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mercoledì 2 novembre 2016

Come gazze sorprese a beccare ricci stirati sull'asfalto


Musica consigliata: I treni a Vapore, Fiorella Mannoia

Nuovo cimitero di Oria. Capitolo due. Continua la mia personale riflessione su quali siano state le intenzioni e quali le conseguenze di un’operazione così anonima quanto impattante dal punto di vista sociale, urbanistico e ambientale. Questo post ospita in pancia una storia vera, si può fregiare quindi del titolo di coda “tratto da una storia vera” e, nel rispetto delle procedure, anticipo che i personaggi sono realmente esistiti e si tutelano dalle pubbliche opinioni grazie a nomi di pura fantasia.

<<Ubaldo questa è una storia molto triste e, a mio avviso, di grande violenza morale. Penso che le pratiche di riesumazione non dovrebbero proprio esistere! Abbiamo riesumato mio padre dopo 21 anni perché erano scaduti i termini di affitto per i loculi comunali. Dopo aver appreso questa notizia attraverso un misero biglietto, affisso con poca eleganza e molto nastro adesivo vicino alla foto di mio padre, incassato il colpo, ho parlato sia con chi si occupa di queste pratiche sia con l'ufficio tecnico comunale, chiedendo innanzitutto una proroga. Mi è stata respinta. Spaventata dalla possibilità di dovermi ritrovare in questa situazione tra 20 anni, ho chiesto la possibilità di acquistare un loculo oppure un lotto per poter costruire una casa eterna per mio padre. Mi hanno risposto: “non ci sono loculi e non c’è alcuna possibilità di edificare”. Sono rimasta basita, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di logica in tutto questo. Mi chiedete di riesumarlo, ma dove lo metto? Come se non bastasse, ho solo pochi giorni per trovargli un posto, una sistemazione dignitosa. Ho proposto con ironia di poterlo riportare temporaneamente a casa, almeno lì è al sicuro! Le soluzioni erano due: trovare un posto (significava elemosinare uno spazio in prestito, chiedere a qualcuno, non so...) oppure "appoggiarlo" (queste le parole usate) nella "fossa comune", insieme a decine di bare impilate l'una sull'altra nei sotterranei del cimitero, quelle aree che inconsapevolmente calpestiamo quando visitiamo i nostri defunti. Un posto tetro, una botola, si scende giù con una scala e poi si chiude il tutto, come fosse una manutenzione fognaria, apri e chiudi il tombino. Un posto che toglierebbe la dignità anche al peggiore dei malavitosi. Messa con le spalle al muro sono stata costretta a prendere in prestito il loculo di un parente. Solo un prestito, perché il parente non è proprio giovanissimo e quel loculo, realisticamente, potrebbe servire a lui in tempi non molto lontani...mi hanno promesso che mi daranno la possibilità di comprare un lotto quando e se uscirà un bando. Un lotto costa 5.000,00 euro e per legge hai 3 anni di tempo per poter edificare. Mi dicono continuamente che le aree edificabili non sono disponibili, non ci sono loculi, non c'è nulla. Mi sono recata più volte al cimitero, nella sua estensione ho contato più di 22 lotti ancora da edificare...mi sto ancora chiedendo chi sono coloro che hanno acquistato e se sono trascorsi i tre anni imposti dal regolamento, perché se le regole vanno rispettate, come io ho traslocato mio padre riesumandolo dopo 20 anni (“serve il posto!”, mi hanno detto) così questi signori che non hanno ancora edificato su questi 22 terreni dovrebbero dare ad altri la possibilità di farlo. Concludo dicendo che odio queste case infernali per i morti, ma questa esperienza mi ha portato a pensare che la mediocrità di questo paese ti costringe ad adeguarti a tali squallori. L’alternativa, altrimenti, sarebbe un bel tuffo nella fossa comune. È stata una vicenda dolorosa, rivedere la bara ricoperta di ragnatele e consumata dal tempo...e per quanto mi riguarda è stato come togliermi la casa. Quello era il mio posto, sono cresciuta sul quel muretto, guardandolo sempre come un riferimento fisico e spirituale per la mia esistenza. I papà sono un grande punto di riferimento e il mio era lì! Ora mi riesce difficile andare a trovarlo. Devo salire al quarto piano con una scala e so che lui non è contento. Gli chiedo scusa per non essere stata in grado di evitare tutto ciò e per il fatto che dovrò scomodarlo ancora, è pur sempre una soluzione provvisoria. Ogni tanto mi chiedo se quest’uomo, che tanto ha sofferto in vita, possa almeno un giorno dormire in pace>>.

