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lunedì 15 dicembre 2025

Come salvare una Salvarani

 

Musica Consigliata: Stay

Ci sono oggetti che ci guardano. Vivono immobili ed imperturbabili nelle nostre case, da anni, a volte da decenni, sempre nella stessa posizione. Oggetti che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno più alcuna funzione, eppure occupano posizioni di prestigio, in solenne esposizione nei luoghi atti all’accoglienza. Mobili, cornici, bomboniere, vasi, impianti stereo, prodotti tridimensionali di ogni genere che hanno fatto parte del nostro passato e che per una serie di infinite ragioni, capeggiate probabilmente dal dispiacere nel disfarsene, restano lì senza un reale significato. La cucina Salvarani Long Line è stata acquistata dai miei genitori nel 1973, nell’anno della loro unione. Un acquisto effettuato sulla carta, a catalogo, come spesso accadeva in quegli anni. Un acquisto importante, accelerato sicuramente da buoni ed esperti venditori, conclusosi in una fattura ingiallita tuttora conservata negli archivi di famiglia che riporta importi la cui rivalutazione monetaria dopo cinquantadue anni appare piuttosto complessa e stimolante in termini di impatto sulla retribuzione media e sul potere d’acquisto.

La nostra Salvarani ha subito la stessa sorte di tanti oggetti. Non ha chiuso fortunatamente la sua esistenza in un compattatore, discarica o inceneritore, ma è stata scomposta, parcheggiata e sfruttata come deposito di imballaggi, decori natalizi, ceramiche, antichi elettrodomestici, in un trionfo di sinergie dove contenitore e contenuto hanno condiviso per anni la stessa identica sorte: spegnersi lentamente a causa dell’obesità del nostro tempo, dell’obsolescenza delle cose, della moltiplicazione dell’inutile, della gravità e della complessità dei processi di smaltimento. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di staccare la spina, ad un mobile iconico per i miei genitori prima ancora di essere riconosciuto tale per la sua generazione. Iconico perché simbolo di un periodo della loro vita in cui costruivano il loro futuro, plasmavano il loro status, cavalcavano le loro ambizioni, con le energie e la voglia di fare tipiche di chi si svincola dal proprio nucleo familiare per provare a costruire qualcosa di nuovo e possibilmente di migliore.

La Long Line ha introdotto una serie di innovazioni, tra le quali: il Top continuo (introduce un unico piano di lavoro continuo parete-parete che elimina interruzioni visive e funzionali, migliora l’ergonomia e la pulizia delle superfici;  la Gola per l’apertura delle ante (ha portato all’eliminazione delle maniglie tradizionali grazie a profili in alluminio integrati, più puliti e meno invasivi); il Piano in Firon, un laminato curvo e indistruttibile (confermo); un Design lineare ed essenziale, che ha esaltato e proiettato nel futuro l’estetica contemporanea tipica del periodo, con linee pulite e una forte attenzione al rapporto forma/funzione nel contesto domestico degli anni ’70; l’influenza sul design delle cucine moderne, al punto da diventare un punto di riferimento sia come pioniera del concetto di elettrodomestico da incasso sia come ispirazione del concetto di modularità nei produttori di cucine. E tutto questo fiorire di soluzioni si ebbe nella provincia emiliana, lontano quindi dall’ultra celebrata culla milanese del design, lontano dai distretti storici come quelli brianzolo, toscano e friulano, e non per mano di mostri sacri come Ettore Sottsass, Joe Colombo, Gae Aulenti, Mario Bellini, Archizoom, Superstudio, Gaetano Pesce, Ugo La Pietra, che esploravano nello stesso anno di lancio della Long Line il futuro dell’abitare nella celebre mostra al MoMA di New York "Italy: The New Domestic Landscape", curata nel 1972 da Emilio Ambasz.

Mostra che, come ben scrive Silvana Annicchiarico in un articolo su Domus del 2022 (https://www.domusweb.it/it/design/2022/02/03/cinquanta-anni-dopo-italy-the-new-domestic-landscape.html), fu accolta con grande entusiasmo negli Stati Uniti per quel respiro profetico e lungimirante emanato dai progetti esposti, ma fu al tempo stesso criticata in Italia da chi, come il sociologo Francesco Alberoni, percepiva in quella vetrina “una teoria slegata da una prassi, prodotti senza marketing né mercato, un’offerta che non era stata sollecitata da una reale domanda”. E anche in questo la Long Line, probabilmente, mise d’accordo tutti, sia nelle profezie che nella risposta del mercato costituito da giovani coppie che, come i miei, intercettarono fin da subito l’eccellenza e la bellezza di quel sistema.

