Visualizzazione post con etichetta Oria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oria. Mostra tutti i post

martedì 2 agosto 2022

Dieu se cache


Musica Consigliata: True Love Waits

Una lunga attesa ha accompagnato la conclusione della prima fase della nostra vita. Nomadi, smarriti, ambulanti, sconfortati, speranzosi in un via vai adriatico del quale ricorderemo il calore asfissiante degli asfalti e il poetico luccichio sulle acque scatenato dal timido sorgere di ogni alba ad Est. Sospesi tra Romagna, Marche e Puglia, ospiti temporanei di Abruzzo e Molise ad ogni traversata. Cittadini onorari dell'A14. Viaggiatori e migranti premium di Trenitalia, Marinobus, Flixbus, Bla Bla Car e pendolari vari. Negli anni ho imparato che tutto ciò che mi interessava risiedeva nei dettagli e nei contrasti, ma soprattutto nelle cose celate, quelle che richiedono attenzione ed interpretazione. Negli anni ho visto scivolare il mio tempo e per quanto ami il controllo delle cose, le cose più importanti venivano puntualmente ritardate. Negli anni ho chiesto la presenza di Dio, il suo manifestarsi dove ne avevo bisogno. Ma Dio, sia esso un verbo, un fiume, un albero, un Crocifisso, è sempre un artista. E come ogni artista, se non provoca, se non affonda, se non nasconde i suoi veri messaggi, probabilmente artista non è. Non è Dio. Se Dio fosse disponibile ad ogni chiamata, la Fede sarebbe un banale interruttore. Ma Dio è il clochard scalzo che incontri dopo aver comprato un paio di scarpe in morbida pelle, è quel germoglio che spunta da un albero sfinito dalla siccità, è quel bambino silenzioso perso in un angolo mentre tutti gli altri schiamazzano felici in un festoso girotondo. Dio nella mia vita si è sempre nascosto, nella splendida famiglia che mi ha allevato, nella donna che sarebbe arrivata, nelle fortune che solo dopo anni sono state riconosciute come tali. La frase ricorrente in questi lunghi mesi, dopo aver comunicato una gravidanza gemellare alle persone care, è stata sempre la stessa: “così vi togliete il pensiero”, in una locuzione profondamente intrisa di lingua e cultura meridionale riservata a chi è avanti negli anni, a chi rischia di non avere figli, a chi rischia di avere un solo figlio, a chi rischia di non poter assaporare la bellezza di entrambi i sessi splendere nella propria abitazione. E mentre agli occhi degli altri stavamo gradualmente eliminando un pensiero, Dio ai nostri occhi iniziava a manifestarsi, catapultandoci nel buio degli studi ginecologici per esplorare in mistico silenzio due sacche che avrebbero riempito la nostra vita. Come pellegrini in cammino verso una meta disposti a raccogliere l’essenziale in due contenitori informi per garantirsi la realizzazione nell’esistenza terrena e la vita eterna. Esattamente quello che un figlio può rappresentare per un genitore.

Quello che ho imparato dalla gravidanza è che resta uno dei pochi momenti in cui l’essere umano torna alla sua natura animale, un corpo che si trasforma per accoglierne un altro, una crescita graduale di materiale biologico per creare le condizioni ottimali di crescita e di massima protezione. Bicoriale e biamniotica sono parole che hanno popolato la mia mente per nove lunghi mesi, mentre nessuna ecografia restituiva la dimensione di quei corpi fluttuanti che si sviluppava nella mia immaginazione. Un mondo che non vivrete mai più, un mondo di frequenze spaziali, un mondo musicale dove il vostro cuore pulsava al ritmo di 160 bpm. E mentre loro concertavano, tu ti affaticavi giorno dopo giorno, ma con quel sorriso che solo chi sta per diventare madre può riservare al mondo intero. Il sorriso di chi ha scelto di procreare e di dare continuità alle leggi dell’universo.

