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mercoledì 8 novembre 2017

European playgrounds: l'importanza di giocare in città


Musica consigliata: Basket Case, Green Day

Un recente articolo sulla rivista di Alitalia “Ulisse” (Geri De Rosa, Ottobre 2017) mi ha fatto riflettere sul ruolo dei campi da gioco nelle città, ma soprattutto ricredere sulla bellezza e sull’importanza dei playground all’interno dei centri antichi. Negli ultimi decenni, i progetti di recupero e valorizzazione dei centri antichi (per chi, fortunatamente, è stato amministrato da persone competenti e rigorose) sono stati basati quasi esclusivamente sulla preservazione o sulla riconduzione ad uno stato, spesso semplicemente presunto o ipotizzato, di strade e architetture prima che la contemporaneità ne modificasse alcune peculiarità distintive. In altre parole un ritorno a volumi, materiali e colori la cui selezione giura rispetto per il contesto storico e territoriale di partenza, ma al tempo stesso lo serve e lo alimenta tecnologicamente grazie a meticolose operazioni sotto-traccia per nascondere impianti e condutture. In linea con questo approccio, soprattutto in Paesi come l’Italia, difficilmente sono stati realizzati impianti sportivi attrezzati all’interno di mura, nei cortili dei palazzi o ai piedi di simboli come castelli e cattedrali. Meglio decentralizzare lo sport e le infrastrutture, sempre più tecnologicamente avanzate, necessarie per la sua pratica. Un tabellone, una rete, un gruppo di fari o di seggiolini, una pavimentazione sintetica, sono elementi che tuttora, agli occhi della maggioranza della popolazione, sembrano in evidente contrasto con l’idea di passato e di armonia garantita da pietre, legno e mattoni.

Per questo motivo la presenza di un campo di basket ai piedi del Castello di Oria non ha mai suscitato in me alcuna reazione d’interesse, né tanto meno ho mai pensato ad una sua possibile ricostruzione. Meglio alberare e aprire nuovi varchi turistici ai piedi delle torri. Questa sensazione nasce dall’idea che un turista sia più propenso ad ammirare un edificio di valore storico e culturale in un contesto basso-impattante come quello offerto dalla natura organizzata in un parco/giardino, piuttosto che apprezzare giovani nel pieno delle loro doti fisiche e agonistiche sfidarsi ai piedi del castello svevo. È come se la pratica sportiva fosse un elemento di disturbo, per i suoi ritmi, per i suoi palloni sintetici, per i suoi schiamazzi, inappropriata al pari di un condizionatore installato su un prospetto, di cavi elettrici penzolanti, di infissi in alluminio o di automobili parcheggiate selvaggiamente.

L’articolo di Ulisse, dunque, mi ha fatto ricredere. Non tanto per l’importanza sociale che rivestono i playground nelle città di oggi o per la loro capacità di generare talenti riconoscenti nei confronti di quegli spazi urbani dove, a volte al di fuori di ogni regola sportiva, hanno saputo imporsi e farsi strada. Senza il dominio degli avversari di periferia, in tanti non sarebbero arrivati ai canestri dell’NBA. Questo il messaggio dell’autore.

