamo. Mediamente, in 20 minuti, potremo raggiungere il nostro posto di lavoro, magari portando gratuitamente a bordo una bicicletta nelle belle giornate di sole (come riporta la Carta dei Servizi Puglia a cura di Trenitalia - http://www.trenitalia.com/cms-file/allegati/trenitalia_2014/in_regione/newcsr_Puglia.pdf). Gli studenti, semmai le università torneranno ad investire nel parco scientifico, avranno 20 minuti in più per ripassare o per pregare sul buon esito dell'esame. In tanti potranno sonnecchiare e ascoltare musica. In molti approfitteranno del ripetersi degli incontri per abbordare la ragazza della loro vita. Nessuno avrà paura di forare una gomma o di subire un furto d'auto, ridurremo il numero degli incidenti stradali. Per raggiungere le stazioni saremo obbligati a percorrere quella quota residua di cammino che i nostri smartphone ci impongono quotidianamente per arrivare al fatidico tetto dei 10.000 passi. Pazienti, operatori sanitari e visitatori potranno raggiungere il più grande ospedale della provincia, non rischieranno cali di attenzione dovuti a cure o anestesie, non lasceranno bruciare le auto al sole e non saranno molestati dai parcheggiatori abusivi.

Oggi, a distanza di dieci anni dalla prima volta in cui questa possibilità iniziò a trapelare, si inaugurano due fermate. Il presente è la disponibilità di nuove infrastrutture, ma il futuro dipenderà dalla nostra capacità di cambiare modelli e stili di vita. Dovremmo avere lo stesso entusiasmo dei napoletani che videro passare il re a bordo della locomotiva, tornare a capire che il progresso non è nell'indipendenza del singolo, ma nella sostenibilità dei modelli collettivi. La mobilità è una sfida, una delle più grandi sfide che attendono l'uomo contemporaneo, il mezzo pubblico è un concetto tanto bistrattato quanto vitale per la sopravvivenza del genere umano.
Chiudo con un po' di sana ironia. Il cartello che segnala la presenza della nuova stazioncina riporta questo testo: "Fermata Cittadella della Ricerca". Mio padre, spietato osservatore di messaggi inutili, si metterebbe a ridere al solo pensiero che qualcuno abbia specificato trattasi di una fermata. Perchè? Cosa mai dovrebbe essere una banchina in prossimità di una rotaia? Un negozio? Una pista? Un punto panoramico su una distesa di ulivi? Oppure un invito ad un immobile silenzio prima di varcare i luoghi della scienza?
Oggi si inaugurano due fermate ferroviarie in provincia. Facciamone buon uso.


"Le stazioni sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d'animo della gente, i suoi problemi?" (T.Terzani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Incrocio di treni" (G. De Nittis - Barletta, Pinacoteca De Nittis - Palazzo della Marra)