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sabato 7 agosto 2021

Consummatum Est


Musica consigliata
: Monumentale, Baustelle

“La deforestazione dovrebbe essere trattata come un crimine contro l’umanità, e punita di conseguenza” (Stefano Mancuso).

Il 26 Aprile dell’anno del Signore 2021 abbiamo autorizzato il trapianto delle marze ai pazienti vegetali terminali di contrada Gallana. 68 alberi monumentali disposti liberamente in una “chiantata”, liberi di crescere nei secoli, in totale equilibrio e accordo con l’uomo affinchè ne sfruttasse i benefici senza alterarne o inquinarne lo spazio vitale. Chi conosce contrada Gallana, chi ha abitato queste terre negli anni, ne ha sempre riconosciuto la bellezza intrinseca dei luoghi. Terre fertili, falde acquifere così ricche da spingere in alcune stagioni l’oro blu in superficie, eleganti querce ad incorniciare sentieri sterrati, azioni antropiche ridotte a qualche recinzione fuori luogo o a tentativi di cementificazione bloccati per tempo. E ulivi. Tanti. Tantissimi. Il nostro immenso bosco coltivato. Il nostro orgoglio “monumentale”. Presidiato da secoli da una chiesetta medievale, cuore pulsante di una comunità orgogliosa e fortunata a poter coltivare e abitare piccoli appezzamenti in questa zona. Chiunque, oggi, nell’era della rivincita del turismo rurale, desidererebbe vivere la sacralità di queste terre, villeggiare dove l’uomo ha trovato il suo paradiso in terra fino al XX secolo, dove si sono alternate intere generazioni, dove qualcosa di importante è sempre stato se si battezzava in una chiesa di campagna a tre navate totalmente affrescata, se i pellegrinaggi verso la Terra Santa e gli scambi commerciali dell’Appia antica passavano da queste parti, se il rito delle cientu cruci è scolpito nell’anima della gente. Gallana non è una semplice contrada, è uno spaccato della storia pugliese e una perfetta rappresentazione delle sue peculiarità paesaggistiche.

La Xylella, senza bussare, è arrivata anche qui. Sapevo che questi alberi avevano una tempra superiore, infatti in molti casi hanno resistito più degli altri. Ma la condanna a morte è stata scritta anche per loro, è una questione di mesi, se non di settimane in alcuni casi. Non è la piana degli ulivi secolari con vista mare, è un angolo di Puglia nascosto senza masserie d’élite con piscina o ricostruzioni artificiali di borghi mai esistiti. Ma è la vera anima di questa regione. Dimenticata.

Cosa accadrà? Cosa ne sarà di queste terre? Innanzitutto assisteremo ad una graduale riduzione di CO2 assorbita con conseguente aumento di CO2 libera in atmosfera, amplificazione dell’effetto serra, aumento delle temperature. Se è vero che ogni ulivo assorbe in media 9,542 tonnellate di CO2 all’anno, per il solo terreno che mi riguarda nei prossimi 20 anni gli ulivi di contrada Gallana non contribuiranno a trattenere circa 13000 tonnellate di CO2 che resteranno inevitabilmente in atmosfera. Non servono menti eccelse per moltiplicare questi numeri e rilevare la drammaticità dei potenziali effetti, sia a livello locale che globale. Assisteremo a fenomeni di desertificazione. Le aree a bosco, infatti, durante il giorno si riscaldano più lentamente, il calore assorbito dal terreno viene invece rilasciato più lentamente. L’ombra delle chiome e il fenomeno di evapotraspirazione riducono le temperature estive fino a 9 gradi. Un albero, in determinate condizioni, può traspirare infine fino a 400 litri d’acqua, numeri che possono competere con 20 condizionatori accesi contemporaneamente. Questa assenza renderà meno netta la differenza di temperatura tra le aree rurali e la città, sempre più alle prese con l’effetto isola di calore.

Come se non bastasse, oltre all’aumento di CO2, alla riduzione di ossigeno e alla cattura di polveri sottili, assisteremo ad una progressiva perdita di biodiversità. Nel giro di pochi anni elimineremo strutture e dimore vegetali in grado di assicurare vita e riparo a piccoli invertebrati, insetti, roditori, rettili e uccelli, così come al nostro bel paffuto muschio verde che sorrideva a Nord (comunque in via di estinzione nei nostri presepi a causa del suo omonimo sbiadito esemplare artificiale di Taiwan). Non sappiamo in quali luoghi i nostri animali proveranno a sopravvivere, sappiamo per certo che saranno sempre più rare la loro compagnia e il loro canto nelle nostre estati mediterranee.

Il paesaggio, infine. Anche ipotizzando una immediata e massiccia rigenerazione agricola, l’ecosistema sarà compromesso per sempre. La Puglia d’amare, il Salento del boom turistico, la “Regione più bella del mondo secondo il National…” dovrà fare i conti con uno sconquasso che non lascerà indifferenti. E solo allora ci renderemo conto che la nostra terra non è solo il mare, che andava contrastata la demenza di coloro che scrivono 46 agosto (fieri di poter fare l’ennesimo bagno a 40° il 16 settembre, come se una Puglia bruciata per settimane dal sole fosse motivo di vanto, come se le piogge fossero un disturbo, come se la sete fosse sempre calmierata da bacini limitrofi che si autoalimentano magicamente), che i pugliesi veri erano quelli che aravano minuziosamente la terra rossa per favorire quei contrasti di rosso-verde-blu che sono i veri colori del nostro habitat. Le nostre sconfitte non arrivano solo da lontano. Ogni fenomeno di impoverimento ha diverse concause, migliaia di genitori hanno indirizzato diversamente le proprie pratiche educative se nella formazione dei propri figli l’ulivo è poco più di un oggetto da set fotografico e non parte essenziale della nostra esistenza. Basta vedere quanti bambini saranno fotografati nell’ultimo abbraccio ad un albero a rischio eradicazione rispetto a coloro che saranno inquadrati nelle storie di fb, vestiti di tutto punto con sneaker plasticose ai piedi e fontane di fiammelle a sciogliere stampe digitali commestibili. I miei nonni, grazie agli ulivi, hanno contribuito a far laureare i loro figli. È vero, probabilmente non hanno mai ricevuto schiaffi dal mercato come un quintale di olive acquistato a 10,00 euro. Ma le stagioni agricole non hanno mai garantito la certezza delle produzioni e sono sempre state a rischio agenti atmosferici, estremi e non. Ora intere generazioni non conoscono neanche i confini delle terre ereditate, figuriamoci se sono in grado di curarle, ripulirle o coltivarle. Siamo tutti dannatamente concentrati sui servizi, ma l’anima naturalistica e produttiva della nostra terra è stata svenduta nel nome di una graduale annichilimento delle professioni del bracciante e del coltivatore diretto. Se oggi le nostre terre sono ancora popolate di alberi plurisecolari, è perché qualcuno le ha coltivate, rendendo di fatto impossibile ogni forma di annientamento diretto o indiretto come roghi, estirpazioni selvagge o calamità varie. Va ricordato, infine, che ville e terreni senza alberi perdono il loro valore di mercato, divenendo oggetto di pericolosissime speculazioni o indirizzando altrove gli interessi degli investitori. A chi interessa soggiornare in un’abitazione rurale salentina senza ulivi? Le contorte gibbosità degli ulivi, agli occhi attenti di progettisti sensibili, hanno un valore altissimo in quella disciplina che classifichiamo come “garden design”. Nulla a che vedere con l’anonimato formale di alcune piante esotiche importate in area mediterranea alla ricerca di soluzioni verdi per differenziarsi dall’erba del vicino.

Cosa sarà di questi innesti? Gli innesti sono tentativi disperati, prove di coraggio, manifestazioni di gratitudine. Chi non darebbe acqua ad un viandante assetato? Chi non farebbe l’ultimo viaggio della speranza per allungare la vita di un proprio caro? L’innesto potrebbe morire, potrebbe essere soffocato in uno slancio vegetativo della cultivar originale, potrebbe essere attaccato da insetti e parassiti. L’innesto potrebbe avere vita molto breve, ma tiene acceso un lumicino, la piccola fiamma di chi non si rassegna, di chi riproduce musica nei pressi di un paziente in stato comatoso con la speranza che la stimolazione neurale possa contribuire al suo risveglio. Alla domanda se innestare o meno, la maggior parte delle persone con le quali ho avuto il piacere o il dispiacere di conversare, ha risposto che anche a fronte di un albero salvato, non avrebbero fruttificato più come una volta, sarebbero rimasti ruderi improduttivi sui quali impegnarsi per una costosa manutenzione ad oltranza. Il popolo degli olivicoltori, gli ultimi discendenti della cultura dell’ulivo, hanno iniziato a decretare la morte dei loro fidati alberi nel momento in cui hanno iniziato a pensare che, in fin dei conti, questi singoli meravigliosi ecosistemi non valessero più di tanto. Ecco, è tutta qui la risposta della nostra anima contadina del XXI secolo. Se non produce, non mi serve.