La gravidanza non è una malattia, ma neanche una passeggiata. La gravidanza è un tempo lungo, ma anche un’esplosione di sentimenti e di dolori che può essere ricondotta a pochi attimi. La gravidanza sono il pianto per i piedi che non puoi più lavare autonomamente, l’ombelico che scompare dal tuo campo visivo, le macchie diffuse, il passo lento, il prurito devastante che ti spingerebbe a strapparti la pelle. L’orticaria, il diabete gestazionale, l’herpes gestationis, gli integratori, i liquidi, la compressione toracica, il gonfiore. La gravidanza sono due creature che giocano in acqua e che ogni tanto bucano la sfericità del ventre, come talpe che scavano troppo in superficie e finiscono per farsi riconoscere dai predatori. La gravidanza sono quei capelli bianchi che decidi di non tingere, quella scarpa bianca che avresti voluto indossare per la festa e che resterà nelle scatole delle prossime stagioni. La gravidanza è un olio serale massaggiato sul ventre per paura che le smagliature possano restare come tracce indelebili dei nove mesi di gestazione. E tu che ogni sera mi ripetevi “che buon profumo ha quest’olio”, mentre appiattivamo gli affanni del giorno e parlavamo un po’ di noi in un rito notturno a luce fioca. E tu, lentamente, chiudevi gli occhi per dare spazio e forma al sogno, costruendo tridimensionalmente i volti dei tuoi giovani ospiti e lasciandoti andare a qualche piccola smorfia di sorriso frutto di veloci incontri pre-natali. La gravidanza non è una malattia e non è una passeggiata. La gravidanza è la prima grande rinuncia a ciò che eravamo.

Grazie per aver protetto questi mesi dal delirio social, per non aver accompagnato foto di pance con citazioni illustri pescate a caso dal web, per non aver chiesto album fotografici in stile tardo-melodico in riva al mare, per aver conservato l’intimità di una gestazione e il dialogo tra te e le creature senza che questo divenisse di pubblico dominio solo per alimentare un po’ di autostima e raccogliere pollici qua e là. Grazie per aver deciso di far parte di quella schiera di donne silenziose che custodiscono, come si custodiscono gli affetti veri, le cose realmente preziose e i sogni più grandi. Grazie per aver lavorato fino all’ultimo giorno possibile, senza ricorrere a miseri sotterfugi per sospendere la propria occupazione. Nonostante avessi tutte le carte in regola per farlo. E per aver onorato i tuoi doveri con una pancia che giorno dopo giorno ti allontanava dalla tastiera e tendeva il filo delle cuffie. Perché lavoro e diritti sono sacri fino a quando non ne si abusa, in un eccesso o nell’altro.

Quando si diventa padre è come se in tanti focalizzassero improvvisamente il centro delle loro attenzioni sui figli, dimenticando chi li ha generati. Un figlio è per sempre, ho spesso sentito affermare. Come se invece le compagne fossero a tempo. Il tempo di regalarci un erede e poi si vedrà, dipende da come andranno le cose. Spesso, in un trionfo di tenerezza, mi chiedevi se ti avrei desiderato ancora dopo questi nove mesi, con quella voce rotta dalla triste constatazione che ogni curva stesse perdendo la sua naturale posizione e dimensione. Mi provocavi buffamente interrogandomi sulla possibilità di fuggire con una ragazza più giovane. Se una volta consegnati i due pacchetti, tornando a casa, avrei consegnato al mondo una madre dimenticando di avere accanto una donna. La gravidanza non ci insegna a diventare dei bravi genitori, ma dovrebbe insegnarci almeno a rispettare la donna più di quanto ogni madre abbia insegnato ai suoi figli. La gravidanza non è il trionfo della vita, ma la costruzione di una famiglia. Mettere al mondo, partorire, dare alla luce, generare, sono azioni senza particolari responsabilità. Conservare lo stato fisico e mentale affinché tutto ciò diventi miracolo di sopravvivenza, ne richiede e tante. Ed è in questo che chiederemo l’aiuto di chi ci circonda. Un essere amato sarà sempre un essere felice.