La storia di Barbara R. offre alcuni spunti emotivi di altissimo livello, che si sviluppano nella vicenda personale e si alimentano delle drammatiche storture generate da politiche di basso livello, decisamente basate sulla mercificazione di spazi e valori.
Questa vicenda descrive in dettaglio il lato oscuro prodotto da un confuso agglomerato di cemento che ha la presunzione, solo perché di fregia di croci piccole e grandi, di essere il luogo ultimo dove si restituisce significato alla parola uguaglianza. Esistono quindi morti di serie A e morti di serie B. I futuri morti di serie A si sono accaparrati un posto nei condomini crociati, ma nel frattempo le cappelle funerarie sono quasi tutte vuote e i morti di serie B, oltre ad essere realmente deceduti, sono anche dei potenziali prossimi sfollati. In altre parole non vivono in pace la loro morte, anzi emigrano di qua e di là, in attesa che qualcuno di buon cuore li ospiti per garantirgli di tanto in tanto almeno un fiore. Forse il messaggio non è chiaro. Abbiamo dato la possibilità di devastare un colle per costruire fantasmi di pietra che ospiteranno salme senza mai colmarsi nei prossimi 50 anni, mentre la gente senza possibilità o agganci vari vive il dramma di concessioni in scadenza e non gode alcun diritto cimiteriale. Un tempo esistevano confraternite e società ope-artigiane, ora neanche indossare un abito da confratello durante la processione dei Misteri può dare questo privilegio.

In queste ultime settimane, per motivi professionali e associativi, sono stato chiamato ad approfondire e a interrogarmi sul rapporto tra etica e mercato. Amministratori ciechi, poco lungimiranti, complici se non totalmente disonesti, hanno basato le loro scelte sulla possibilità di lasciare molto a pochi e poco a molti. Il mercato è entrato in aree che non dovrebbero essere governate da logiche di mercato, ovvero quelle aree che riguardano i diritti naturali e sociali di ogni individuo in un paese civile. Il diritto alla sepoltura è un diritto naturale e sociale al tempo stesso. Invece i politici hanno preferito fare cassa, hanno sostenuto il mercato delle costruzioni, ricordando che esiste ciò che ha un prezzo, ma dimenticando che esiste ciò che ha una dignità. Un vero politico dovrebbe essere formato ad una precisa valutazione delle conseguenze.
In tutto ciò, sento di dover manifestare anche una profonda delusione nei confronti del silenzio e dell’immobilismo della chiesa, gruppo allargato e sensibile di prelati, sacerdoti e fedeli che dovrebbe salvaguardare quei valori oggettivi che ci appartengono in quanto essere umani. La chiesa non c’era, la chiesa non c’è. Nessuna interrogazione. Nessuna denuncia. Eppure il culto dei morti le appartiene e, se spinta da ideali francescani, dovrebbe appartenerle anche il culto del creato, inteso come ecosistema da salvaguardare. Abbiamo benedetto edifici, non cappelle, e chi si ritrova in casa il morto sfollato nutre un certo rancore verso chi predica che la morte è davvero uguale per tutti.

Non ho molto altro da raccontare. Vorrei immaginare una commemorazione dei defunti diversa, tra barriere di cipressi le cui cime sono avvolte dalla nebbia, in un’atmosfera mistica di luci votive e croci nel terreno che si fanno compagnia l’una con l’altra, con schiere di persone silenziose a calpestare foglie autunnali in un parco urbano dedicato a chi non c’è più. Per l’ennesimo anno saremo soffocati da automobili e asfalti, costretti a osservare finte pergamene marmoree dove il committente di turno si bea nell’aver detto al mondo intero che quell’orrore di costruzione è della famiglia vattelappesca. Con questo post ho voluto accelerare verso di voi, gazze della peggior specie che fino all’ultimo istante vi siete cibate dei resti di poveri ricci già stirati sull’asfalto, rappresentanti volatili di una società senza memoria e terribilmente ingiusta. 