Nasce quindi spontanea l’ultima riflessione. Se l’ulivo non produce, se un tappeto infinito di chiome non genera più quel senso di appartenenza tipicamente pugliese, se abbiamo perso anche l’ultima poesia che una libera ramificazione oppone ad una insensata siepe pronta per essere scossa dalla meccanica di ultima generazione, non ci sarà resistenza che tenga. Se anche il vecchio contadino (padre adottivo, figlio e spesso amante di quel trionfo ligneo di torsioni) sposa il detto che carmina non dant panem, diamo il benvenuto alla nostra fine. O all’inizio di qualcun altro che avrà fiutato le infinite opportunità vitali della mors tua. 

“Quindi lascia perdere i dibattiti, la rete, i palinsesti, per un giorno non studiare, non chattare, ma piuttosto stringi forte chi ti ama” (Baustelle).

E la politica? La politica, semplicemente, non c’è stata. La politica ha osservato a distanza, fingendo forti dispiaceri rispetto alla consapevolezza del concorso di colpa per questo misero lascito alle future generazioni. La politica non ha mai letto Stefano Mancuso e la sua “La Nazione delle Piante”. La politica non ha la cultura dell’albero. La politica oggi gira la Puglia in camicia di lino e fa i talk a bordo piscina argomentando le possibili future alleanze. La politica non si è mai messa a conversare con un contadino all’ombra di questi monumenti. La politica, oggi, ha scelto prevalentemente i ristori. Come se 100,00 euro ad albero fossero la giusta ricompensa per chi ha perso tutto ciò che aveva, dall’ossigeno, alle macchine, all’idea di un autunno operoso, alla moneta per andare avanti. La politica ha assistito all’evolversi degli eventi, un po’ come coloro che assistono ad un rally a bordo strada, consapevoli che alla prima sbandata la vita e quindi l’intero equilibrio regionale sarebbe andato in tilt. Nei cartelloni estivi dei nostri comuni, mentre fuori si consuma la più grande tragedia del nostro territorio, nessuno spazio dedicato all’analisi del presente e allo sviluppo di nuove strategie per ripensare un territorio sul cui suolo giocheremo la conservazione della nostra stessa specie. La Xylella disturba, non attrae, parlare di Xylella fa male. È lo stesso trattamento che riserviamo ai nostri conoscenti gravemente ammalati: per paura di ritrovarci senza parole o di suscitare sentimenti pietosi, evitiamo persino di andare a trovarli. Non siamo gli unici ad aver subito epidemie di questo tipo, ma la nostra reazione è davvero confusa, isolata, carica di rassegnazione. Oltre a snobbare i successi altrui, siamo diventati bravi a sotterrare anche i nostri fallimenti.

Consummatum Est è lo scatto che voglio lasciare ai figli di questa città. Un Cristo crocifisso dallo sguardo mesto, coronato da un cappuccio nel quale sono state appena innestate come spine marze di Leccino. Un punto di vista alternativo sulla Passione degli ulivi di Puglia. Un albero che diventa Cristo, senza altari e senza fiori, in un cielo plumbeo come fossero le tre sul Gòlgota. Questo albero sarà il simbolo di un’epoca che finisce, del nostro fallimento più grande, di una eredità che abbiamo consumato e dilapidato per fare spazio al regno delle motoseghe, allo sfruttamento agricolo intensivo, alla cancellazione di un paesaggio. Abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato tutti.

"Pensiamo sempre troppo poco a quanto il paesaggio educhi lo sguardo, determini la geometria del pensiero. Fa di noi ciò che siamo, e magari più delle cose studiate, dei libri letti". (Paolo di Paolo, a proposito di “Pianura” di Marco Belpoliti).

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In questi anni ho selezionato 100 parole che hanno cambiato la Puglia. Mi piacerebbe dialogare con scuole, insegnanti e studenti interessati a conoscere e rappresentare passo dopo passo questo lungo e tormentato addio.

Un grazie speciale alle persone che hanno suggerito, supportato e innestato con amore gli ulivi di contrada Gallana: Enrico Pignatelli, Francesco Pignatelli, Davide Pignatelli, Vincenzo Lodeserto, Angelo De Michele.


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mercoledì 8 novembre 2017

European playgrounds: l'importanza di giocare in città


Musica consigliata: Basket Case, Green Day

Un recente articolo sulla rivista di Alitalia “Ulisse” (Geri De Rosa, Ottobre 2017) mi ha fatto riflettere sul ruolo dei campi da gioco nelle città, ma soprattutto ricredere sulla bellezza e sull’importanza dei playground all’interno dei centri antichi. Negli ultimi decenni, i progetti di recupero e valorizzazione dei centri antichi (per chi, fortunatamente, è stato amministrato da persone competenti e rigorose) sono stati basati quasi esclusivamente sulla preservazione o sulla riconduzione ad uno stato, spesso semplicemente presunto o ipotizzato, di strade e architetture prima che la contemporaneità ne modificasse alcune peculiarità distintive. In altre parole un ritorno a volumi, materiali e colori la cui selezione giura rispetto per il contesto storico e territoriale di partenza, ma al tempo stesso lo serve e lo alimenta tecnologicamente grazie a meticolose operazioni sotto-traccia per nascondere impianti e condutture. In linea con questo approccio, soprattutto in Paesi come l’Italia, difficilmente sono stati realizzati impianti sportivi attrezzati all’interno di mura, nei cortili dei palazzi o ai piedi di simboli come castelli e cattedrali. Meglio decentralizzare lo sport e le infrastrutture, sempre più tecnologicamente avanzate, necessarie per la sua pratica. Un tabellone, una rete, un gruppo di fari o di seggiolini, una pavimentazione sintetica, sono elementi che tuttora, agli occhi della maggioranza della popolazione, sembrano in evidente contrasto con l’idea di passato e di armonia garantita da pietre, legno e mattoni.

Per questo motivo la presenza di un campo di basket ai piedi del Castello di Oria non ha mai suscitato in me alcuna reazione d’interesse, né tanto meno ho mai pensato ad una sua possibile ricostruzione. Meglio alberare e aprire nuovi varchi turistici ai piedi delle torri. Questa sensazione nasce dall’idea che un turista sia più propenso ad ammirare un edificio di valore storico e culturale in un contesto basso-impattante come quello offerto dalla natura organizzata in un parco/giardino, piuttosto che apprezzare giovani nel pieno delle loro doti fisiche e agonistiche sfidarsi ai piedi del castello svevo. È come se la pratica sportiva fosse un elemento di disturbo, per i suoi ritmi, per i suoi palloni sintetici, per i suoi schiamazzi, inappropriata al pari di un condizionatore installato su un prospetto, di cavi elettrici penzolanti, di infissi in alluminio o di automobili parcheggiate selvaggiamente.

L’articolo di Ulisse, dunque, mi ha fatto ricredere. Non tanto per l’importanza sociale che rivestono i playground nelle città di oggi o per la loro capacità di generare talenti riconoscenti nei confronti di quegli spazi urbani dove, a volte al di fuori di ogni regola sportiva, hanno saputo imporsi e farsi strada. Senza il dominio degli avversari di periferia, in tanti non sarebbero arrivati ai canestri dell’NBA. Questo il messaggio dell’autore.

Mi ha fatto ricredere sulla possibilità di rivitalizzare i centri antichi (senza ricorrere alle solite sagre o rievocazioni) con la restituzione degli spazi di aggregazione ai suoi giovani abitanti, “costretti” a muoversi al contrario, ovvero dalle periferie verso il centro, per dare sfogo alle proprie passioni sportive. Frank Deford, un giornalista di “Newsweek”, osservò che l’elemento più magico dello sport popolare era sempre stato la “sua essenziale democrazia.[…] L’arena fatta per adunare uno spazio pubblico, una piazza del villaggio del XX secolo dove poter vivere tutti insieme un’emozione comune”. In questa operazione la progettazione architettonica ha un ruolo fondamentale. Può sapientemente mimetizzare (vedi immagine di anteprima dei campi di basket tra le mura di Dubrovnik) o creativamente esasperare come nel playground realizzato da prodigiosi street artist francesi nel quartiere parigino di Pigalle (vedi immagine a fine post). Questo è l’unico vero punto. Affidare questi progetti a chi, superiore in sensibilità, mette in campo le proprie qualità per armonizzare queste aree con lo spazio circostante, superando con maestria i limiti imposti dalle regole sportive per imporre nuovi standard di interazione con il gioco e con lo spazio. Se guardo molte infrastrutture del nostro meridione, provo ribrezzo nell'osservare il loro stato di abbandono o rassegnazione nel vedere i giovani evitare questi spazi perché incapaci di sentirli propri, con la conseguente assenza di fruizione e di tutela. Fiumi di denaro pubblico mal speso, progetti spesso fuori mano e privi di qualsiasi identità. Non possiamo pensare di mettere due tabelloni e dipingere due linee per terra per dire di aver realizzato un campo di basket. Colpa dei capitolati, colpa degli appalti, colpa delle forniture, colpa di chi antepone il ribasso economico a qualsiasi approccio qualitativo, simbolico, attrattivo e funzionale.