Così è nata l’operazione di salvataggio. Un prodotto con queste caratteristiche poteva terminare smembrato nei cassoni di una piattaforma ecologica? No. Meritava uno spazio espositivo, una teca, una cornice che sancisse il passaggio da prodotto industriale ad opera d’arte contemporanea, meritevole di aver superato il tempo, le mode, le stagioni, le tendenze e anche la scure consumistica degli uomini. Con grande sorpresa ci siamo accorti che la Long Line non aveva bisogno di manutenzioni straordinarie né di lifting accurati. Un po’ come le donne del secolo scorso, belle, rosee e idratate fino all’ultimo respiro senza ricorrere alla chirurgia estetica. Ricomporla è stato un viaggio mistico. Il progetto architettonico doveva in qualche modo intervenire sugli aspetti di sicurezza, al punto da obbligare la sostituzione (con profondo rammarico) del forno Salvarani a pomelli tondi, del frigo ad incasso REX o del piano cottura in acciaio già provvisto ai tempi di piastra elettrica. Ma ciò che ci ha realmente sorpreso è la robustezza complessiva dei moduli, la tenuta delle cerniere e la resistenza dello scolapiatti con tanto di marchio centrale in evidenza, nonché quel timido accendersi della cappa, perfettamente funzionante, con la sua fioca lampadina alogena nascosta in un androne a 45° di plastica opalina.

La Salvarani, nel suo color marrone che da solo potrebbe raccontare gli interi anni settanta, meritava una cornice che rimarcasse la scelta ambientale operata. Quale miglior colore, quindi, di un verde lapidaria (lo abbiamo definito così dal nome della succulenta che ne esprime tonalità cangianti dal grigio all’azzurro), superfici vegetali germogliate da un solido tronco con mezzo secolo di cerchi, in una rappresentazione astratta e totale dell’albero. Una cornice con cassetti perimetrali che sposano il passo originale delle ante e si allineano ai moduli grazie alle tecnologie laser di misura e posizionamento. Il tutto creando un gioco di luci ed ombre generato da elementi a sbalzo o leggermente avanzati, opportunamente attrezzati con profili LED pronti a rivitalizzarne le superfici in un trionfo di recuperi architettonici rubati alle metodologie di active ageing.

Se oggi dovessimo interpretare in chiave teorica il recupero e la valorizzazione della Long Line all’interno di un nuovo progetto di interior design, potremmo dire con certezza che è stata un’operazione pienamente coerente con i principi del Regolamento UE sull’Ecodesign e con gli obiettivi della tanto agognata Economia Circolare. L’intervento ha evitato la produzione di nuovi arredi, prolungando il ciclo di vita di un prodotto esistente e riducendo l’impatto ambientale legato all’estrazione di materie prime, ai processi produttivi e allo smaltimento dei rifiuti. Inoltre, la riqualificazione di componenti originari attraverso la riparazione, l’aggiornamento funzionale e il riuso di materiali, si allinea ai requisiti europei su durabilità, riutilizzo, riduzione dei rifiuti e efficienza delle risorse, rendendo il progetto un esempio concreto di applicazione dei principi di ecodesign nel settore dell’arredo. Ma tutto ciò è stato possibile solo perché, chi ha concepito la Long Line, lavorava con questi canoni e non basava la propria attività di impresa sulla bulimica sostituzione degli arredi obbligata dall’introduzione accelerata di nuove tendenze o dall’abbassamento progressivo della qualità di materiali, componenti e assemblaggi.

L’immediata riflessione che ha generato in noi questo approccio è stata: di cosa vivranno le aziende, come si sosterranno economia e occupazione se tutti provassero a recuperare o prolungassero oltre i cicli programmati la vita utile degli arredi? Quale sarà il destino delle produzioni italiane ed europee, già in bilico per gli scenari di incertezza, il cambiamento dei modelli di business, la riduzione del potere d’acquisto dei consumatori, la concorrenza internazionale e le produzioni low-cost? Potevamo con un nuovo acquisto per i nostri pochi metri quadri da allestire, contribuire a salvare un posto di lavoro, a dare segnali di fiducia del mercato, a sollevare un venditore dall’ansia di un budget ancora da raggiungere? Noi abbiamo sempre creduto nelle gocce che aiutano i vasi a non traboccare, ma abbiamo anche visto quanto marcio esiste in alcuni mondi manifatturieri, quanta scarsa attenzione si riserva alla salute e alla reale assistenza dei clienti, quanto progetti scintillanti sulla carta conducano poi a vere e proprie odissee nelle installazioni e nell’uso. E allora hanno vinto il cuore e l’ambiente, meglio una buona Salvarani ricca di valori tramandati che un laminato scollato su MDF imbarcato al primo normalissimo versamento d’acqua.

La Salvarani, sulla base della mia esperienza e dei frequenti viaggi in luoghi remoti come le comunità appenniniche e i piccoli borghi del Belpaese, conserva probabilmente un altro primato. La presenza di insegne nei pressi di piccoli negozi d’arredamento, chiusi da tempo o ancora miracolosamente aperti. A distanza di oltre quarant’anni dalla cessazione delle attività economiche dell’azienda di Baganzola, quelle insegne sono ancora lì, presidiano vetrine impolverate gestite da canuti commercianti che conservano ricordi meravigliosi di quegli anni. Uno di loro mi confessò che avrebbe smantellato quell’insegna solo nel giorno della cessazione dell’attività. Un addio nell’addio. Con le Salvarani aveva costruito case e fatto laureare i suoi figli, riempiva le tasche di banconote meticolosamente arrotolate negli elastici verdi, erano miniere di affari che meritavano una riconoscenza eterna. Emblema di quel modello economico che un tempo chiamavamo progresso, dove tutto sembrava oleato alla perfezione, dall’idea al mercato, e dove ogni crisi veniva superata (come scriverò più avanti nella citazione di Giovanni Salvarani) anche grazie ad una buona dose di irresponsabile ottimismo.