Riposino (veramente) in pace. Così sia.  

"Cielo y tierra pasaran, mas su palabra no pasarà" (Mt 24,35)

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domenica 2 novembre 2014

Un bel posto dove trascorrere la morte

 
Musica consigliata: "Ballo in FA diesis minore, Angelo Branduardi

L'ETERNO RIPOSO 1 - Nel 1916 Sigurd Lewerentz, architetto svedese, vinceva il concorso per la definizione del cimitero di Malmö, con il progetto contraddistinto dal motto “Crinale”. Il progetto prevedeva il mantenimento dell’originaria situazione orografica e l’uso del profilo collinare come linea dividente le diverse zone destinate alle sepolture. Alla base del colle l’ingresso principale aperto ad inquadrare la cappella posta alla sommità del crinale, intesa come fondale prospettico del percorso d’accesso, come centro geometrico e religioso del cimitero. Tutto ciò veniva pensato in un contesto di fitti boschi attraversati da ruscelli, cascate e specchi d’acqua, ponendo chiaramente l’accento, in tal modo, sull’interpretazione della morte in seno alla natura. Questo cimitero d’autore, date le evidenti analogie morfologiche dei siti, può aiutare sicuramente, a distanza di un quasi un secolo,  una riflessione sull’ampliamento del cimitero di Oria, un progetto senz’anima che ha contribuito all’ennesima devastazione di un colle e alla creazione di un’area dalle caratteristiche più lugubri che mistiche. Il “nuovo”cimitero è, innanzitutto, uno spazio senza simboli. Un cimitero dovrebbe ricondurre all’indissolubile legame tra l’uomo e la natura, dovrebbe fornire occasioni di intimità e di raccoglimento, dovrebbe offrire un’atmosfera di dolce malinconia. La natura, in altre parole, dovrebbe essere protagonista, i percorsi studiati, gli edifici quasi nascosti. Se l’uomo torna alla terra ogni cimitero dovrebbe, in teoria, essere pervaso del profumo della terra e le tombe dovrebbero “soffrire” gli inverni, coprirsi di foglie autunnali e rinascere tra i primi germogli e tepori primaverili. Il nostro cimitero, invece, puzza di asfalti e si è abbuffato di tufo e cemento cancellando ogni traccia verde che caratterizzava quel luogo. Non è un problema di malinconie tardo settecentesche o di invidia per le croci bianche sui prati verdi degli anglosassoni; ignorare la presenza del verde o pretendere che la progettazione paesaggistica abbia un ruolo secondario e possa risolversi con semplici interventi successivi, è un problema culturale e di civiltà. Mentre altrove si studiano “passeggiate della memoria”, “colline delle rimembranze” e specchi d’acqua per purificazioni simboliche prima dell’omaggio ai propri defunti, noi abbiamo innalzato edifici degni delle peggiori periferie, soffocati e soffocanti, terribilmente diversi quasi a voler ingaggiare una sorta di guerra di potere anche nel regno dell’uguaglianza totale. Il problema, ripeto, è il nostro approccio nei confronti del cimitero, non un parco da vivere, una protesi felice e silenziosa della città che corre, ma un luogo tetro e distante, un recinto nel quale soggiornarci per non più di qualche minuto. Se a tutto ciò sommiamo la devastazione dei colli vicini, le strade adiacenti che invece di aprire splendidi panorami ci chiudono in spogli labirinti calcarenitici e parcheggi ridicoli senza organizzazione e segnaletica, la percezione dello scempio diviene ancora più accentuata. L’ampliamento del cimitero è privo, inoltre, di ordine, di qualità e di servizi essenziali. Non si possono, in un’epoca in cui la pianificazione è considerato l’unico strumento per assicurare una migliore qualità della vita, introdurre una fontanella qua ed un lampioncino là, tornare dopo mesi e pavimentare un pezzo, dimenticare la progettazione dei chioschi per i fiori o ignorare lo studio dei traffici e le distanze di gruppi di cappelle da “aree” di servizio con acqua, cestini e quant’altro. Questo cimitero, nella sua assenza di stile e di identità, diviene oggetto di scherno da parte di aspiranti graffitari o di giovani desiderosi di comunicare. Se si imbrattano le mura perimetrali, non si tratta di semplice vandalismo, ma di una netta presa di distanza nei confronti dell’antiesteticità del progetto. Il brutto, si sa, richiama il brutto e chiunque si sente in diritto di personalizzare a suo modo vergognose pareti, nonostante facciano da contorno ad un’area, nonostante tutto, sacra. La sfida per le amministrazioni future sarà quella di riqualificare e di salvare il salvabile, di restituire alla natura il suo ruolo, reale e simbolico, da sempre assunto nei complessi cimiteriali. La riforestazione, il ritorno dei cipressi e delle piante aromatiche della macchia mediterranea, la presenza di nuovi colori e di acque simboliche, la creazione di un vero paesaggio, potranno restituire almeno parzialmente un’identità allo scempio. E se un giorno la città potrà nuovamente contare su politici illuminati, suggerisco di investire tempo e risorse per le nostre città dei morti e di osare, anche con scelte impopolari, progetti che restituiscano vitalità a queste aree inerti come i marmi che le popolano. Per adesso invito chiunque ad osservare il “nuovo” cimitero ed immaginarlo, solo per qualche istante, come il “Crinale” di Lewerentz: molti di noi, molto probabilmente, riconoscerebbero che con questo ennesimo colle abbandonato al suo destino, la nostra città ha dimostrato non solo il suo affanno nel proiettarsi felicemente verso il futuro, ma la sua incapacità di dare perfino dignità alla sua memoria.