Un centro antico senza giovani muore e si auto-condanna allo stato di bomboniera se va bene, di parco a tema se va male. A volte è più artificiale uno spazio dove tutto è dannatamente al proprio posto di uno spazio dove il vivere quotidiano lascia in qualche modo le sue impronte, siano esse il profumo del ragù, lenzuola stese ad asciugare o pedali di motorini appoggiati sul cordolo di un marciapiede. Oggi riconosco che giocare a pallacanestro ai piedi del Castello di Oria sarà stata sicuramente un’esperienza unica nel suo genere. Uno sport d’oltreoceano esportato della guerra ha avuto l’onore di essere praticato sullo spiazzo più alto della città. Probabilmente chi ha giocato in questo luogo avrà assaporato quel mix irripetibile di vento in faccia, abbraccio protettivo della storia e adrenalina di gioventù che nessun palazzo dello sport è in grado di restituire allo stesso modo. La pallacanestro è uno sport verticale. Uno sport pensato per uomini lunghi in cerca di uno spazio aereo libero. Uno sport che, se giocato all’aperto, ti costringe in qualche modo a guardare cielo e nuvole. A Oria, un tempo, ai piedi delle torri angioine, simboli verticali della nostra città, tutto ciò è stato possibile.

"Ovviamente gli stadi sono soprattutto luoghi dove le persone si radunano per assistere a eventi sportivi. Quando i tifosi vanno allo stadio di baseball o all'arena, non lo fanno principalmente per vivere un'esperienza civica...Il carattere pubblico dell'ambientazione impartisce un insegnamento civico: che siamo tutti insieme e che almeno per poche ore condividiamo un senso di appartenenza e di orgoglio civico. Nel momento in cui gli stadi assomigliano meno a luoghi storici e più a cartelloni pubblicitari, il loro carattere pubblico svanisce. Così accade, forse, ai legami sociali e ai sentimenti civici che essi ispirano". (M.J.Sandel, Quello che i soldi non possono comprare)


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venerdì 15 settembre 2017

Parabola del donatore di sangue


Musica consigliata: The Ship Song, Nick Cave

In tanti anni di volontariato avisino, mi è stato spesso chiesto nelle scuole quale fosse la differenza tra un donatore periodico e un donatore occasionale. Non è facile raccontare ai bambini la posizione di AVIS in materia, non si può neanche avere la presunzione di classificare correttamente le varie situazioni di occasionalità. Ma il senso prevalente, quello si, è facile da raccontare e da confezionare in una bella storiella dei giorni nostri che colloca il valore della donazione in uno scenario attualissimo come quello dei cambiamenti climatici. Per me, per voi, per le generazioni che verranno: la parabola del donatore di sangue.

"In quel tempo caddero piogge torrenziali, così forti da mettere in allarme l’intera comunità sulle possibili esondazioni del fiume che circondava la città. Il sindaco invitò i suoi cittadini a collocare sacchi di sabbia lungo tutti gli argini, non potendo sapere con largo anticipo dove il fiume avrebbe potuto sfondare gli argini e quali quartieri avrebbe realmente allagato. I cittadini più buoni e virtuosi portarono i loro sacchi di sabbia in tutte le zone della città, i cittadini più egoisti attesero l’evolversi delle condizioni atmosferiche per posizionarli solo a protezione delle strade che interessavano le loro abitazioni.
Così sono, per certi versi, i donatori di sangue. Il donatore periodico non sa quando verrà l’emergenza e non sa a chi il suo sangue verrà trasfuso. Il suo sangue è come i sacchi di sabbia per arginare le acque alluvionali, serve a tutti, perché tutti sono il suo prossimo senza differenza di età, genere, colore della pelle o religione. Quando le acque arriveranno, l’intero paese sarà protetto. Quando gli ospedali chiameranno, l’intero paese sarà ricco di scorte e autosufficiente. Il donatore periodico è un eroe anonimo, che crede nella gratuità e nella salvezza collettiva. Il donatore di sangue occasionale, invece, è colui che mette i sacchi di sabbia solo a protezione della sua abitazione, donerà solo quando i problemi di salute riguarderanno amici o familiari, quando le acque avanzeranno minacciose verso di lui e avrà paura di perdere ciò che più gli sta a cuore".

Il NO di AVIS

"We talk about it all night long / We define our moral ground -  Parliamo di questo tutta la notte / Definiamo il nostro terreno morale". (N. Cave, The Ship Song)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - FotoShicchi 2014

mercoledì 12 aprile 2017

Visso mi ricorda istintivamente Venezia


Musica consigliata: Blowing in the wind, Katie Melua

Il presidente del Comitato-Sede Locale della Croce Rossa Italiana ci accoglie nel suo ufficio. Qui, nelle valli appenniniche, sembra intento a rispondere a montagne di email. É circondato di aggeggi per le telecomunicazioni come fosse nel mezzo di una legione francese sperduta tra le dune del deserto nordafricano. Ricorda la nostra telefonata, ci pensa un po’ e prima di ricevere il dono, ritiene opportuno farsi una chiacchierata e non ridurre il nostro tragitto a una semplice consegna postale. Ci trasferiamo in un’altra casetta, attigua, stesso legno, stessi impianti elettrici a vista, stessa parvenza di precarietà. Un gruppo di volontari prepara il pranzo della domenica a pochi metri dai letti a castello incolonnati in un corridoio, stretto, come stretta, strettissima, è la possibilità di privacy di chi usufruisce di questi giacigli. Un televisore al centro, casse d’acqua ovviamente Nerea depositate in un angolo, una stampante solitaria, una tavola dove probabilmente cittadini, commissari, politici e volontari trovano il giusto spazio per confrontarsi sul destino dei vissani. Molti giorni dovranno attendere per assaporare nuovamente il sapore della normalità.

Il presidente, in una rapida autoanalisi di fronte a due perfetti sconosciuti, ci confida che solo in questi ultimi giorni sta realizzando di essere un uomo, di avere una famiglia, di scoprire che il peggio non è stato tanto quello dell’emergenza affrontata da volontario, ma del silenzio che sale pian piano a distanza di pochi mesi. L'abbraccio collettivo nel mal comune, le buone parole per tutti, la stimolazione permanente a non abbandonare le speranze di ricostruzione, si stanno esaurendo lentamente al pronunciarsi di una coscienza che lo interroga sull’uomo e sul padre che sarà. “Anche io distribuivo salumi, ma ora non ho più niente, andate da Pettacci!”. Visso è stata costruita su palafitte da un architetto che pare abbia lavorato anche a Venezia. Cosa colleghi le lagune venete all’Appennino marchigiano mi è ignoto, come ignota resterà questa assurda connessione tra le tecniche costruttive compatibili sia con le pietre d’altura che con le sabbie di mare. Visso è la porta del parco dei monti Sibillini, quel parco che (sempre a detta del nostro presidente) ha più tolto con i suoi veti che dato con le sue protezioni. Se un montanaro taglia un albero a Visso non muore nessuno, se un sindaco lo taglia a Roma è giusto che la gente protesti. Il montanaro conosce la montagna e le sue leggi, continua in questo discutibile ma comunque onesto discorso di sopravvivenza, non si possono richiedere autorizzazioni anche per l’abbattimento di un albero secco. “Pensate che il figlio di un cittadino di Visso, stanco di Roma e della vita metropolitana, è tornato qui da qualche tempo e gestisce malghe estese per oltre 50 ettari. Ha costruito un caseificio, lo ha riempito di presidi e marchi di qualità, lavora e produce in quota. Da quando coltiva la terra lassù in alto, a Visso abbiamo l’acqua anche d’estate. Perché la terra trattiene l’acqua e la filtra lentamente, la roccia la butta giù con velocità e violenza e una volta passata è persa per sempre”. Non so se le cose vanno proprio così, né se ho interpretato esattamente il suo pensiero geologico, ma il fine è la dimostrazione che l’intervento dell’uomo sul creato non sia poi sempre così dannoso. 

Visso è dimenticata. Poco più di 1200 abitanti, hanno terminato le ricostruzioni obbligate dal terremoto del 1997 solo pochi anni fa. Alla scossa di agosto hanno retto, a quelle di ottobre amen, macerie, sconforto, nuova ricostruzione all’orizzonte. Ma almeno non hanno seppellito nessuno. Visso è dimenticata, perché non venera il patrono d’Europa o perché non ha mai pensato di condire la pasta con pomodori, guanciale e pecorino fresco. In altre parole ha il santo debole e la pasta comune. Eppure è lì, nascosta tra i Sibillini, che intanto luccicano sulla nostra gita fuori porta grazie a lame di pareti innevate, comunque sofferenti a causa di eccessivi tepori marzolini. Visso ha la farmacia con i condom esposti come figurine sulla finestrella del container, il bancomat ricavato sul lato minore dello shelter. Sarà un invito, forse non del tutto casuale in termini di posizionamento dei servizi, a consumare sesso e soldi, uno dei tanti mix che potrebbe servire a una popolazione frustrata dagli eventi per ripartire. Gruppi di militari infilati rigidamente in possenti anfibi esclamano un fragoroso “Mondiale!” dopo aver assaggiato un panino con bracioletta cotta alla piastra di un furgoncino. Almeno in questa dichiarazione Visso può sperare che il proprio urlo sia di portata internazionale. Peccato non faccia neanche eco, perché tutto si disperde in una sottile rassegnazione. Visso è tutta zona rossa, ma si circonda di forze dell’ordine, di curiosi della domenica, di un viavai insolito di uomini sorpresi a registrare i luoghi dove il tempo si è fermato, dove gli antichi negozi espongono ancora roba invernale, come se domani fosse un 27 ottobre rinviato a causa di improvvisi spostamenti dell’asse terrestre. 