Oggi sono nati Anna ed Ernesto. Non sono la nostra vita, non sono il nostro miglior progetto. Non sono la nostra speranza e il nostro futuro. Non c’è errore più grande dell’affidare loro quello che non siamo stati o che non siamo riusciti ad essere. Sono due esseri liberi che meritavano un’opportunità, meritavano di esistere e di farsi largo nel mondo. Perché la verità è da miliardi di anni farsi largo in quello spazio di tempo che ci viene concesso. Sono belli come sono belli tutti i bambini del mondo, impareranno a cancellare i confini e non conosceranno le differenze di colore, razza e religione. Saranno giovani Europei. I loro nomi, non a caso, si originano per vocale, la “A” che tutto apre e la “E” che tutto congiunge. Anna ed Ernesto sono nomi che appartengono alla nostra famiglia, che rappresentano il più grande diario della storia contro l’orrore umano e i diari in motocicletta di giovani vite alla conquista della loro missione nel mondo. Che la scrittura, l’ottimismo e la rivoluzione delle cose siano parte integrante delle vostre esistenze. Siete nati nel giorno della Strage di Bologna. Nel centenario della resistenza pugliese all’assalto fascista alla Camera del Lavoro di Bari. Nel giorno del Perdono di Assisi. Violenza, Resistenza, Perdono. Uno spaccato di società contemporanea e gli unici rimedi per affrontarla. Siete nati in un giorno di cicale, anticiclone africano, cielo azzurro e nuvole solitarie come quelle che da sempre popolano i disegni dei bambini. E che mi stupiscono ancora dal sesto piano di un grande ospedale, che accoglie e spegne vite con una regolarità disarmante. In un giorno di novena in una contrada che vi aspetta. In un giorno di luce in masseria con Frinkina pronta a conoscere i suoi compagni di gioco. Gallana e Zacchieri, i vostri luoghi del cuore.

Dedichiamo la loro nascita a tutti coloro che non possono avere figli. A coloro che hanno adottato i loro bambini per restituirgli un’esistenza. Alle madri che partoriscono da sole in un silenzio atroce mentre la coscienza di padri sconosciuti dorme serena altrove. A coloro che hanno intercettato per tempo la mancanza di istinto materno e paterno e preferiscono una sigaretta sul balcone ad un interminabile pianto notturno. Alle persone che con le loro storie di gravidanza hanno aperto il nostro cuore per prepararci alla genitorialità, senza farsi vittime nelle difficoltà e senza affrontare tutto con lesiva superficialità. A tutti i bambini che nasceranno in questo anno, affinchè siano una generazione responsabile, felice e costruttiva, capace di invertire questa drammatica corsa al consumo e alla ricerca delle performance. Ad Anna ed Ernesto dedichiamo le parole di Fernando Manno affinchè siano amanti e custodi della loro terra natia, “amanuensi di quanto nei secoli è nostro per transito umano, da prima che nascessimo e nelle generazioni dei figli, nostro da sempre e per un attimo nel tempo fra gli ulivi dal quale venimmo. Al quale, ammaliati di vita, morendo ci riconsegneremo”.

Perché in fin dei conti l’amore vero non è fatto di carati che brillano sul petto, non è ringozzarsi nei bouffet delle crociere. L’amore vero è nelle lacrime che precedono l’ingresso in sala parto, dove tutto esplode e tutto miracolosamente si rigenera. In quella mano appena sfiorata per dirsi “andrà tutto bene”. In quel maestrale della sera prima che urla sulle coste dell’Adriatico per anticipare l’immutabile cambiamento dopo anni dedicati al nostro “io”, alle nostre occupazioni, ai nostri viaggi, alle nostre carriere e alla nostra ricerca di stabilità. Nel fruscio degli alberi di ulivo che anticipano a rondini, lucertole, volpi, civette, carrubi, mandorli e querce l’arrivo di due cuccioli nella lunga, interminabile Puglia intrisa di bellezza. Nessuno squillo di tromba per re e principesse, ma il più grande concerto di suoni e di voci dell’estate salentina per accogliere due piccoli cuori che battono. L’amore vero è in una pausa merenda nella fatica di un trasloco, con il pancione compresso tra un cartone e l’altro a mangiare patatine su pavimenti ricoperti di polvere. Un po’ come cantano i Radiohead nel brano che introduce questa narrazione. 

L’amore vero aspetta, sempre. E a Dio piace nascondersi.