Oggi, nel giorno dell’anniversario di matrimonio dei miei genitori, la Long Line si staglia imponente in tutta la sua ampiezza fisica e metaforica e i nostri figli la vivono come fosse figlia del loro tempo, senza sapere che ha già bollito ettolitri di latte per altre generazioni prima della nanna. Restaurarla, non per vanto espositivo ma per utilità, è stato anche un omaggio alla sensibilità, ai sacrifici, ai sogni che i nostri genitori hanno riversato in questo prodotto nel 1973. E mi piace pensare in questa notte, mentre tutto si acquieta e i nostri profili sono a malapena sagomati dal bagliore di una lampadina integrata nella cappa, che spesso nella vita vince chi resta. “Stay, and the night would be enough”.

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Da una breve riflessione di Giovanni Salvarani sul suo profilo Linkedin:

La cucina componibile Long Line della Salvarani è uscita all'inizio degli anni 70. È ancora esposta al MOMA, Museo di Arte Moderna di New York. C'è chi dice che rivoluzionò il modo di concepire la cucina, c'è chi dice che dopo quasi cinquant’anni è ancora bellissima, perfetta e funzionale, c'è chi ancora racconta di come fu ideata e concepita all' interno dell'azienda, c'è chi racconta come questa cucina finì per arredare migliaia di case e residence in giro per il mondo. Tutto vero, ma pochi sanno che il segreto di questo grande successo fu dovuto principalmente alla genialità, alla passione per il proprio lavoro e alla costanza nell'affrontare sacrifici e difficoltà di Renzo Salvarani. Era il 1948 quando Renzo Salvarani allora ventiduenne, si trovò a dover portare avanti una famiglia di sette fratelli, dopo che il padre era partito per l' Argentina in cerca di fortuna, lasciando sulle sue spalle una montagna di debiti. In dieci anni, con tanto lavoro, tanto irresponsabile ottimismo e tanti amici, Renzo Salvarani riuscì a costruire la più importante industria del settore e ad esportare i propri prodotti con successo in tutto il mondo”.






venerdì 8 settembre 2017

Il Dyrrachino


Musica consigliata: On a Cloud, Jean-Philippe Rio-Py

È la prima cappella sulla destra. Distratto, di corsa, turbato, felice, impreparato, emozionato, da oltre 35 anni ci passo accanto per andare fino in fondo, per indossare un abito bianco da piccolo chierico o per imbracciare una chitarra che stenta a raggiungere livelli accettabili in materia di musica liturgica. Ci passo accanto nei giorni d'afa, dove è più facile contare le mosche che i fedeli, ci passo accanto nei giorni di temporale, quando una luce fioca accende quel tanto di mistero e di intimo raccoglimento che basta attorno all'urna delle sue reliquie. Francesco era un uomo europeo. Ha attraversato l'Adriatico settecento anni prima della mia traversata, da Durazzo a Brindisi, probabilmente senza mai più farvi ritorno. Un fraticello albanese che sbarcava in pieno basso medioevo, settecento anni prima dei suoi fratelli disperatamente ammassati sulla nave Vlora. Un uomo europeo pronto a lasciare i Balcani per entrare nella penisola culla del monachesimo. Francesco da Durazzo è l'unico beato che probabilmente non è stato mai beatificato, un po' come quelle tate sterili che crescono figli degli altri e che finiscono per essere chiamate mamme. A dimostrazione che nella chiesa, anche se non riconosciuto, un titolo lo si può acquisire anche per merito. Il culto di Francesco, negli ultimi anni, ha registrato una graduale ripresa, merito di parroci, associazioni, studiosi (alcuni dei quali citati nelle etichette di questo post) in grado di comprendere che ogni chiesa dovrebbe valorizzare il Sanctus Loci, attraverso la liturgia, la cultura, le arti. Con Giovanna abbiamo pensato di offrire un nostro piccolo contributo alla causa immaginando anche una sua produzione culinaria, da buon cuoco qual era. Un dolce italo-albanese, la cui ricetta è inventata di sana pianta e che non ha alcuna pretesa di essere spacciata come clamorosa scoperta di un manoscritto dell'epoca. Un dolce povero, capace di valorizzare alcune produzioni agroalimentari locali come noci e fichi neri di Oria da un lato, miele e tè albanese dall'altro. Lo abbiamo preparato, lo abbiamo testato. Niente male, sicuramente migliorabile.
Esistono in ogni regione d'Italia esempi interessanti di prodotti dolciari ispirati o dedicati ai santi venerati in città, dai biscotti di San Valentino, alle zeppole di San Giuseppe, al Dolce Santantonio. Siamo proprio sicuri che vogliamo continuare a offrire nelle nostre pasticcerie il Wafel belga, i Macaron francesi o le Krapfen austriache? Di quale specialità parleranno i nostri figli o i viaggiatori una volta fuori dai confini dell'agro oritano? Il cibo, inoltre, veicola molto più dei libri informazioni, notizie storiche e miracoli (vedi le YEMAS di Santa Teresa d'Avila). Quale strumento migliore di un dolce, quindi, per diffondere il culto di un beato venerato nella parrocchia di San Francesco d'Assisi? Il marketing, cucinato bene, ha potenzialità impressionanti. La ricetta de "Il Dyrrachino" ha ispirato un racconto giallo, a sua volta collegato ad alcuni fatti tramandati nel tempo sulla vita dell'umile fraticello albanese. Domenica 10 Settembre, al Festival della Letteratura di Mantova, qualcuno parlerà di Francesco da Durazzo nella Sala degli Stemmi di Palazzo Soardi. Confidiamo nella sua benedizione per continuare a sottrarre all'oblio la figura "ti lu biatu" alimentandone devozione e conoscenza.