Giovanna dona il piccolo contributo raccolto in ricordo dei suoi parenti recentemente scomparsi. Egidio e Nicola vivranno qualche ora nei pasti serviti nella mensa dei vissani, molto meglio che morire in un portafiori d’acqua puzzolente in una cappella di cemento del nord brindisino. Facciamo le foto di rito, con tanto di stretta di mano presidenziale, come se avessimo firmato un assegno per la ricostruzione dell’intera comunità entro l’estate. Non servono per alimentare un blog fariseo, ma per ricordare una giornata che merita un ricordo. Ci inviteranno, come tutti coloro che si sono ricordati dei vissani, a una festa estiva al santuario di Macereto, per ringraziare chi si è addentrato nel cuore roccioso delle Marche per abbracciare l’Italia dei piccoli comuni e salvarli da principi di spopolamento. Rientriamo a casa, cosparsi di frammenti di pace, con la bisaccia vuota traboccante di tutto perché, dicono, “ciò che doni è tuo per sempre”, liberi come al rientro da una visita inaspettata ad una casa di riposo la domenica pomeriggio, ricchi per aver trascorso del tempo ad ascoltare storie di uomini in difficoltà. La famiglia di Giovanna mi ha insegnato il concetto delle opere di bene che sostituiscono i fiori. E dell’importanza di consegnarle di persona, le opere di bene, in barba al triste anonimato di un bonifico o di un sms destinato ad alimentare il finto entusiasmo di un presentatore esaltato dall'accumulo progressivo registrato dai calcolatori televisivi. Abbiamo bisogno di rapporti, prima che di monete. 

Lasciamo la memoria di Egidio e di Nicola in queste valli. Nel frattempo appendiamo i nostri ricordi a un portasalviette sospeso al primo piano di un bagno che non c’è più. Fischer e piastrelle hanno retto e sono lì a tracciare i confini di uno spazio un tempo dedicato alla pulizia. Mi perdo nella verticalità di questo crollo, le case sezionate sono scheletri in decomposizione, fanno sempre un certo effetto. 

"Il miracolo è questo: più condividiamo, più abbiamo". (L. Nimoy)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Illustrazione: "Visso" - Ubaldo Spina 2017



sabato 25 marzo 2017

Ci siamo uniti per un buon fine


Testo integrale della Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea (25 marzo 2017)

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell'UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea: la costruzione dell'unità europea è un'impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un'Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

L'unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l'Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un'Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l'Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.

Per il prossimo decennio vogliamo un'Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un'Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un'Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

1. Un'Europa sicura: un'Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un'Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

2. Un'Europa prospera e sostenibile: un'Unione che generi crescita e occupazione; un'Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un'Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell'Unione economica e monetaria; un'Unione in cui le economie convergano; un'Unione in cui l'energia sia sicura e conveniente e l'ambiente pulito e protetto.

3. Un'Europa sociale: un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l'integrità del mercato interno; un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un'Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un'Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà; un'Unione in cui i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un'Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

4. Un'Europa più forte sulla scena mondiale: un'Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l'Africa e nel mondo; un'Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un'industria della difesa più competitiva e integrata; un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un'Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell'Europa è nelle nostre mani e che l'Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.

Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell'UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell'Europa. Vogliamo che l'Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L'Europa è il nostro futuro comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "L'Europa sulla Mosa" Ubaldo Spina - Dinant 2015


mercoledì 8 marzo 2017

Stoccata di stelle su campo blu


Musica consigliata: A letter to Elise, The Cure

Di Elisa Di Francisca conoscevo solo l’urlo di Londra 2012. Pochi giorni dopo avevo dimenticato il suo cognome. Nonostante il successo, se mi avessero chiesto in un quiz televisivo due nomi di schermitrici, avrei comunque elaborato in fretta Vezzali e Trillini. Un po’ come accade con gli Abbagnale per il canottaggio. Ci sono sportivi che instaurano un rapporto con la storia indissolubile, tutti preleviamo con sicurezza i loro nomi per ricordare le glorie nazionali in determinate discipline.
Elisa, comunque, a distanza di soli quattro anni, è riuscita a salire in cima ad ogni graduatoria con un gesto che, finalmente, non è passato inosservato. Ricevere una medaglia d’argento e alzare al cielo, sorridendo, la bandiera dell’Unione Europea. Provo a raccontare le mie semplici impressioni.

Premessa breve. Lo sport è uno degli strumenti più potenti di aggregazione, avvicina uomini ed istituzioni perché abbatte le differenze linguistiche e si sviluppa in un contesto di regole note e comprensibili a quasi tutti i popoli del pianeta. Una palla che rotola verso una rete è un prodotto della fisica che innesca le stesse emozioni, superando ogni barriera geografica, strumento per eccellenza contro ogni forma di discriminazione razziale. Nota è la risposta di Zdenek Zeman, quando afferma che “la grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”.
Pochi sportivi, purtroppo, hanno la consapevolezza di quanto un loro gesto possa scatenare repliche positive a livello internazionale. Gli sportivi godono di una notevole visibilità mediatica e potrebbero sfruttare diversamente quella particolare aura derivante dalla potenza e dalla perfezione di un gesto atletico. Gli sportivi, quindi, dovrebbero sostenere con molta più frequenza cause collettive, come diritti civili e difesa dell’ambiente. Invece li troviamo spesso persi negli psico-drammi del doping, rivestono con disinvoltura il ruolo dei violenti, sono distanti anni luce dai problemi che devastano i loro paesi d’origine. Senza andare molto lontano, con i goal si festeggiano amori e nascite, se non sfottò memorabili come “Vi ho purgato ancora”. Si utilizzano quindi finestre mediatiche di portata rilevante per autocelebrare la gloria e le gioie personali, già ben alimentate da una progressiva e bulimica venerazione dei fan.

Elisa, invece, nel bel mezzo di una Olimpiade sudamericana e gialloverde come i colori del mio rione, nel periodo di maggiore crisi identitaria dell’Unione Europea, ha sfruttato la sua parentesi di gloria per lanciare un messaggio di grande apertura, spogliandolo da ogni interesse personale e condividendo un invito che neanche i più intelligenti vertici di Bruxelles riescono a lanciare con tanto coraggio e semplicità: “Vorrei che la gente capisse che l’unione fa la forza. Al terrorismo dobbiamo rispondere con l’amore per la vita”. L’amore per la vita è la lotta alla disgregazione, se già è difficile far dialogare un mondo intero, proviamo almeno a far dialogare Paesi che condividono storia, valori, documenti, targhe, leggi, roaming telefonico e, per quanto bistrattata, la moneta. 

È proprio vero, nella disgregazione è molto più facile chiudere le porte che parlarsi. È così, l’odio ha le labbra sottili, bravissime a sibilare, ma incapaci di allargarsi ed esprimere apertamente semplici  verità. Elisa ha comprato la piccola bandiera a dodici stelle in un mercatino. Mi piace immaginare una donna che invece di comprare una baguette o un collant tra le bancarelle, ripone nel sacchetto e porta a casa una bandiera dell’Europa da far sventolare ai propri figli, condizione essenziale per garantire loro la crescita in un futuro di pace. Alla domanda: “se non avesse conquistato l’argento, come sarebbe finita?”, lei ha risposto: “Avrei trovato il modo di esporla”.

Questa è una risposta da donna. Le donne che erediteranno la terra, per dirla alla Aldo Cazzullo, le donne che vincono ogni cosa perché il fine è più forte del mezzo, le donne che mentre armeggiano di spada per ritagliarsi un posto nel mondo, contribuiscono ad allevare altri uomini e altre donne, mettendo in campo (o in pedana) il loro meglio. Sempre.
Da agosto 2016, ogni volta che guardo Jesi da un treno regionale che periodicamente mi porta verso Fabriano, ogni volta che fendo le Marche per amore di una donna, penso a Elisa, alla sua chiara idea di Europa, alle sue parole: “Ci sono nata, già nella mia Jesi, con certi valori dentro. Con l'Europa dentro. Siamo figli degli stati in cui nasciamo”. Siamo terrorizzati dall’idea di mettere al mondo figli irriconoscenti, che vedono solo nelle famiglie altrui la comprensione e la salvezza. E allora, invece di cercare ogni giorno altrove l’elisir contro i nostri mali, invece di genufletterci di fronte a modelli aggressivi che riporteranno il mondo a un drammatico squilibrio, impariamo a riconsiderare le garanzie che il vecchio continente ancora esprime. 

In un libricino di provincia, tempo fa, ho trovato questa bella storiella di ispirazione mitologica: "Dopo queste parole l'uomo si sentì contento di sé e più sereno e con molta gentilezza si offrì di accompagnare la bella donna fino alla casa. Questa accettò, sembrava di buon grado, e mentre camminavano Aiace si accorse che la bella Dafne gli teneva stretta la mano. Molto sorpreso, ma anche molto felice Aiace la guidò verso casa sua, non verso quella di Dafne e, giuntovi, la invitò ad entrare. Dafne arrossì visibilmente, poi prendendogli entrambe le mani e guardandolo con forza dritto negli occhi disse: bada, uomo, se entrerò nella tua casa non ne uscirò mai più". I Paesi Europei dovrebbero prendere esempio, arrossire per tutto il tempo necessario prima di entrare nell’Unione, ma una volta dentro dovrebbero difendere e valorizzare giorno dopo giorno gli altissimi principi che regolano la vita e la convivenza di 27 popoli. Avremo altre Brexit, lo so, ma prima o poi torneranno.