Mi ha fatto ricredere sulla possibilità di rivitalizzare i centri antichi (senza ricorrere alle solite sagre o rievocazioni) con la restituzione degli spazi di aggregazione ai suoi giovani abitanti, “costretti” a muoversi al contrario, ovvero dalle periferie verso il centro, per dare sfogo alle proprie passioni sportive. Frank Deford, un giornalista di “Newsweek”, osservò che l’elemento più magico dello sport popolare era sempre stato la “sua essenziale democrazia.[…] L’arena fatta per adunare uno spazio pubblico, una piazza del villaggio del XX secolo dove poter vivere tutti insieme un’emozione comune”. In questa operazione la progettazione architettonica ha un ruolo fondamentale. Può sapientemente mimetizzare (vedi immagine di anteprima dei campi di basket tra le mura di Dubrovnik) o creativamente esasperare come nel playground realizzato da prodigiosi street artist francesi nel quartiere parigino di Pigalle (vedi immagine a fine post). Questo è l’unico vero punto. Affidare questi progetti a chi, superiore in sensibilità, mette in campo le proprie qualità per armonizzare queste aree con lo spazio circostante, superando con maestria i limiti imposti dalle regole sportive per imporre nuovi standard di interazione con il gioco e con lo spazio. Se guardo molte infrastrutture del nostro meridione, provo ribrezzo nell'osservare il loro stato di abbandono o rassegnazione nel vedere i giovani evitare questi spazi perché incapaci di sentirli propri, con la conseguente assenza di fruizione e di tutela. Fiumi di denaro pubblico mal speso, progetti spesso fuori mano e privi di qualsiasi identità. Non possiamo pensare di mettere due tabelloni e dipingere due linee per terra per dire di aver realizzato un campo di basket. Colpa dei capitolati, colpa degli appalti, colpa delle forniture, colpa di chi antepone il ribasso economico a qualsiasi approccio qualitativo, simbolico, attrattivo e funzionale.

Un centro antico senza giovani muore e si auto-condanna allo stato di bomboniera se va bene, di parco a tema se va male. A volte è più artificiale uno spazio dove tutto è dannatamente al proprio posto di uno spazio dove il vivere quotidiano lascia in qualche modo le sue impronte, siano esse il profumo del ragù, lenzuola stese ad asciugare o pedali di motorini appoggiati sul cordolo di un marciapiede. Oggi riconosco che giocare a pallacanestro ai piedi del Castello di Oria sarà stata sicuramente un’esperienza unica nel suo genere. Uno sport d’oltreoceano esportato della guerra ha avuto l’onore di essere praticato sullo spiazzo più alto della città. Probabilmente chi ha giocato in questo luogo avrà assaporato quel mix irripetibile di vento in faccia, abbraccio protettivo della storia e adrenalina di gioventù che nessun palazzo dello sport è in grado di restituire allo stesso modo. La pallacanestro è uno sport verticale. Uno sport pensato per uomini lunghi in cerca di uno spazio aereo libero. Uno sport che, se giocato all’aperto, ti costringe in qualche modo a guardare cielo e nuvole. A Oria, un tempo, ai piedi delle torri angioine, simboli verticali della nostra città, tutto ciò è stato possibile.

"Ovviamente gli stadi sono soprattutto luoghi dove le persone si radunano per assistere a eventi sportivi. Quando i tifosi vanno allo stadio di baseball o all'arena, non lo fanno principalmente per vivere un'esperienza civica...Il carattere pubblico dell'ambientazione impartisce un insegnamento civico: che siamo tutti insieme e che almeno per poche ore condividiamo un senso di appartenenza e di orgoglio civico. Nel momento in cui gli stadi assomigliano meno a luoghi storici e più a cartelloni pubblicitari, il loro carattere pubblico svanisce. Così accade, forse, ai legami sociali e ai sentimenti civici che essi ispirano". (M.J.Sandel, Quello che i soldi non possono comprare)


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sabato 25 marzo 2017

Ci siamo uniti per un buon fine


Testo integrale della Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea (25 marzo 2017)

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell'UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea: la costruzione dell'unità europea è un'impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un'Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

L'unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l'Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un'Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l'Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.

Per il prossimo decennio vogliamo un'Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un'Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un'Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

1. Un'Europa sicura: un'Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un'Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

2. Un'Europa prospera e sostenibile: un'Unione che generi crescita e occupazione; un'Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un'Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell'Unione economica e monetaria; un'Unione in cui le economie convergano; un'Unione in cui l'energia sia sicura e conveniente e l'ambiente pulito e protetto.