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"Il Dyrrachino" è tra i 10 finalisti della quindicesima edizione del premio letterario nazionale "Coop for Words" (530 opere in concorso), nella sezione "I Sapori del Mistero". Quasi ignorato dalla giuria popolare, il giudizio è stato poi ribaltato dalla giuria tecnica presieduta da Carlo Lucarelli, avendo un peso specifico maggiore (almeno così precisa il bando). Condivido con i lettori in link al racconto e la ricetta per la preparazione del dolce ideato da Giovanna.


RICETTA


Ingredienti per 6 monoporzioni - 200 g. di riso; 600 ml. di acqua; 100 g. di zucchero; 400 ml. di latte; 50 g. di amido di mais; 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna albanese); 6 fichi neri di Oria; 100 g. di granella di noci; Miele albanese q.b.

Preparazione - Portare ad ebollizione 600 ml. di acqua, togliere dalla fiamma e aggiungere 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna). Lasciare riposare per 5 minuti. Filtrare e versare il riso nel tè bollente e cuocere fino ad assorbire tutto il liquido. In una ciotola mescolare latte, zucchero e amido di mais. Aggiungere il composto al riso e far cuocere ancora 5 minuti. Infine, preferibilmente in bicchieri trasparenti, formare degli strati a piacere di riso, fichi neri di Oria, granella di noci e miele albanese. Lasciare riposare il dolce monoporzione per almeno 2 ore a una temperatura di 4-5 °C. 

"In realtà dunque Oria elevò agli onori del culto e della venerazione non un suo figlio ma un forestiero che veniva addirittura da un'altra nazione. Tanto era grande la fama di frate Franesco da Durazzo che, al pari di quello che succede a Padova quando si parla di S.Antonio si usa semplicemente dire <<il Santo>>, a Oria, <<lu biatu>> era ed è solo e soltanto il beato Francesco da Durazzo". (P.Spina)

Un grazie particolare a:

Pasquale Spina, per aver dato importanza a un frate sconosciuto ai più e per aver sostenuto quel progetto di valorizzazione del culto del Beato conclusosi con la stampa di una pubblicazione bilingue, negli anni in cui l'Albania era la Libia dei giorni nostri e il temuto straniero veniva dal Paese delle aquile.

Anna Galante,  per il suo operato in Albania e per l'amore incondizionato verso questa terra dirimpettaia. Grazie, inoltre, per aver fornito il tè e il miele albanese utilizzati nella preparazione de "Il Dyrrachino".

Don Domenico SpinaPierdamiano Mazza, per le iniziative attuate negli ultimi anni a difesa della memoria del beato e per aver fondato un coro a lui dedicato. Tibi Chorus Concinat. 

Francesco Pignatelli, per avermi fatto approdare per la prima volta a Durazzo, quando sbarcare in quel porto in un giorno di pioggia era come attraversare le strade di Calcutta in un giorno di precipitazioni monsoniche. Ricordo ancora la valigia trascinata nel fango e il fuoristrada che ci condusse non senza difficoltà nella provincia di Lezha. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "Coppa di Dyrrachino scivolata a destra" - Ubaldo Spina 2016





mercoledì 12 aprile 2017

Visso mi ricorda istintivamente Venezia


Musica consigliata: Blowing in the wind, Katie Melua

Il presidente del Comitato-Sede Locale della Croce Rossa Italiana ci accoglie nel suo ufficio. Qui, nelle valli appenniniche, sembra intento a rispondere a montagne di email. É circondato di aggeggi per le telecomunicazioni come fosse nel mezzo di una legione francese sperduta tra le dune del deserto nordafricano. Ricorda la nostra telefonata, ci pensa un po’ e prima di ricevere il dono, ritiene opportuno farsi una chiacchierata e non ridurre il nostro tragitto a una semplice consegna postale. Ci trasferiamo in un’altra casetta, attigua, stesso legno, stessi impianti elettrici a vista, stessa parvenza di precarietà. Un gruppo di volontari prepara il pranzo della domenica a pochi metri dai letti a castello incolonnati in un corridoio, stretto, come stretta, strettissima, è la possibilità di privacy di chi usufruisce di questi giacigli. Un televisore al centro, casse d’acqua ovviamente Nerea depositate in un angolo, una stampante solitaria, una tavola dove probabilmente cittadini, commissari, politici e volontari trovano il giusto spazio per confrontarsi sul destino dei vissani. Molti giorni dovranno attendere per assaporare nuovamente il sapore della normalità.