Europa era una donna. Erri De Luca scrive (raggiungendo picchi letterari altissimi in un libro che parla di vette, camosci e cacciatori) che “un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, si interrompe, una donna no. Davanti a lei si trova sempre incalzato…Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo”. 

Torniamo a far prevalere la vera natura dell’Europa, impariamo ad essere più coraggiosi, più europei, più donne. Elisa Di Francisca, per me, ha vinto l’oro.

"...è divenuto raro che un uomo, con una posizione trainante in una delle scienze, riesca allo stesso tempo a rendere un valido servizio alla comunità nella sfera dell'organizzazione nazionale e delle politiche internazionali. Tale servizio non richiede solo energia, intuito e una reputazione basata su solidi risultati, ma anche libertà dal pregiudizio nazionale e una profonda dedizione ai fini comuni, cosa rara nei nostri giorni". (A. Einstein)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto LaPresse - Illustrazione Ubaldo Spina 2016

venerdì 6 gennaio 2017

La renna sul mandorlo

Musica consigliata: "La notte prima, Giovanni Allevi"


Non so cosa ricorderò di questo Natale. Nessuno slancio di poesia memorabile, molta confusione, nelle piazze e sulle tavole. Ho scoperto di recente il nome della città cinese che fabbrica il nostro Natale: Yiwu. I cinesi, notoriamente un paese dove i cattolici che riconoscono l’autorità del Papa sono considerati sovversivi, sono i principali produttori al mondo di allestimenti e luci natalizie, riversati in quantitativi spaventosi nei confini occidentali per far luccicare strade, abitazioni e luoghi del commercio in onore di un bambino che nasce.

Ma una cosa la ricorderò. La renna sul mandorlo. Nessuna renna, in vita sua, credo abbia mai immaginato di sostare all’ombra di un albero di mandorlo. Figuriamoci se abbia minimamente pensato di finirci sopra. Ebbene si. In contrada Gallana, nei giorni dello shopping compulsivo, dei presepi di plastica confezionati a Taiwan, dei terroristi travestiti da Babbo Natale, ho trovato una renna incastrata tra i polloni di un vecchio mandorlo, abbastanza vecchio da essere ormai improduttivo, ma non tanto da rimanere impassibile di fronte al tumultuoso e goffo arrivo di un ospite inaspettato. La renna sembra essere atterrata dopo un volo accidentale partito dagli estremi della troposfera, salvata dallo schianto solo grazie al provvidenziale aiuto dei rami del mandorlo coltivato ben al di sotto del parallelo che attraversa Rovaniemi, altresì detto Circolo Polare Artico.

Ecco, in realtà questo dirottamento ha un precedente, un evento scatenante. L’abbandono di sacchi di giocattoli tra gli uliveti secolari della stessa contrada. Ho provato, di fronte a quei cumuli di plastica colorata, a cercare un perché a tutto ciò. Non ci sono riuscito, e continuo a provarci senza risultati in una notte di Epifania che dovrebbe sversare nuovi fiumi di giocattoli per la stragrande maggioranza provenienti dal Paese del dragone e, se tutto va bene, posare qualche centimetro di neve fresca dolcemente offerto dalle correnti gelide da NE.

Disfarsi delle cose che non servono più (semmai una cosa cessi definitivamente di essere utile per qualcuno) nelle campagne altrui è già di per sé un gesto discutibile. Provate ad immaginare un adulto con dei figli già grandi e probabilmente (mi auguro) senza nipoti che, sul far della sera, in campagne desolate, posa dei sacconi neri sotto il primo ulivo disponibile. Per non farla sporca, sceglie il lato nascosto del tronco e, in un eccesso di fortuna, trova un esemplare provvisto di magnifiche cavità. È un’operazione che si deve chiudere in pochi secondi, guai ad essere scoperto da un passante ecologista che casualmente ha deciso di sfidare freddo e tenebre per una debole ronda notturna o per un po’ di jogging salutare.

Così, laddove avrei sperato di raccogliere olive nella stagione più povera della nostra produzione olearia, ho ritrovato un bel patrimonio da far invidia agli armadi di una ludoteca di provincia, perfettamente conservato e sparso senza criterio sulla terra umida di dicembre. Bambolotti dagli occhi azzurri, casette, costruzioni, vasini, con qualche piccola impurità come un vecchio paralume in vetro o un paio di scarpe Nike non del tutto consumate. La scena non era poi così distante dalle riprese televisive sugli asili bombardati in Medio Oriente, dove ti piange il cuore al solo pensiero che ordigni piovuti dall’alto abbiano cancellato piccole vite umane.

In questo trionfo di civiltà, il buon padre di famiglia nel ruolo di svuotacantine e riempiterreni (degli altri) avrà dimenticato il nostro amato peluche in auto. Riportarlo a casa avrebbe significato tornare sconfitti di fronte agli ordini di una moglie delirante per l’ormai inarrestabile occupazione di suolo domestico. E così, dal finestrino o dopo la seconda sosta da batticuore, la povera renna oltre a perdere i suoi eterni compagni di gioco ha subito anche un volo sul mandorlo, nell’ultimo gesto estremo di liberazione del nostro eroe nato ed educato in quel di Oria.

Esiste un tempo per ogni cosa. Anche il tempo dei giocattoli, prima o poi, in una famiglia termina. Ma quando un uomo compie un gesto simile, io credo si sia molto vicini a quello che chiamano punto di non ritorno. Non è un semplice grido contro il consumismo. E’ un grido contro il totale spaesamento dell’uomo, perso e smarrito, incapace di vedere oltre la vita e la natura delle cose, incapace di vedere risorse, ma solo rifiuti, incapace anche di pensare che quei giochi potranno essere un signor passatempo per piccoli meno fortunati. Non esiste una banca del giocattolo usato, è vero, abbiamo paura a toccare le nostre cose, figuriamoci se lasciassimo mettere le orecchie della nostra renna usata in bocca ai nostri figli. Ma il gesto del nostro eroe di Natale è l’anteprima del baratro, il mondo che ci aspetta, il mondo che annulla e sostituisce il precedente, il mondo che non lascia spazio alla valorizzazione delle cose perché talmente drogato di un nuovo che avanza e che tutto sommerge. Tutto vale il tempo di una pila, una volta esaurita, si cambia gioco e ci si tuffa in quel vortice fragoroso che sputa freneticamente oggetti da usare e divora senza capire dove e come oggetti da gettare.

L’Europa, in materia di giocattoli, si è spinta dove nessun altro Paese ha osato. Negli ultimi decenni ha prodotto direttive e linee guida per la sicurezza che hanno regolamentato con chiarezza e rigore questo mercato. Valutazione dei pericoli meccanici, fisici ed elettrici e di infiammabilità, valutazione dell’igiene e della radioattività, requisiti chimici, obblighi del fabbricante, del distributore e dell’importatore, schede contenenti i dati sulla sicurezza…Oggi i giocattoli europei, fieri di quella tradizione di altissima qualità che ha sempre contraddistinto i prodotti ludici continentali, artigianali e industriali, sono i più sicuri al mondo. Forse qualcosa in più andava fatto in materia di recupero, riuso e riciclo, bisognava andare oltre e regolamentare la circolarità di questo specifico settore ad altissima intensità di rinnovamento. Ci arriveremo, ma ora bisogna difendersi dalle invasioni e insegnare a genitori irresponsabili che non sempre la politica del low-cost premia e che la soddisfazione dei bisogni non sempre si basa su approcci quantitativi.

Non so cosa ricorderò di questo Natale. E ai Magi, nei loro ultimi chilometri, o alla vecchia con la scopa, in fase di atterraggio, mi verrebbe da chiedere di non portare nulla, di scioperare con eleganza dalla distribuzione di beni che porteranno nuovi sacchi neri nelle campagne e montagne di plastiche con circuiti elettronici ancora funzionanti nelle discariche.

Quanto al lanciatore di renne, sono certo che da piccolo nella calza avrà trovato noci e mandarini, forse del miele e anche una biglia. E avrà probabilmente sorriso di fronte a tanta magnanimità. Oggi è un uomo in stato confusionario come la società che lo ha visto invecchiare, un uomo che ha svenduto il suo ambiente e che viene tirato dalle offerte dei centri commerciali come un toro dal suo anello ben conficcato nelle narici. Forse un giorno condirà del pane con olio spremuto da olive prodotte da un albero contaminato da sversamenti accidentali di soluzione acida contenuta nelle batterie di vecchi giocattoli. Non so se sarà così abile a ricondurre l’inizio dei suoi mali alle gesta atletiche di un tempo nella categoria “abbandono illegale di rifiuti”. Sicuramente qualcuno gli ricorderà che in natura tutto si trasforma, tutto circola, tutto, quando meno te lo aspetti, torna al mittente.

Inizia a fioccare. Benvenuto inverno.