3. Un'Europa sociale: un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l'integrità del mercato interno; un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un'Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un'Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà; un'Unione in cui i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un'Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

4. Un'Europa più forte sulla scena mondiale: un'Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l'Africa e nel mondo; un'Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un'industria della difesa più competitiva e integrata; un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un'Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell'Europa è nelle nostre mani e che l'Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.

Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell'UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell'Europa. Vogliamo che l'Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L'Europa è il nostro futuro comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "L'Europa sulla Mosa" Ubaldo Spina - Dinant 2015


mercoledì 8 marzo 2017

Stoccata di stelle su campo blu


Musica consigliata: A letter to Elise, The Cure

Di Elisa Di Francisca conoscevo solo l’urlo di Londra 2012. Pochi giorni dopo avevo dimenticato il suo cognome. Nonostante il successo, se mi avessero chiesto in un quiz televisivo due nomi di schermitrici, avrei comunque elaborato in fretta Vezzali e Trillini. Un po’ come accade con gli Abbagnale per il canottaggio. Ci sono sportivi che instaurano un rapporto con la storia indissolubile, tutti preleviamo con sicurezza i loro nomi per ricordare le glorie nazionali in determinate discipline.
Elisa, comunque, a distanza di soli quattro anni, è riuscita a salire in cima ad ogni graduatoria con un gesto che, finalmente, non è passato inosservato. Ricevere una medaglia d’argento e alzare al cielo, sorridendo, la bandiera dell’Unione Europea. Provo a raccontare le mie semplici impressioni.

Premessa breve. Lo sport è uno degli strumenti più potenti di aggregazione, avvicina uomini ed istituzioni perché abbatte le differenze linguistiche e si sviluppa in un contesto di regole note e comprensibili a quasi tutti i popoli del pianeta. Una palla che rotola verso una rete è un prodotto della fisica che innesca le stesse emozioni, superando ogni barriera geografica, strumento per eccellenza contro ogni forma di discriminazione razziale. Nota è la risposta di Zdenek Zeman, quando afferma che “la grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”.
Pochi sportivi, purtroppo, hanno la consapevolezza di quanto un loro gesto possa scatenare repliche positive a livello internazionale. Gli sportivi godono di una notevole visibilità mediatica e potrebbero sfruttare diversamente quella particolare aura derivante dalla potenza e dalla perfezione di un gesto atletico. Gli sportivi, quindi, dovrebbero sostenere con molta più frequenza cause collettive, come diritti civili e difesa dell’ambiente. Invece li troviamo spesso persi negli psico-drammi del doping, rivestono con disinvoltura il ruolo dei violenti, sono distanti anni luce dai problemi che devastano i loro paesi d’origine. Senza andare molto lontano, con i goal si festeggiano amori e nascite, se non sfottò memorabili come “Vi ho purgato ancora”. Si utilizzano quindi finestre mediatiche di portata rilevante per autocelebrare la gloria e le gioie personali, già ben alimentate da una progressiva e bulimica venerazione dei fan.

Elisa, invece, nel bel mezzo di una Olimpiade sudamericana e gialloverde come i colori del mio rione, nel periodo di maggiore crisi identitaria dell’Unione Europea, ha sfruttato la sua parentesi di gloria per lanciare un messaggio di grande apertura, spogliandolo da ogni interesse personale e condividendo un invito che neanche i più intelligenti vertici di Bruxelles riescono a lanciare con tanto coraggio e semplicità: “Vorrei che la gente capisse che l’unione fa la forza. Al terrorismo dobbiamo rispondere con l’amore per la vita”. L’amore per la vita è la lotta alla disgregazione, se già è difficile far dialogare un mondo intero, proviamo almeno a far dialogare Paesi che condividono storia, valori, documenti, targhe, leggi, roaming telefonico e, per quanto bistrattata, la moneta. 