Il presidente, in una rapida autoanalisi di fronte a due perfetti sconosciuti, ci confida che solo in questi ultimi giorni sta realizzando di essere un uomo, di avere una famiglia, di scoprire che il peggio non è stato tanto quello dell’emergenza affrontata da volontario, ma del silenzio che sale pian piano a distanza di pochi mesi. L'abbraccio collettivo nel mal comune, le buone parole per tutti, la stimolazione permanente a non abbandonare le speranze di ricostruzione, si stanno esaurendo lentamente al pronunciarsi di una coscienza che lo interroga sull’uomo e sul padre che sarà. “Anche io distribuivo salumi, ma ora non ho più niente, andate da Pettacci!”. Visso è stata costruita su palafitte da un architetto che pare abbia lavorato anche a Venezia. Cosa colleghi le lagune venete all’Appennino marchigiano mi è ignoto, come ignota resterà questa assurda connessione tra le tecniche costruttive compatibili sia con le pietre d’altura che con le sabbie di mare. Visso è la porta del parco dei monti Sibillini, quel parco che (sempre a detta del nostro presidente) ha più tolto con i suoi veti che dato con le sue protezioni. Se un montanaro taglia un albero a Visso non muore nessuno, se un sindaco lo taglia a Roma è giusto che la gente protesti. Il montanaro conosce la montagna e le sue leggi, continua in questo discutibile ma comunque onesto discorso di sopravvivenza, non si possono richiedere autorizzazioni anche per l’abbattimento di un albero secco. “Pensate che il figlio di un cittadino di Visso, stanco di Roma e della vita metropolitana, è tornato qui da qualche tempo e gestisce malghe estese per oltre 50 ettari. Ha costruito un caseificio, lo ha riempito di presidi e marchi di qualità, lavora e produce in quota. Da quando coltiva la terra lassù in alto, a Visso abbiamo l’acqua anche d’estate. Perché la terra trattiene l’acqua e la filtra lentamente, la roccia la butta giù con velocità e violenza e una volta passata è persa per sempre”. Non so se le cose vanno proprio così, né se ho interpretato esattamente il suo pensiero geologico, ma il fine è la dimostrazione che l’intervento dell’uomo sul creato non sia poi sempre così dannoso. 

Visso è dimenticata. Poco più di 1200 abitanti, hanno terminato le ricostruzioni obbligate dal terremoto del 1997 solo pochi anni fa. Alla scossa di agosto hanno retto, a quelle di ottobre amen, macerie, sconforto, nuova ricostruzione all’orizzonte. Ma almeno non hanno seppellito nessuno. Visso è dimenticata, perché non venera il patrono d’Europa o perché non ha mai pensato di condire la pasta con pomodori, guanciale e pecorino fresco. In altre parole ha il santo debole e la pasta comune. Eppure è lì, nascosta tra i Sibillini, che intanto luccicano sulla nostra gita fuori porta grazie a lame di pareti innevate, comunque sofferenti a causa di eccessivi tepori marzolini. Visso ha la farmacia con i condom esposti come figurine sulla finestrella del container, il bancomat ricavato sul lato minore dello shelter. Sarà un invito, forse non del tutto casuale in termini di posizionamento dei servizi, a consumare sesso e soldi, uno dei tanti mix che potrebbe servire a una popolazione frustrata dagli eventi per ripartire. Gruppi di militari infilati rigidamente in possenti anfibi esclamano un fragoroso “Mondiale!” dopo aver assaggiato un panino con bracioletta cotta alla piastra di un furgoncino. Almeno in questa dichiarazione Visso può sperare che il proprio urlo sia di portata internazionale. Peccato non faccia neanche eco, perché tutto si disperde in una sottile rassegnazione. Visso è tutta zona rossa, ma si circonda di forze dell’ordine, di curiosi della domenica, di un viavai insolito di uomini sorpresi a registrare i luoghi dove il tempo si è fermato, dove gli antichi negozi espongono ancora roba invernale, come se domani fosse un 27 ottobre rinviato a causa di improvvisi spostamenti dell’asse terrestre. 