 “A volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane” (Italo Calvino)


mercoledì 2 novembre 2016

Come gazze sorprese a beccare ricci stirati sull'asfalto


Musica consigliata: I treni a Vapore, Fiorella Mannoia

Nuovo cimitero di Oria. Capitolo due. Continua la mia personale riflessione su quali siano state le intenzioni e quali le conseguenze di un’operazione così anonima quanto impattante dal punto di vista sociale, urbanistico e ambientale. Questo post ospita in pancia una storia vera, si può fregiare quindi del titolo di coda “tratto da una storia vera” e, nel rispetto delle procedure, anticipo che i personaggi sono realmente esistiti e si tutelano dalle pubbliche opinioni grazie a nomi di pura fantasia.

<<Ubaldo questa è una storia molto triste e, a mio avviso, di grande violenza morale. Penso che le pratiche di riesumazione non dovrebbero proprio esistere! Abbiamo riesumato mio padre dopo 21 anni perché erano scaduti i termini di affitto per i loculi comunali. Dopo aver appreso questa notizia attraverso un misero biglietto, affisso con poca eleganza e molto nastro adesivo vicino alla foto di mio padre, incassato il colpo, ho parlato sia con chi si occupa di queste pratiche sia con l'ufficio tecnico comunale, chiedendo innanzitutto una proroga. Mi è stata respinta. Spaventata dalla possibilità di dovermi ritrovare in questa situazione tra 20 anni, ho chiesto la possibilità di acquistare un loculo oppure un lotto per poter costruire una casa eterna per mio padre. Mi hanno risposto: “non ci sono loculi e non c’è alcuna possibilità di edificare”. Sono rimasta basita, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di logica in tutto questo. Mi chiedete di riesumarlo, ma dove lo metto? Come se non bastasse, ho solo pochi giorni per trovargli un posto, una sistemazione dignitosa. Ho proposto con ironia di poterlo riportare temporaneamente a casa, almeno lì è al sicuro! Le soluzioni erano due: trovare un posto (significava elemosinare uno spazio in prestito, chiedere a qualcuno, non so...) oppure "appoggiarlo" (queste le parole usate) nella "fossa comune", insieme a decine di bare impilate l'una sull'altra nei sotterranei del cimitero, quelle aree che inconsapevolmente calpestiamo quando visitiamo i nostri defunti. Un posto tetro, una botola, si scende giù con una scala e poi si chiude il tutto, come fosse una manutenzione fognaria, apri e chiudi il tombino. Un posto che toglierebbe la dignità anche al peggiore dei malavitosi. Messa con le spalle al muro sono stata costretta a prendere in prestito il loculo di un parente. Solo un prestito, perché il parente non è proprio giovanissimo e quel loculo, realisticamente, potrebbe servire a lui in tempi non molto lontani...mi hanno promesso che mi daranno la possibilità di comprare un lotto quando e se uscirà un bando. Un lotto costa 5.000,00 euro e per legge hai 3 anni di tempo per poter edificare. Mi dicono continuamente che le aree edificabili non sono disponibili, non ci sono loculi, non c'è nulla. Mi sono recata più volte al cimitero, nella sua estensione ho contato più di 22 lotti ancora da edificare...mi sto ancora chiedendo chi sono coloro che hanno acquistato e se sono trascorsi i tre anni imposti dal regolamento, perché se le regole vanno rispettate, come io ho traslocato mio padre riesumandolo dopo 20 anni (“serve il posto!”, mi hanno detto) così questi signori che non hanno ancora edificato su questi 22 terreni dovrebbero dare ad altri la possibilità di farlo. Concludo dicendo che odio queste case infernali per i morti, ma questa esperienza mi ha portato a pensare che la mediocrità di questo paese ti costringe ad adeguarti a tali squallori. L’alternativa, altrimenti, sarebbe un bel tuffo nella fossa comune. È stata una vicenda dolorosa, rivedere la bara ricoperta di ragnatele e consumata dal tempo...e per quanto mi riguarda è stato come togliermi la casa. Quello era il mio posto, sono cresciuta sul quel muretto, guardandolo sempre come un riferimento fisico e spirituale per la mia esistenza. I papà sono un grande punto di riferimento e il mio era lì! Ora mi riesce difficile andare a trovarlo. Devo salire al quarto piano con una scala e so che lui non è contento. Gli chiedo scusa per non essere stata in grado di evitare tutto ciò e per il fatto che dovrò scomodarlo ancora, è pur sempre una soluzione provvisoria. Ogni tanto mi chiedo se quest’uomo, che tanto ha sofferto in vita, possa almeno un giorno dormire in pace>>.