È proprio vero, nella disgregazione è molto più facile chiudere le porte che parlarsi. È così, l’odio ha le labbra sottili, bravissime a sibilare, ma incapaci di allargarsi ed esprimere apertamente semplici  verità. Elisa ha comprato la piccola bandiera a dodici stelle in un mercatino. Mi piace immaginare una donna che invece di comprare una baguette o un collant tra le bancarelle, ripone nel sacchetto e porta a casa una bandiera dell’Europa da far sventolare ai propri figli, condizione essenziale per garantire loro la crescita in un futuro di pace. Alla domanda: “se non avesse conquistato l’argento, come sarebbe finita?”, lei ha risposto: “Avrei trovato il modo di esporla”.

Questa è una risposta da donna. Le donne che erediteranno la terra, per dirla alla Aldo Cazzullo, le donne che vincono ogni cosa perché il fine è più forte del mezzo, le donne che mentre armeggiano di spada per ritagliarsi un posto nel mondo, contribuiscono ad allevare altri uomini e altre donne, mettendo in campo (o in pedana) il loro meglio. Sempre.
Da agosto 2016, ogni volta che guardo Jesi da un treno regionale che periodicamente mi porta verso Fabriano, ogni volta che fendo le Marche per amore di una donna, penso a Elisa, alla sua chiara idea di Europa, alle sue parole: “Ci sono nata, già nella mia Jesi, con certi valori dentro. Con l'Europa dentro. Siamo figli degli stati in cui nasciamo”. Siamo terrorizzati dall’idea di mettere al mondo figli irriconoscenti, che vedono solo nelle famiglie altrui la comprensione e la salvezza. E allora, invece di cercare ogni giorno altrove l’elisir contro i nostri mali, invece di genufletterci di fronte a modelli aggressivi che riporteranno il mondo a un drammatico squilibrio, impariamo a riconsiderare le garanzie che il vecchio continente ancora esprime. 

In un libricino di provincia, tempo fa, ho trovato questa bella storiella di ispirazione mitologica: "Dopo queste parole l'uomo si sentì contento di sé e più sereno e con molta gentilezza si offrì di accompagnare la bella donna fino alla casa. Questa accettò, sembrava di buon grado, e mentre camminavano Aiace si accorse che la bella Dafne gli teneva stretta la mano. Molto sorpreso, ma anche molto felice Aiace la guidò verso casa sua, non verso quella di Dafne e, giuntovi, la invitò ad entrare. Dafne arrossì visibilmente, poi prendendogli entrambe le mani e guardandolo con forza dritto negli occhi disse: bada, uomo, se entrerò nella tua casa non ne uscirò mai più". I Paesi Europei dovrebbero prendere esempio, arrossire per tutto il tempo necessario prima di entrare nell’Unione, ma una volta dentro dovrebbero difendere e valorizzare giorno dopo giorno gli altissimi principi che regolano la vita e la convivenza di 27 popoli. Avremo altre Brexit, lo so, ma prima o poi torneranno.

Europa era una donna. Erri De Luca scrive (raggiungendo picchi letterari altissimi in un libro che parla di vette, camosci e cacciatori) che “un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, si interrompe, una donna no. Davanti a lei si trova sempre incalzato…Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo”. 

Torniamo a far prevalere la vera natura dell’Europa, impariamo ad essere più coraggiosi, più europei, più donne. Elisa Di Francisca, per me, ha vinto l’oro.