"Ecologia, non è una scienza né una politica, ma un'autentica guerra del Bene contro il Male, combattuta con armi di ogni specie e natura: ci s'incatena agli alberi che stanno per essere segati, si sfida una potenza nucleare con una goletta disperata, si liberano animali martiri...Utopia, naufragata, calunniata Utopia...Senza fanatismo, ma va fatta risuscitare. Senza, non respiriamo più". (Guido Ceronetti)


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lunedì 5 dicembre 2016

BLU,APP


Musica consigliata: L'oceano di silenzio, Franco Battiato

"Un oceano di silenzio scorre lento,
senza centro né principio,
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce che illumina,
i miei pensieri neri".

BLU,APP è un piccolo contributo, mio e di Giovanna, al progetto "Da casa nasce casa", l'iniziativa della Delegazione ADI Puglia e Basilicata a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia. Una casetta dipinta di blu con una porta bianca, aperta e popolata di gente. Al suo interno compaiono nuovamente gli uomini, con le loro speranze di ritorno a una vita normale e le grandi sofferenze cui non potranno sottrarsi prima di un definitivo superamento dell'emergenza. Abbiamo così rappresentato l'uomo in preghiera, che recepisce le grida alle sue spalle e le traduce in richieste d'aiuto, alcune verso il cielo, la restante maggioranza al livello del suolo. Abbiamo rappresentato un uomo che sembra ancora in attesa di essere estratto dalle macerie. E poi ci sono gli uomini che invitano ad entrare, simbolo del ritorno dei viandanti e del recupero dello spirito di accoglienza, e uomini appesi alle promesse, ad altri uomini, alla speranza di una natura clemente nell'inverno che avanza. In ultimo ci sono gli uomini che piangono, le lacrime che appartengono a ogni tragedia e spesso la rendono universale, in quella improvvisa immedesimazione che accomuna gli uomini ai propri simili. Il nostro augurio, il cuore del progetto, è il ritorno della luce in ogni abitazione colpita dal sisma, un mini LED centrale rispetto a ogni desiderio, acceso e protetto da una finestrella trasparente. La luce renderà vive queste comunità sotto un cielo notturno colorato di blu e ci farà sentire il tepore dell'aggregazione quando rivedremo da un'automobile in corsa quei paesi abbarbicati sulle pendici dei monti, splendidi nelle loro armoniche composizioni viste dal basso di una carreggiata. Solo allora sapremo che l'Appennino non è morto. La sua tenacia avrà salvaguardato quei valori di vicinanza, lentezza e poesia che tutto il mondo ancora ci invidia.

BLU,APP è una delle settanta casette decorate da artisti, designer e architetti in esposizione al MUST di Lecce dal 13 al 15 Dicembre 2016. L'asta benefica è prevista il 16 Dicembre, il ricavato sarà accreditato direttamente sul conto della Croce Rossa Italiana. La gallery è disponibile al seguente link de "Il Corriere della Sera - Living".

"Gli abitanti del vecchio paese non hanno avuto questa tenacia. Dopo la tragedia si sono disgregati, hanno aperto vuoti nel mosaico sociale...La forza generata dallo stare l'uno accanto all'altro è andata distrutta. Chi ne ha fatto le spese, dopo oltre quarant'anni, è stato il vecchio paese. Sta crollando giorno dopo giorno, inesorabilmente, tetto dopo tetto, muro dopo muro, gli uni addosso agli altri. Amen". (Mauro Corona, I Fantasmi di pietra)



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mercoledì 2 novembre 2016

Come gazze sorprese a beccare ricci stirati sull'asfalto


Musica consigliata: I treni a Vapore, Fiorella Mannoia

Nuovo cimitero di Oria. Capitolo due. Continua la mia personale riflessione su quali siano state le intenzioni e quali le conseguenze di un’operazione così anonima quanto impattante dal punto di vista sociale, urbanistico e ambientale. Questo post ospita in pancia una storia vera, si può fregiare quindi del titolo di coda “tratto da una storia vera” e, nel rispetto delle procedure, anticipo che i personaggi sono realmente esistiti e si tutelano dalle pubbliche opinioni grazie a nomi di pura fantasia.

<<Ubaldo questa è una storia molto triste e, a mio avviso, di grande violenza morale. Penso che le pratiche di riesumazione non dovrebbero proprio esistere! Abbiamo riesumato mio padre dopo 21 anni perché erano scaduti i termini di affitto per i loculi comunali. Dopo aver appreso questa notizia attraverso un misero biglietto, affisso con poca eleganza e molto nastro adesivo vicino alla foto di mio padre, incassato il colpo, ho parlato sia con chi si occupa di queste pratiche sia con l'ufficio tecnico comunale, chiedendo innanzitutto una proroga. Mi è stata respinta. Spaventata dalla possibilità di dovermi ritrovare in questa situazione tra 20 anni, ho chiesto la possibilità di acquistare un loculo oppure un lotto per poter costruire una casa eterna per mio padre. Mi hanno risposto: “non ci sono loculi e non c’è alcuna possibilità di edificare”. Sono rimasta basita, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di logica in tutto questo. Mi chiedete di riesumarlo, ma dove lo metto? Come se non bastasse, ho solo pochi giorni per trovargli un posto, una sistemazione dignitosa. Ho proposto con ironia di poterlo riportare temporaneamente a casa, almeno lì è al sicuro! Le soluzioni erano due: trovare un posto (significava elemosinare uno spazio in prestito, chiedere a qualcuno, non so...) oppure "appoggiarlo" (queste le parole usate) nella "fossa comune", insieme a decine di bare impilate l'una sull'altra nei sotterranei del cimitero, quelle aree che inconsapevolmente calpestiamo quando visitiamo i nostri defunti. Un posto tetro, una botola, si scende giù con una scala e poi si chiude il tutto, come fosse una manutenzione fognaria, apri e chiudi il tombino. Un posto che toglierebbe la dignità anche al peggiore dei malavitosi. Messa con le spalle al muro sono stata costretta a prendere in prestito il loculo di un parente. Solo un prestito, perché il parente non è proprio giovanissimo e quel loculo, realisticamente, potrebbe servire a lui in tempi non molto lontani...mi hanno promesso che mi daranno la possibilità di comprare un lotto quando e se uscirà un bando. Un lotto costa 5.000,00 euro e per legge hai 3 anni di tempo per poter edificare. Mi dicono continuamente che le aree edificabili non sono disponibili, non ci sono loculi, non c'è nulla. Mi sono recata più volte al cimitero, nella sua estensione ho contato più di 22 lotti ancora da edificare...mi sto ancora chiedendo chi sono coloro che hanno acquistato e se sono trascorsi i tre anni imposti dal regolamento, perché se le regole vanno rispettate, come io ho traslocato mio padre riesumandolo dopo 20 anni (“serve il posto!”, mi hanno detto) così questi signori che non hanno ancora edificato su questi 22 terreni dovrebbero dare ad altri la possibilità di farlo. Concludo dicendo che odio queste case infernali per i morti, ma questa esperienza mi ha portato a pensare che la mediocrità di questo paese ti costringe ad adeguarti a tali squallori. L’alternativa, altrimenti, sarebbe un bel tuffo nella fossa comune. È stata una vicenda dolorosa, rivedere la bara ricoperta di ragnatele e consumata dal tempo...e per quanto mi riguarda è stato come togliermi la casa. Quello era il mio posto, sono cresciuta sul quel muretto, guardandolo sempre come un riferimento fisico e spirituale per la mia esistenza. I papà sono un grande punto di riferimento e il mio era lì! Ora mi riesce difficile andare a trovarlo. Devo salire al quarto piano con una scala e so che lui non è contento. Gli chiedo scusa per non essere stata in grado di evitare tutto ciò e per il fatto che dovrò scomodarlo ancora, è pur sempre una soluzione provvisoria. Ogni tanto mi chiedo se quest’uomo, che tanto ha sofferto in vita, possa almeno un giorno dormire in pace>>.

La storia di Barbara R. offre alcuni spunti emotivi di altissimo livello, che si sviluppano nella vicenda personale e si alimentano delle drammatiche storture generate da politiche di basso livello, decisamente basate sulla mercificazione di spazi e valori.
Questa vicenda descrive in dettaglio il lato oscuro prodotto da un confuso agglomerato di cemento che ha la presunzione, solo perché di fregia di croci piccole e grandi, di essere il luogo ultimo dove si restituisce significato alla parola uguaglianza. Esistono quindi morti di serie A e morti di serie B. I futuri morti di serie A si sono accaparrati un posto nei condomini crociati, ma nel frattempo le cappelle funerarie sono quasi tutte vuote e i morti di serie B, oltre ad essere realmente deceduti, sono anche dei potenziali prossimi sfollati. In altre parole non vivono in pace la loro morte, anzi emigrano di qua e di là, in attesa che qualcuno di buon cuore li ospiti per garantirgli di tanto in tanto almeno un fiore. Forse il messaggio non è chiaro. Abbiamo dato la possibilità di devastare un colle per costruire fantasmi di pietra che ospiteranno salme senza mai colmarsi nei prossimi 50 anni, mentre la gente senza possibilità o agganci vari vive il dramma di concessioni in scadenza e non gode alcun diritto cimiteriale. Un tempo esistevano confraternite e società ope-artigiane, ora neanche indossare un abito da confratello durante la processione dei Misteri può dare questo privilegio.