Giovanna dona il piccolo contributo raccolto in ricordo dei suoi parenti recentemente scomparsi. Egidio e Nicola vivranno qualche ora nei pasti serviti nella mensa dei vissani, molto meglio che morire in un portafiori d’acqua puzzolente in una cappella di cemento del nord brindisino. Facciamo le foto di rito, con tanto di stretta di mano presidenziale, come se avessimo firmato un assegno per la ricostruzione dell’intera comunità entro l’estate. Non servono per alimentare un blog fariseo, ma per ricordare una giornata che merita un ricordo. Ci inviteranno, come tutti coloro che si sono ricordati dei vissani, a una festa estiva al santuario di Macereto, per ringraziare chi si è addentrato nel cuore roccioso delle Marche per abbracciare l’Italia dei piccoli comuni e salvarli da principi di spopolamento. Rientriamo a casa, cosparsi di frammenti di pace, con la bisaccia vuota traboccante di tutto perché, dicono, “ciò che doni è tuo per sempre”, liberi come al rientro da una visita inaspettata ad una casa di riposo la domenica pomeriggio, ricchi per aver trascorso del tempo ad ascoltare storie di uomini in difficoltà. La famiglia di Giovanna mi ha insegnato il concetto delle opere di bene che sostituiscono i fiori. E dell’importanza di consegnarle di persona, le opere di bene, in barba al triste anonimato di un bonifico o di un sms destinato ad alimentare il finto entusiasmo di un presentatore esaltato dall'accumulo progressivo registrato dai calcolatori televisivi. Abbiamo bisogno di rapporti, prima che di monete. 

Lasciamo la memoria di Egidio e di Nicola in queste valli. Nel frattempo appendiamo i nostri ricordi a un portasalviette sospeso al primo piano di un bagno che non c’è più. Fischer e piastrelle hanno retto e sono lì a tracciare i confini di uno spazio un tempo dedicato alla pulizia. Mi perdo nella verticalità di questo crollo, le case sezionate sono scheletri in decomposizione, fanno sempre un certo effetto. 

"Il miracolo è questo: più condividiamo, più abbiamo". (L. Nimoy)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Illustrazione: "Visso" - Ubaldo Spina 2017



lunedì 5 dicembre 2016

BLU,APP


Musica consigliata: L'oceano di silenzio, Franco Battiato

"Un oceano di silenzio scorre lento,
senza centro né principio,
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce che illumina,
i miei pensieri neri".

BLU,APP è un piccolo contributo, mio e di Giovanna, al progetto "Da casa nasce casa", l'iniziativa della Delegazione ADI Puglia e Basilicata a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia. Una casetta dipinta di blu con una porta bianca, aperta e popolata di gente. Al suo interno compaiono nuovamente gli uomini, con le loro speranze di ritorno a una vita normale e le grandi sofferenze cui non potranno sottrarsi prima di un definitivo superamento dell'emergenza. Abbiamo così rappresentato l'uomo in preghiera, che recepisce le grida alle sue spalle e le traduce in richieste d'aiuto, alcune verso il cielo, la restante maggioranza al livello del suolo. Abbiamo rappresentato un uomo che sembra ancora in attesa di essere estratto dalle macerie. E poi ci sono gli uomini che invitano ad entrare, simbolo del ritorno dei viandanti e del recupero dello spirito di accoglienza, e uomini appesi alle promesse, ad altri uomini, alla speranza di una natura clemente nell'inverno che avanza. In ultimo ci sono gli uomini che piangono, le lacrime che appartengono a ogni tragedia e spesso la rendono universale, in quella improvvisa immedesimazione che accomuna gli uomini ai propri simili. Il nostro augurio, il cuore del progetto, è il ritorno della luce in ogni abitazione colpita dal sisma, un mini LED centrale rispetto a ogni desiderio, acceso e protetto da una finestrella trasparente. La luce renderà vive queste comunità sotto un cielo notturno colorato di blu e ci farà sentire il tepore dell'aggregazione quando rivedremo da un'automobile in corsa quei paesi abbarbicati sulle pendici dei monti, splendidi nelle loro armoniche composizioni viste dal basso di una carreggiata. Solo allora sapremo che l'Appennino non è morto. La sua tenacia avrà salvaguardato quei valori di vicinanza, lentezza e poesia che tutto il mondo ancora ci invidia.

BLU,APP è una delle settanta casette decorate da artisti, designer e architetti in esposizione al MUST di Lecce dal 13 al 15 Dicembre 2016. L'asta benefica è prevista il 16 Dicembre, il ricavato sarà accreditato direttamente sul conto della Croce Rossa Italiana. La gallery è disponibile al seguente link de "Il Corriere della Sera - Living".