"...è divenuto raro che un uomo, con una posizione trainante in una delle scienze, riesca allo stesso tempo a rendere un valido servizio alla comunità nella sfera dell'organizzazione nazionale e delle politiche internazionali. Tale servizio non richiede solo energia, intuito e una reputazione basata su solidi risultati, ma anche libertà dal pregiudizio nazionale e una profonda dedizione ai fini comuni, cosa rara nei nostri giorni". (A. Einstein)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto LaPresse - Illustrazione Ubaldo Spina 2016

venerdì 27 novembre 2015

No surprises

Tempo fa, in un’intervista, Francesco Guccini rimpiangeva il fatto di non aver scritto la canzone “Luci a San Siro”, scritta e musicata come noto da Roberto Vecchioni. Il suo tono ironico era quello del “…m’ha fregato, avrei dovuto scriverla io”. Anche io riempio spesso la testa di questi pensieri che, per quanto inutili, lasciano amare o belle verità, dipende dai punti di vista. Io, nella mia vita, avrei voluto scrivere solo una canzone, quella. Una canzone sfornata nel 1997 dopo una lunga lievitazione, l’anno in cui la mia vita cambiava drasticamente e mi proiettava in quella zona anagrafica caratterizzata da una presunta maturità ad oltranza. 

La canzone si intitola “No surprises” dei Radiohead. Inutile presentarla al mondo o commentarla, si sa già tutto di lei. Una cantilena fuori di testa, una musicalità dolce e perfettamente equilibrata. Nei periodi particolari della mia esistenza, ascolto “No surprises” come sedativo, recupero fiducia e dichiaro pubblicamente niente allarmi e nessuna sorpresa.

Quindici giorni sono trascorsi dalle stragi di Parigi. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per ribaltare una sconfitta maturata all’andata, per scoprire di essere incinta, per far seccare un albero fingendo un attacco batterico o fungino, per vincere un ballottaggio e tornare a vestire indegnamente una fascia tricolore. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per dire, chiaramente, di non aver capito nulla delle stragi di Parigi. Per mia natura non commento a caldo. Di solito non commento a caldo. Non l’ho fatto nei giorni di Charlie, non l’ho fatto il 13 novembre. Mi piace riflettere in silenzio e, se mi riesce, pregare. Mi piace parlarne con gli amici, per sentirci parte di un dibattito internazionale nel quale la voce delle periferie del continente sembra non avere spazi. Questa sera, però, alla chiusura del saluto di Parigi, sento che il mio blog, se davvero desidera parlare d’Europa, deve esprimersi in qualche modo e tracciare almeno il ricordo del mio pensiero sui fatti.

Partiamo dalle soluzioni, non dalle cause. Sarei molto presuntuoso se fornissi la mia versione delle motivazioni che hanno portato agli attentati di Parigi. Esistono cose molto più grandi di noi e delle nostre menti, ci sono fior di persone, studenti, politici e diplomatici che possono e devono dire la loro. E’ giusto riconoscere i propri limiti. Il popolo dei social è vittima dell’opinionismo take-away, si rimbalzano migliaia di post frutto dell’ignoranza e dello sconcerto, non della ragione. E questo è un secondo attacco al Paese che ha dato i natali all’Illuminismo.

La mia prima soluzione, e forse unica, è molto semplice. C’è bisogno d’Europa. Non è la sola Francia, è l’intera Europa ad essere stata offesa. Se siamo tutti con la testa ai fiori e alle candele che lentamente si spengono nei luoghi del sangue è perché, inconsapevolmente, siamo tutti europei, condividiamo il lutto di un altro stato come se fosse il nostro, partecipiamo al suo dolore perché avrebbe colpito noi tutti allo stesso modo. Il primo monito è quindi questo. Quando parlerete male del nazionalismo francese, dell’ozio greco, dell’imperialismo economico della Merkel, della xenofobia ungherese, ricordate che esistono mali peggiori e che l’Europa è un contenitore di pace e di crescita che andrebbe difeso sempre, senza se e senza ma. Alcune forze politiche settentrionali, nominarle mi provoca spesso il mal di pancia, ora sono tutte filofrancesi quando fino a ieri guerreggiavano per questioni di quote latte e formaggerie varie. In questi giorni i francesi che attaccano i “musulmani” in Medio Oriente sono bravi, un esempio per noi italiani, bisogna estinguere ogni minaccia proveniente da un Islam la cui moderazione non è stata mai provata. Fino a ieri la Francia rappresentava le logiche malate dell’Europa sul campo, oggi è una eroina coraggiosa che sposa la causa leghista (ecco, lo sapevo, iniziano i dolorini…) contro il male comune.