La storia di Barbara R. offre alcuni spunti emotivi di altissimo livello, che si sviluppano nella vicenda personale e si alimentano delle drammatiche storture generate da politiche di basso livello, decisamente basate sulla mercificazione di spazi e valori.
Questa vicenda descrive in dettaglio il lato oscuro prodotto da un confuso agglomerato di cemento che ha la presunzione, solo perché di fregia di croci piccole e grandi, di essere il luogo ultimo dove si restituisce significato alla parola uguaglianza. Esistono quindi morti di serie A e morti di serie B. I futuri morti di serie A si sono accaparrati un posto nei condomini crociati, ma nel frattempo le cappelle funerarie sono quasi tutte vuote e i morti di serie B, oltre ad essere realmente deceduti, sono anche dei potenziali prossimi sfollati. In altre parole non vivono in pace la loro morte, anzi emigrano di qua e di là, in attesa che qualcuno di buon cuore li ospiti per garantirgli di tanto in tanto almeno un fiore. Forse il messaggio non è chiaro. Abbiamo dato la possibilità di devastare un colle per costruire fantasmi di pietra che ospiteranno salme senza mai colmarsi nei prossimi 50 anni, mentre la gente senza possibilità o agganci vari vive il dramma di concessioni in scadenza e non gode alcun diritto cimiteriale. Un tempo esistevano confraternite e società ope-artigiane, ora neanche indossare un abito da confratello durante la processione dei Misteri può dare questo privilegio.

In queste ultime settimane, per motivi professionali e associativi, sono stato chiamato ad approfondire e a interrogarmi sul rapporto tra etica e mercato. Amministratori ciechi, poco lungimiranti, complici se non totalmente disonesti, hanno basato le loro scelte sulla possibilità di lasciare molto a pochi e poco a molti. Il mercato è entrato in aree che non dovrebbero essere governate da logiche di mercato, ovvero quelle aree che riguardano i diritti naturali e sociali di ogni individuo in un paese civile. Il diritto alla sepoltura è un diritto naturale e sociale al tempo stesso. Invece i politici hanno preferito fare cassa, hanno sostenuto il mercato delle costruzioni, ricordando che esiste ciò che ha un prezzo, ma dimenticando che esiste ciò che ha una dignità. Un vero politico dovrebbe essere formato ad una precisa valutazione delle conseguenze.
In tutto ciò, sento di dover manifestare anche una profonda delusione nei confronti del silenzio e dell’immobilismo della chiesa, gruppo allargato e sensibile di prelati, sacerdoti e fedeli che dovrebbe salvaguardare quei valori oggettivi che ci appartengono in quanto essere umani. La chiesa non c’era, la chiesa non c’è. Nessuna interrogazione. Nessuna denuncia. Eppure il culto dei morti le appartiene e, se spinta da ideali francescani, dovrebbe appartenerle anche il culto del creato, inteso come ecosistema da salvaguardare. Abbiamo benedetto edifici, non cappelle, e chi si ritrova in casa il morto sfollato nutre un certo rancore verso chi predica che la morte è davvero uguale per tutti.

Non ho molto altro da raccontare. Vorrei immaginare una commemorazione dei defunti diversa, tra barriere di cipressi le cui cime sono avvolte dalla nebbia, in un’atmosfera mistica di luci votive e croci nel terreno che si fanno compagnia l’una con l’altra, con schiere di persone silenziose a calpestare foglie autunnali in un parco urbano dedicato a chi non c’è più. Per l’ennesimo anno saremo soffocati da automobili e asfalti, costretti a osservare finte pergamene marmoree dove il committente di turno si bea nell’aver detto al mondo intero che quell’orrore di costruzione è della famiglia vattelappesca. Con questo post ho voluto accelerare verso di voi, gazze della peggior specie che fino all’ultimo istante vi siete cibate dei resti di poveri ricci già stirati sull’asfalto, rappresentanti volatili di una società senza memoria e terribilmente ingiusta. 