L'ETERNO RIPOSO 2 - A distanza di qualche anno, ospito sul mio blog questo articolo che ha suscitato al tempo della sua pubblicazione diverse riflessioni e molti contatti di persone e professionisti più o meno in accordo con i miei pensieri. A distanza di qualche anno non è cambiato molto, la lottizzazione procede selvaggia e riguarderà probabilmente anche la famosa unificazione delle due necropoli berlinesi, la Ovest monumentale dei nostri nonni e la Est palazzinara dei loro nipoti. La chiesa in questi anni non ha battuto ciglio, nessuno in diocesi si è preoccupato della cementificazione della morte e per la morte. Mi piacerebbe conoscere il parere del vescovo di turno e le ispirazioni dei geometri che si sono spartiti gli appezzamenti di quello che avrebbe potuto essere un bel posto dove trascorrere la morte. Ho viaggiato tanto in Europa e ho sperato tanto che un po' di lapidi sparse su prati irlandesi, sempre aperti al passante occasionale, potessero scatenare un sentimento di profonda invidia. Chi di speranza vive, di speranza muore. Ed è proprio il caso di dirlo. Mi viene in soccorso la musica di Stan Getz. Immagino foglie di quercia posarsi su tombe sferzate dal vento e croci distanziate con regolarità che si stagliano come unico vero simbolo di una secca poltiglia un tempo chiamato uomo. Immagino famiglie calpestare generazioni passate, senza dover sbirciare dalle grate di lugubri case concepite solo per produrre una eco lacerante. Immagino bambini interrogarsi sulle date di una giovane vita spezzata o fantasticare sulle lunghe stagioni di chi è andato ben oltre le aspettative di vita di questa parte di mondo. Immagino donne posare i loro fiori e canticchiare con la serenità della rassegnazione le strofe di Autumn Leaves: "Dal momento che te ne sei andato i giorni si allungano/E presto ascolterò una vecchia canzone d'inverno/Ma mi manchi più di tutto, tesoro mio/Quando le foglie d'autunno cominciano a cadere".

"C'è una poesia di Novomeský dedicata a un cimitero slovacco. In molti villaggi fra le montagne, i cimiteri non hanno recinto o ne hanno uno che quasi non si nota, sono aperti e si allargano nell'erba del prato, corrono lungo la strada come a Matiašovce, verso il confine polacco, o si trovano all'inizio del villaggio, come un giardino davanti alla porta di casa. Questa familiarità epica con la morte - che si trovava ad esempio nelle tombe musulmane in Bosnia, tranquillamente collocate nell'orto di casa, e che il nostro mondo tende invece sempre più nevroticamente a rimuovere - ha la misura della giustizia, è il senso del rapporto fra l'individuo e le generazioni, la terra, la natura, gli elementi che la compongono e la legge che presiede al loro combinarsi e disgregarsi" (Danubio, C.Magris)

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