In queste ultime settimane, per motivi professionali e associativi, sono stato chiamato ad approfondire e a interrogarmi sul rapporto tra etica e mercato. Amministratori ciechi, poco lungimiranti, complici se non totalmente disonesti, hanno basato le loro scelte sulla possibilità di lasciare molto a pochi e poco a molti. Il mercato è entrato in aree che non dovrebbero essere governate da logiche di mercato, ovvero quelle aree che riguardano i diritti naturali e sociali di ogni individuo in un paese civile. Il diritto alla sepoltura è un diritto naturale e sociale al tempo stesso. Invece i politici hanno preferito fare cassa, hanno sostenuto il mercato delle costruzioni, ricordando che esiste ciò che ha un prezzo, ma dimenticando che esiste ciò che ha una dignità. Un vero politico dovrebbe essere formato ad una precisa valutazione delle conseguenze.
In tutto ciò, sento di dover manifestare anche una profonda delusione nei confronti del silenzio e dell’immobilismo della chiesa, gruppo allargato e sensibile di prelati, sacerdoti e fedeli che dovrebbe salvaguardare quei valori oggettivi che ci appartengono in quanto essere umani. La chiesa non c’era, la chiesa non c’è. Nessuna interrogazione. Nessuna denuncia. Eppure il culto dei morti le appartiene e, se spinta da ideali francescani, dovrebbe appartenerle anche il culto del creato, inteso come ecosistema da salvaguardare. Abbiamo benedetto edifici, non cappelle, e chi si ritrova in casa il morto sfollato nutre un certo rancore verso chi predica che la morte è davvero uguale per tutti.

Non ho molto altro da raccontare. Vorrei immaginare una commemorazione dei defunti diversa, tra barriere di cipressi le cui cime sono avvolte dalla nebbia, in un’atmosfera mistica di luci votive e croci nel terreno che si fanno compagnia l’una con l’altra, con schiere di persone silenziose a calpestare foglie autunnali in un parco urbano dedicato a chi non c’è più. Per l’ennesimo anno saremo soffocati da automobili e asfalti, costretti a osservare finte pergamene marmoree dove il committente di turno si bea nell’aver detto al mondo intero che quell’orrore di costruzione è della famiglia vattelappesca. Con questo post ho voluto accelerare verso di voi, gazze della peggior specie che fino all’ultimo istante vi siete cibate dei resti di poveri ricci già stirati sull’asfalto, rappresentanti volatili di una società senza memoria e terribilmente ingiusta. 

Riposino (veramente) in pace. Così sia.  

"Cielo y tierra pasaran, mas su palabra no pasarà" (Mt 24,35)

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venerdì 22 aprile 2016

Donare è libertà!



"Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva" (Luca 17,33)

Stefania si presentò in una domenica di luglio. Eravamo sul punto di chiudere i battenti, fare fagotto e andar via, un po' come gli ambulanti alla fine di una giornata di mercato. Era sola, salì le scale con la sua giovane e fresca leggiadria e chiese, con quella remota qualità un tempo chiamata educazione, "Buongiorno, vorrei donare!". Bisogna precisare che alcune donazioni d'estate si tingono di un rosso quasi messicano, hanno i tempi e i suoni blandi di una siesta. I volontari sperano, spolverano e archiviano. Medici, tecnici e infermieri chiacchierano e attendono l'ora del congedo. Tutto diviene gradualmente soporifero, il grosso dei prelievi si concentra nelle prime ore del mattino, in pochi sfidano l'afa delle 11 per provare a donare.

Stefania era sola, ripeto. Sola in una domenica d'estate, mentre la stragrande maggioranza dei suoi coetanei era probabilmente al mare, a rigirarsi nel letto con il ronzio della disco nelle orecchie o a scorrazzare in moto sbandierando la conquista della libertà estiva. Il volontariato non andrebbe analizzato per essere celebrato, ma queste situazioni meritano una lettura che supera la semplice registrazione di una giovane donatrice di sangue in una domenica d'estate.

Stefania era alla sua terza donazione. Le prime due, quelle liceali, le aveva affrontate in un contesto noto e sicuro, in mezzo ai suoi compagni di classe, in autunno e in primavera. Ha probabilmente beneficiato di un permesso e, anche se così non è stato, in ogni caso ha avuto il pubblico dell'istituto pronto ad applaudirla per il suo nobile gesto. Se l'AVIS avesse raggiunto le scuole negli anni della mia adolescenza, avremmo curato molte vite dall'egoismo. Sono sempre più convinto che le donazioni scolastiche siano alla base della formazione del futuro adulto e che molte di queste esperienze di volontariato e cittadinanza attiva andrebbero preparate tra le mura amiche di una classe.

In quel giorno d'estate, invece, Stefania non avrebbe avuto una platea, la mano stretta dalla compagna di banco seduta accanto al suo lettino, insegnanti pronti ad ammirare anche le sue doti extra-didattiche. Non avrebbe avuto crediti scolastici, né un permesso per tornare a casa in largo anticipo. Stefania era sola, era venuta a piedi, e avrebbe donato da sola in un camerone alle prese con una confusa fase di rapido sgombero.

Esiste un detto molto discutibile, più passano gli anni e più la gente sembra acquisire consapevolezza della sua apparente verità: "Nessuno fa niente per niente". Dove il primo far niente è l'azione da innescare, mentre il secondo niente è il tornaconto che, per i sostenitori del detto, è l'unica miccia che probabilmente accende i motori del mondo. Stefania, quel giorno, fece niente per niente, ne sono certo. Nessun rimborso, nessun premio in tasca, nessun passo indietro, nessuna espressione di paura sul suo viso, niente di niente. Stefania firmò le sue carte, con personalità andò incontro alla donazione di sangue, scacciò le mosche d'estate e compì il suo gesto con una personalità e una sicurezza disarmanti. A distanza di tempo, ho ancora chiaro quel ricordo e il ricordo di me che pensavo a lei come esempio per l'allargamento della futura consulta giovani: "E' la persona giusta, ha carattere, niente smorfie, scioltezza". Perché il bene si fa con scioltezza e senza clamori.

Ecco, il clamore. In un'era digitale dove lo "share" conta più del "make", sembra che fare del bene debba essere prima pubblicato e condiviso per poi essere effettivamente materializzato, concretizzato, attuato. Ho riflettuto a lungo sulla necessità di fotografarsi durante l'atto della donazione, con una sacca appesa che lentamente si riempie di vita da regalare a chi è meno fortunato. Per anni ho sostenuto l'idea che fosse un gesto fuori luogo, persino distante dai valori e dai principi di AVIS. Un gesto fariseo, se il bene si fa, gli altri devono quanto meno saperlo.

Oggi devo riconoscere di aver cambiato idea. Drasticamente. Esistono forze che hanno bisogno di essere respinte, contrastate, arginate. Esistono forze che comprimono i giovani verso modelli discutibili, inutili e a volte pericolosi. Perché se un giovane si fotografa senza mani al volante correndo ben oltre i limiti di velocità, con musica a palla e fumi vari nell'abitacolo, un altro giovane, il suo calviniano coetaneo dimezzato, non può fotografarsi disteso su un lettino impegnato nel compimento di una buona azione? Come vinceremo i mali e le follie del nostro tempo, se non adottando gli stessi strumenti di propaganda e visualizzando quanto bene da contrapporre possiamo produrre? E allora ben vengano i selfie della domenica mattina, rendiamo attrattivi i luoghi del bisogno, del volontariato, del dolore e dell'altruismo. Donare è libertà, libertà anche di farlo sapere agli altri.

Stefania, da allora, ha trascinato con sé nuove leve, che hanno conosciuto il viaggio, l'amore, la gioia di far parte di gruppi allargati a livello provinciale, regionale e nazionale. Dalle scuole superiori nuove volontarie, non ancora maggiorenni, si offrono di rinunciare alle loro passeggiate domenicali per accogliere i donatori. Il passaparola e il buon esempio creano fenomeni di replicazione impensabili.

Igor Cassina, noto ginnasta e testimonial AVIS, mi viene incontro per chiudere questo post di liberazione, con tutta la forza derivante dalle sue acrobazie. Igor ha detto: "Il fatto che gli altri non eseguano il mio movimento mi inorgoglisce parecchio. Eseguirlo mi ha consentito di vincere ad Atene. Non ci sono mezze misure: lo fai bene e arrivi lontano, sbagli e sei fuori". Igor non ha seguito la massa (sportiva) dei suoi avversari, è stata una voce fuori dal coro. AVIS, e la nostra società in generale, hanno bisogno di gente che al bivio sia capace e pronta a separarsi. Perché, sempre citando Igor, "...per quanto tu non abbia mai la certezza di ritrovare la sbarra, la sensazione del vuoto è bellissima".