Molti hanno scritto che le stragi del fanatismo islamico in Nigeria, Kenya, Libano, etc. non interessano, non fanno notizia e si ergono a difensori di Paesi che soffrono gli stessi attacchi terroristici, senza avere la giusta solidarietà e supporto degli occidentali. Non sono d’accordo, condividiamo le stesse paure e preghiamo gli stessi morti, ma il mondo è ancora piccolo e le regole della prossimità che si costruiscono nei secoli ci fanno sentire più vicini agli amici d’Oltralpe che non alle madri degli studenti di Nairobi. Ma non per questo sono, siamo meno devastati. Saremmo degli uomini senza dignità umana se classificassimo l’importanza delle stragi sulla base dei contesti geografici in cui si verificano.

Il modello Europeo. Altro spunto. Lavorare, uscire nel fine settimana, sentire il profumo della libertà, amare la vita. E’ questo il modello che è stato attaccato, sono stati presi di mira i luoghi dello svago e dell’intrattenimento, i luoghi della socialità, del cibo, della musica e dello sport. E’ questo che fa male ai terroristi, non avere la stessa libertà mentale, la stessa sicurezza che gli uomini e le donne europee hanno acquisito prima di tanti altri. Probabilmente i terroristi sono più infastiditi dall’integrazione delle etnie nelle splendide città europee che dai missili lanciati nel deserto sugli avamposti delle vie carovaniere segnalati da bandiere nere. L’ho sempre detto, vestitevi di nero per eleganza, mai per politica.

Lascerei dormire serenamente Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, non erano profeti, analizzavano le cose del mondo liberamente perché il mondo lo hanno vissuto veramente e ognuno, dal mondo, estrapola quello che i suoi passi calpestano. Sono d’accordo con chi non vede uno stato di guerra in tutto ciò, l’Europa non deve essere in guerra con nessuno, la forza dell’Europa sono la sua gente e le sue regole. Quando acciufferemo i responsabili non taglieremo le loro teste per farne dei video da far girare sugli smartphone di figli ignoranti alla ricreazione, attratti dagli sbuffi di sangue alla Tarantino e non disgustati dalla violenza di quattro esaltati. Quando li acciufferemo, dimostreremo loro cosa significa essere umani, restare umani, il rispetto della vita è il nostro marchio di fabbrica, per quanto anche noi continuiamo a macchiarci di omicidi generati da bombe inutili.

Le bombe, appunto. Non condivido gli attacchi militari umorali. Sapevo che i francesi sarebbero partiti in quarta e avrebbero chiesto supporto ad un gruppo di alleati. Stiamo perdendo tempo e tanto denaro da destinare diversamente. Si stimano 80-100 mila “cittadini” dell’ISIS e affiliati (su 1,9 miliardi di musulmani). Pensiamo di ucciderli tutti? Pensiamo di ripulire la zona visto che abbiamo i mezzi per farlo? E quando saranno stremati, cosa ci aspettiamo? Che uno Stato che non esiste si arrenda? Che si convertano alla croce? Che svendano le tute arancioni al primo mercatino del mondo in qualche fiera di provincia europea? Ma soprattutto, che senso ha restituire i confini di partenza a Siria e Iraq, se poi sciiti e sunniti custodiscono e alimentano idee completamente diverse di come spartirseli? Per quanto anacronistica, perché non partiamo da quella formula un tempo denominata accordo di pace? I tagliatori di gole, i violenti, i nemici di Palmira, gli stupratori, saranno giustiziati secondo l’unica legge che tutti conosciamo, quella che non ammette la diffusione della cultura della morte e dell’odio tra le genti.