"Gli abitanti del vecchio paese non hanno avuto questa tenacia. Dopo la tragedia si sono disgregati, hanno aperto vuoti nel mosaico sociale...La forza generata dallo stare l'uno accanto all'altro è andata distrutta. Chi ne ha fatto le spese, dopo oltre quarant'anni, è stato il vecchio paese. Sta crollando giorno dopo giorno, inesorabilmente, tetto dopo tetto, muro dopo muro, gli uni addosso agli altri. Amen". (Mauro Corona, I Fantasmi di pietra)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 27 gennaio 2015

Nell'ora di educazione fisica mangiavo i cracker


Musica consigliata: The Crossing, Yann Tiersen

Io non so scrivere. Ma per te ci proverò.
Esistono ancora paesi la cui vita scorre e si completa sul bordo di una strada principale. Non una strada qualsiasi, ma una delle strade più belle di Puglia, la Strada Statale 16, una dolce ferita di asfalto protetta da cipressi, miracolosamente dritta tra ulivi secolari, carrubi e varchi di calce bianca senza cancelli che aprono percorsi sterrati verso masserie isolate. Una strada che attraversa più frazioni, regalando al passante i gioielli di Puglia, il mare alla sua destra, le colline alla sua sinistra, le piane nel suo centro (partendo da Sud, naturalmente...).
Speziale. Un nome che sa di pulizia, di aromi, di Oriente, di cucina, di vegetazione, di Marco Polo. Un nome profumato e prezioso. Nella vita ti puoi invaghire di una donna, ma anche i luoghi che l'hanno vista crescere hanno la loro importanza nel processo di avvicinamento. Si ricorda più facilmente un viso nel tramonto di masseria o nella nebbia di una periferia metropolitana? Per quanto l'amore non guardi spesso in faccia il contorno delle cose, la proiezione del contesto sul viso della propria amata moltiplica il desiderio e la sensazione di bellezza.
Le frazioni, a dispetto del loro nome, sono luoghi dove ogni cosa è unica e indivisa. La chiesa, il tabacchino, il bar, la trattoria, la fontana. Tutto preceduto da articolo determinativo singolare, quello che gli inglesi usano per le persone o per gli oggetti caratterizzati da una particolare unicità, The Sun, The Moon, The Voice, The (..). Le frazioni sono luoghi dove puoi spiare tutto, come se tutto fosse di carta, le voci non hanno barriere e le famiglie sono allargate al punto tale che tutto il borgo è famiglia. Le frazioni sono pettegole, indiscrete, chiacchierone, direte...ma sono anche esempi perfetti di vita comunitaria, di scambio di beni, di supporto reciproco. Chi vive in una frazione non dovrebbe soffrire di solitudine, qualcuno busserà sempre alla tua porta, magari a mezzogiorno con un piatto fumante confezionato in strati di carta stagnola, forse avanzato, forse preparato appositamente o forse, semplicemente, donato al vicino come gesto comandato dalle buone regole della prossimità. Speziale sembra non avere nulla, ma ogni volta che attraverso questo luogo nulla sembra mancare per lo scorrere regolare di una esistenza felice, positiva e dignitosa. Ha i suoi punti di riferimento così definiti che un paese di medie dimensioni potrebbe sembrare quasi una giungla. Speziale ha tre strade e tante prospettive. Speziale è casa mia, è casa di tutti.
Ho molte cose da dirti in questo giorno. Sento ancora dentro di me quel battito pulsare al varco delle tue colonne, nel tramonto di Agosto, accolto da un concerto di cani in festa e da uomini anziani seduti silenziosamente nell'attesa della sera. Anziani di antica cortesia, quella che come direbbe Guccini ti un piacere assurdo, che si alzano stancamente dalle sedie per venirti incontro a passo lento e stringerti la mano. Ed è in questi gesti che tutto ha avuto inizio, e mentre guardavo gli angoli di passato impolverati nella storia di Zacchieri, vedevo muoversi la tua splendida giovinezza, con sorrisi a distanza e segnali di fumo, quasi a volermi dire di non dare troppa retta alle generazioni over.
In questi mesi molte cose mi sono entrate sottopelle. I tuoi tre nomi, le tue conversazioni notturne, la tua autorità, le tue pause, le tue rinascite. La tua guida sicura, la tua determinazione, la tua profonda conoscenza di molte vicende umane. Credo di aver svegliato qualcuno dentro di me, da quando ti conosco. E di averlo lavato, centrifugato e steso per bene al sole degli ultimi lembi della provincia di Brindisi.
Perchè mi piacciono le donne come te, concentrati di mistero da scovare in angoli sperduti, siano essi bettole o paradisi terrestri, da rincorrere su scale anguste ricavate in volte a botte cinquecentesche. Mi piacciono le tue distese infinite dove rabbia e dolcezza convivono come se nulla, nella loro atroce differenza, fosse. Mi piace come chiudi le tue giornate, affilando le lame estratte durante il giorno e accompagnando al riposo uno spirito mai domo. Mi piace la tua pace, infine, e il tuo lungo sognare.
Oggi è il tuo compleanno. Il nostro primo compleanno. Dicono che un regalo di compleanno possa essere fatto di gemme e gioielli preziosi, ma è troppo semplice comprare qualcosa scolpita da altri. Volevo modellare per te la pasta del mio meglio. Io non so scrivere, lo so, ma per te ci ho provato. Abbi cura dei tuoi sogni e della tua bellezza. Auguri, bacio bacio...

Dedicato a Giovanna Rubino Amati, donna di Speziale.

"Quando l'amore vi chiama, seguitelo, anche se ha le vie ripide e dure...L'uomo muta nelle esigenze, ma non nell'amore" (da "Il Profeta" di K.Gibran)

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venerdì 27 giugno 2014

"...ma il secondo topo si becca il formaggio!"