"To promote the regular, anonymous, voluntary, non-remunerated gift of blood in all countries of the world" (Statutes of IFBDO. ARTICLE III - AIMS)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: Miriam Dalsgaard - Donatori di sangue danesi

venerdì 27 novembre 2015

No surprises

Tempo fa, in un’intervista, Francesco Guccini rimpiangeva il fatto di non aver scritto la canzone “Luci a San Siro”, scritta e musicata come noto da Roberto Vecchioni. Il suo tono ironico era quello del “…m’ha fregato, avrei dovuto scriverla io”. Anche io riempio spesso la testa di questi pensieri che, per quanto inutili, lasciano amare o belle verità, dipende dai punti di vista. Io, nella mia vita, avrei voluto scrivere solo una canzone, quella. Una canzone sfornata nel 1997 dopo una lunga lievitazione, l’anno in cui la mia vita cambiava drasticamente e mi proiettava in quella zona anagrafica caratterizzata da una presunta maturità ad oltranza. 

La canzone si intitola “No surprises” dei Radiohead. Inutile presentarla al mondo o commentarla, si sa già tutto di lei. Una cantilena fuori di testa, una musicalità dolce e perfettamente equilibrata. Nei periodi particolari della mia esistenza, ascolto “No surprises” come sedativo, recupero fiducia e dichiaro pubblicamente niente allarmi e nessuna sorpresa.

Quindici giorni sono trascorsi dalle stragi di Parigi. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per ribaltare una sconfitta maturata all’andata, per scoprire di essere incinta, per far seccare un albero fingendo un attacco batterico o fungino, per vincere un ballottaggio e tornare a vestire indegnamente una fascia tricolore. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per dire, chiaramente, di non aver capito nulla delle stragi di Parigi. Per mia natura non commento a caldo. Di solito non commento a caldo. Non l’ho fatto nei giorni di Charlie, non l’ho fatto il 13 novembre. Mi piace riflettere in silenzio e, se mi riesce, pregare. Mi piace parlarne con gli amici, per sentirci parte di un dibattito internazionale nel quale la voce delle periferie del continente sembra non avere spazi. Questa sera, però, alla chiusura del saluto di Parigi, sento che il mio blog, se davvero desidera parlare d’Europa, deve esprimersi in qualche modo e tracciare almeno il ricordo del mio pensiero sui fatti.

Partiamo dalle soluzioni, non dalle cause. Sarei molto presuntuoso se fornissi la mia versione delle motivazioni che hanno portato agli attentati di Parigi. Esistono cose molto più grandi di noi e delle nostre menti, ci sono fior di persone, studenti, politici e diplomatici che possono e devono dire la loro. E’ giusto riconoscere i propri limiti. Il popolo dei social è vittima dell’opinionismo take-away, si rimbalzano migliaia di post frutto dell’ignoranza e dello sconcerto, non della ragione. E questo è un secondo attacco al Paese che ha dato i natali all’Illuminismo.

La mia prima soluzione, e forse unica, è molto semplice. C’è bisogno d’Europa. Non è la sola Francia, è l’intera Europa ad essere stata offesa. Se siamo tutti con la testa ai fiori e alle candele che lentamente si spengono nei luoghi del sangue è perché, inconsapevolmente, siamo tutti europei, condividiamo il lutto di un altro stato come se fosse il nostro, partecipiamo al suo dolore perché avrebbe colpito noi tutti allo stesso modo. Il primo monito è quindi questo. Quando parlerete male del nazionalismo francese, dell’ozio greco, dell’imperialismo economico della Merkel, della xenofobia ungherese, ricordate che esistono mali peggiori e che l’Europa è un contenitore di pace e di crescita che andrebbe difeso sempre, senza se e senza ma. Alcune forze politiche settentrionali, nominarle mi provoca spesso il mal di pancia, ora sono tutte filofrancesi quando fino a ieri guerreggiavano per questioni di quote latte e formaggerie varie. In questi giorni i francesi che attaccano i “musulmani” in Medio Oriente sono bravi, un esempio per noi italiani, bisogna estinguere ogni minaccia proveniente da un Islam la cui moderazione non è stata mai provata. Fino a ieri la Francia rappresentava le logiche malate dell’Europa sul campo, oggi è una eroina coraggiosa che sposa la causa leghista (ecco, lo sapevo, iniziano i dolorini…) contro il male comune.

Molti hanno scritto che le stragi del fanatismo islamico in Nigeria, Kenya, Libano, etc. non interessano, non fanno notizia e si ergono a difensori di Paesi che soffrono gli stessi attacchi terroristici, senza avere la giusta solidarietà e supporto degli occidentali. Non sono d’accordo, condividiamo le stesse paure e preghiamo gli stessi morti, ma il mondo è ancora piccolo e le regole della prossimità che si costruiscono nei secoli ci fanno sentire più vicini agli amici d’Oltralpe che non alle madri degli studenti di Nairobi. Ma non per questo sono, siamo meno devastati. Saremmo degli uomini senza dignità umana se classificassimo l’importanza delle stragi sulla base dei contesti geografici in cui si verificano.

Il modello Europeo. Altro spunto. Lavorare, uscire nel fine settimana, sentire il profumo della libertà, amare la vita. E’ questo il modello che è stato attaccato, sono stati presi di mira i luoghi dello svago e dell’intrattenimento, i luoghi della socialità, del cibo, della musica e dello sport. E’ questo che fa male ai terroristi, non avere la stessa libertà mentale, la stessa sicurezza che gli uomini e le donne europee hanno acquisito prima di tanti altri. Probabilmente i terroristi sono più infastiditi dall’integrazione delle etnie nelle splendide città europee che dai missili lanciati nel deserto sugli avamposti delle vie carovaniere segnalati da bandiere nere. L’ho sempre detto, vestitevi di nero per eleganza, mai per politica.

Lascerei dormire serenamente Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, non erano profeti, analizzavano le cose del mondo liberamente perché il mondo lo hanno vissuto veramente e ognuno, dal mondo, estrapola quello che i suoi passi calpestano. Sono d’accordo con chi non vede uno stato di guerra in tutto ciò, l’Europa non deve essere in guerra con nessuno, la forza dell’Europa sono la sua gente e le sue regole. Quando acciufferemo i responsabili non taglieremo le loro teste per farne dei video da far girare sugli smartphone di figli ignoranti alla ricreazione, attratti dagli sbuffi di sangue alla Tarantino e non disgustati dalla violenza di quattro esaltati. Quando li acciufferemo, dimostreremo loro cosa significa essere umani, restare umani, il rispetto della vita è il nostro marchio di fabbrica, per quanto anche noi continuiamo a macchiarci di omicidi generati da bombe inutili.

Le bombe, appunto. Non condivido gli attacchi militari umorali. Sapevo che i francesi sarebbero partiti in quarta e avrebbero chiesto supporto ad un gruppo di alleati. Stiamo perdendo tempo e tanto denaro da destinare diversamente. Si stimano 80-100 mila “cittadini” dell’ISIS e affiliati (su 1,9 miliardi di musulmani). Pensiamo di ucciderli tutti? Pensiamo di ripulire la zona visto che abbiamo i mezzi per farlo? E quando saranno stremati, cosa ci aspettiamo? Che uno Stato che non esiste si arrenda? Che si convertano alla croce? Che svendano le tute arancioni al primo mercatino del mondo in qualche fiera di provincia europea? Ma soprattutto, che senso ha restituire i confini di partenza a Siria e Iraq, se poi sciiti e sunniti custodiscono e alimentano idee completamente diverse di come spartirseli? Per quanto anacronistica, perché non partiamo da quella formula un tempo denominata accordo di pace? I tagliatori di gole, i violenti, i nemici di Palmira, gli stupratori, saranno giustiziati secondo l’unica legge che tutti conosciamo, quella che non ammette la diffusione della cultura della morte e dell’odio tra le genti.

Questo non è il momento della divisione. Sara e Selma, le mie amiche musulmane di Casablanca e di Ankara, mi hanno scritto dei brevi messaggi di scuse, hanno pubblicato post in francese ed inglese sulle loro bacheche affinché gli occidentali sappiano che l’Islam non era nei loro corpi in quella notte. C’erano il denaro, il burattinaio, le droghe, il martirio e l’affannosa ricerca della gloria.

Un ultimo pensiero è per Valeria Solesin. Io amo le donne europee, lei è il simbolo di un’Europa che è splendida perché si contamina di anime e di idee, di sogni che si coronano tra Venezia e Parigi, in un atto unico di bellezza e cultura che abbiamo saputo costruire con tanta fatica e con tante visioni. Hanno detto di lei: “nata a Venezia, cresciuta in Europa”. La frase più bella letta e ascoltata in questi giorni di terrore. E un pensiero anche a Giancarlo Lo Porto, del quale so poco quanto niente, ma che stimo per il semplice fatto di essere nato a Palermo e cresciuto di sua spontanea volontà nei luoghi disagiati del pianeta. Per me i morti hanno lo stesso valore, non c’è bisogno di fare sempre confronti per ritagliarsi spazi di visibilità.

Per stare al mondo bisogna essere fluidi, l’Europa dovrà continuare a essere miracolosamente libera e fluida. Il Medio Oriente troverà la sua strada, prima o poi lo farà, è un suo obbiettivo. Non mi piace scrivere la parola obiettivo con due “b”, per quanto sia comunque corretto farlo. Le doppie appesantiscono, non hanno stile. Riposino in pace, tutti, niente allarmi e nessuna sorpresa. Io amo l’Europa, marchons, marchons…

"This is my final fit, my final bellyache with no alarms and no surprises" (da "No Surprises", Radiohead).

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