Questo non è il momento della divisione. Sara e Selma, le mie amiche musulmane di Casablanca e di Ankara, mi hanno scritto dei brevi messaggi di scuse, hanno pubblicato post in francese ed inglese sulle loro bacheche affinché gli occidentali sappiano che l’Islam non era nei loro corpi in quella notte. C’erano il denaro, il burattinaio, le droghe, il martirio e l’affannosa ricerca della gloria.

Un ultimo pensiero è per Valeria Solesin. Io amo le donne europee, lei è il simbolo di un’Europa che è splendida perché si contamina di anime e di idee, di sogni che si coronano tra Venezia e Parigi, in un atto unico di bellezza e cultura che abbiamo saputo costruire con tanta fatica e con tante visioni. Hanno detto di lei: “nata a Venezia, cresciuta in Europa”. La frase più bella letta e ascoltata in questi giorni di terrore. E un pensiero anche a Giancarlo Lo Porto, del quale so poco quanto niente, ma che stimo per il semplice fatto di essere nato a Palermo e cresciuto di sua spontanea volontà nei luoghi disagiati del pianeta. Per me i morti hanno lo stesso valore, non c’è bisogno di fare sempre confronti per ritagliarsi spazi di visibilità.

Per stare al mondo bisogna essere fluidi, l’Europa dovrà continuare a essere miracolosamente libera e fluida. Il Medio Oriente troverà la sua strada, prima o poi lo farà, è un suo obbiettivo. Non mi piace scrivere la parola obiettivo con due “b”, per quanto sia comunque corretto farlo. Le doppie appesantiscono, non hanno stile. Riposino in pace, tutti, niente allarmi e nessuna sorpresa. Io amo l’Europa, marchons, marchons…

"This is my final fit, my final bellyache with no alarms and no surprises" (da "No Surprises", Radiohead).

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sabato 29 marzo 2014

Il gessetto prima della creta


Musica consigliata: "Non siamo gli alberi, Dimartino"
 
Ho trascorso un bel sabato sera. Soprattutto quando ti sei alzata per mostrarmi che avevi ricevuto una chiamata. Hai raccolto un bel po' di sguardi e la mia attenzione. Il che non guasta, cosa sarebbe una donna senza un briciolo di vanità o senza un gesto di chiaro stampo ingelositorio? Ingelositorio non esiste nel vocabolario della lingua italiana, quindi faccio un regalo al mio blog con questo neologismo, intimidire facendo leva sulla gelosia. E' stato bello incontrarti, la tua camicia bianca aperta sui tuoi nei è un richiamo infinito. La tua bellezza è inesauribile, come il vento è fonte rinnovabile di fascino. Avrei voluto parlarti di Europa, delle prossime elezioni, dell'articolo di Irvine Welsh sull'indipendenza della Scozia. Ma sarebbe stato solo un modo per evitare i nostri argomenti o per allontanare la tentazione di perdermi nella tua poesia. E di sprofondarci dentro, ascoltando il battito del tuo petto che vola dove poche donne sanno fare per mancanza di riserve di ossigeno. Ho trascorso un bel sabato sera e tutto quello che voglio da te continua ad essere illegale. Sono felice, mi piace prepararmi per una cena tra amici ascoltando Fiona Apple e sto rivalutando le gonne jeans. Buonanotte ora solare.

"C'è persino chi sostiene che Dio, prima di mettersi a impastare la creta con la quale poi creò l'uomo, aveva cominciato a disegnare con un gessetto l'uomo e la donna sulla superficie della prima notte, ed ecco da dove ci viene l'unica certezza che abbiamo, quella che eravamo, siamo e saremo polvere, e che in una notte altrettanto profonda ci perderemo". (Todos os nomes, José Saramago)

 © RIPRODUZIONE RISERVATA - ILLUSTRAZIONE DI MARIANNA DESIATO (2013)