Musica consigliata: Giugno dov'eri?, Perturbazione

14 Giugno 2014

Ho sempre festeggiato questo giorno. E' la mia celebrazione preferita dal 2008. E' la giornata mondiale del donatore di sangue, WBDD, l'acronimo per eccellenza per una marea di giovani impegnati nelle blood donors organizations. Ho trascorso il mattino a montare lampioni in stile per togliere sorgenti fluorescenti anni ottanta da un prospetto ottocentesco. Con esiti non lusinghieri, certo, ma dietro ogni grande risultato è necessario accumulare decine di insuccessi. Mettiamola così, sono ottimista a sette giorni dall'estate astronomica. Stasera devo parlare in pubblico. In una tavola rotonda, come si usa dire, che quasi sempre rotonda non è. Non avrò Sir Lancillotto Del Lago al mio fianco, ma qualche esperto internazionale in quella disciplina che in qualche modo ha deciso di invadere la mia vita, nel bene e nel male. Stasera, quindi, devo parlare di design in pubblico. Nel frattempo ho una ragione in più, una Ginevra, quelle persone che sai che esistono, ma che per esplosione disorganizzata dei percorsi di vita non ti è stato mai possibile conoscere. Ricordo una storiella interessante di un ubriaco smarrito nel mezzo del Paese che osò dire: "Ci eti veru ca la Terra gira, casa mia ha passà ti quani..." E si piantò in quel punto esatto della via in attesa che la rivoluzione galileiana fosse di aiuto anche per lui. Nel mio caso la Terra ha girato per davvero e senza particolari sforzi è stato piacevole ritrovarti. Ci siamo intrecciati come glicine in questi anni e siamo saliti ai piani superiori, chissà, ora proveremo a divenire pergola e ad ombreggiare un po' della nostra meritata pausa.
Cosa ho imparato da questa tavola rotonda? Che le tradizioni si inventano. Che bisogna tornare alla centralità della persona, perchè una persona può far diventare un progetto mediocre un grande progetto. Che marketing e comunicazione si sono appiattiti al punto tale da sembrare quasi la stessa cosa. Che un cinese non produce male per indole, ma per sfogo..."se tu pagale come dici tu, io lavolale come dico io! Se tu pagale come dico io, io lavolale come dici tu", pare sia stato detto agli occidentali a più riprese. Ho imparato che tra design e Vangelo esistono fior di contaminazioni, del tipo "Chi è senza copiatura, scagli la prima pietra!". Che i tedeschi non amano chi si sbilancia con troppe promesse, che ai Giapponesi bisogna saper parlare in modo sommesso (questo lo sapevo grazie anche al praticantato svolto a fare inchini alla gente di Sapporo), che il Made in Italy è tra i primi 5 marchi riconosciuti al mondo e se la gioca con nomi del calibro di Apple, Visa, Microsoft, etc. Ho imparato che quando voglio, ho qualcosa da dire anche io, con sicurezza, con scioltezza. Ma soprattutto ho imparato quel detto americano: "Il primo uccello della mattina si becca il verme, ma il secondo topo si becca il formaggio!". Ovvero? Di cosa stiamo parlando? Di una metafora per chi vuole fare business negli Stati Uniti, una riformulazione originale dell'uovo oggi e della gallina domani. Non so, sono confuso. Meglio arrivare primi e fare piazza pulita, o lavorare con pazienza, anche accontentandosi, per ottenere il massimo della posta e per lungo periodo? Non so, bisso la confusione. Di certo il secondo topo è quello che arriva dove gli altri hanno aperto una strada, magari sfiorandoli sghignazzando mentre si dissanguano al centro di una tagliola. E quindi? Oppure non ho capito niente, ipotesi diversamente probabile.
Cosa aggiungo dopo questa sera alla mia idea di design? Che la Puglia continua ad essere una terra fertile, tanto fertile da subire i primi attacchi di colonizzatori milanesi pronti a dettare legge con regole e strumenti nuovi quanto un televisore a tubo catodico. Aggiungo che il design regola tutto ciò che ci circonda, perchè è necessario come l'alimentazione e guarisce più della medicina. Aggiungo che non ho ancora una mia definizione di design, e che quindi mi rimetto alle parole di Kostantin Grcic: "...quando creo lo faccio per la gente, non per un'entità astratta o per il mercato, ma per la gente vera, quella che conosco e che amo".
Cosa ho imparato da questa sera? Che non esiste bellezza più stimolante dell'operare in un presente fragile e che valeva la pena cercarti. Spero che di me non ricorderai solo un presepe bianco. Giugno, dov'eri?
...
"Una donna che si nasconde nell'auto di un uomo alla Mezzanotte del lunedì non sarà mai la madre dei miei figli. Possa il Signore guarirti dentro e fuori". (A.Topin)



© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto di SILVANA PADULA - Progetto di GIOVANNA RUBINO AMATI - ANTA METALLICA PER OFFICINE TAMBORRINO