Riposino (veramente) in pace. Così sia.  

"Cielo y tierra pasaran, mas su palabra no pasarà" (Mt 24,35)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 13 giugno 2016

Fermata Cittadella della Ricerca


Musica consigliata: "Le vent nous portera", Noir Desir"

Il 3 Ottobre 1839 fu inaugurata la prima linea ferroviaria "italiana", la Napoli-Portici, sulla quale in un solo mese viaggiarono circa 60 mila persone. Oggi, a distanza di 177 anni si inaugurano le fermate "Cittadella della Ricerca" e "Ospedale Perrino" sulla tratta Taranto-Brindisi. Un treno, la prima grande espressione dell'età contemporanea, il simbolo della rivoluzione industriale e di quella società veloce che ne sarebbe stata figlia, collegherà per la prima volta due luoghi intermedi, due fermate non riconducibili a quelle aggregazioni di case e di uomini chiamate paesi. 
Non mi interessa sottolineare il vuoto mediatico, probabilmente in pochi sanno interpretare la portata simbolica di questo evento. Desidero solo trasferire brevi sensazioni sull'argomento, tracciate a braccio a poche ore dal primo treno che alle 6:16 è partito dalla mia stazione per fermarsi, senza nastri e senza fanfare, presso le nuove destinazioni.

Bla bla car, la community di carpooling, calcola che la riduzione di emissioni di CO2 sulla tratta Oria-Cittadella della Ricerca, ottenuta grazie alla condivisione dell'automobile, è pari a 9 kg. Nove chilogrammi! Immaginate che, ogni volta che raggiungete i centri commerciali dislocati lungo la via Appia, i vostri figli rischiano di respirare 9 kg di anidride carbonica per singola automobile. Sicuramente è un buon monito per guardare le quattroruote con occhi diversi. 
La linea Taranto-Brindisi, elettrificata, sembra fortemente sotto-utilizzata, eppure collega due capoluoghi di provincia che da soli registrano circa 290.000 residenti. Attraversa centri urbani di medie dimensioni come Grottaglie, Francavilla Fontana e Mesagne. Il mio paese si può fregiare di una stazione delle Ferrovie dello Stato, ma la cosa non sembra interessare più di tanto. Chiedetelo a tutti i residenti nei comuni senza rotaie, a coloro che abitano in comunità agricole o montane distanti dalle rotte che rendono sostenibile un collegamento ferroviario, chiedete loro cosa rappresenta l'esistenza di una ferrovia di provincia, solo dal punto di vista psicologico è un modo per non sentirsi fuori dai giochi.
Di recente ho preso un treno Oria-Brindisi per raggiungere l'aeroporto Papola-Casale. Partenza alle 19:23, arrivo a Brindisi alle 19:58, autobus in attesa e collegamento immediato per l'aeroporto. In meno di un'ora ero all'ingresso delle partenze, costo del tragitto € 3,50 (€ 2,50 per il treno, € 1,00 per la linea urbana STP). Si dice che in Italia non funziona niente, ma Easyjet mi aveva regolarmente a bordo, ho risparmiato un'andata e un ritorno ai miei accompagnatori e qualche sacchetto di CO2 alle vie respiratorie dei bambini.

Le fermate "Cittadella" e "Perrino" conferiscono alla linea Taranto-Brindisi le sembianze di una metropolitana di superficie. I 70 km che separano Taranto da Brindisi, infatti, corrispondono più o meno all'estensione dell'agglomerato urbano di una città come Londra. In futuro si potrebbero progettare nuove fermate "Centro commerciale Auchan" e "Chiesa di Gallana" (permettetemi il campanilismo, ma non è poi un'idea così bislacca, la promozione della cultura ferroviaria mediante l'organizzazione di viaggi con treni storici e turistici su linee dismesse o poco frequentate è in forte ascesa). Si tratterebbe di progettare l'esperienza e di condurre gruppi di turisti ad immergersi nella cultura storica e rurale d'entroterra, tra i tetti a tholos, gli ulivi secolari, le cicale e il profumo del pane cotto nel forno a legna.
La sola idea di chiamarla metropolitana ci fa sentire cittadini di serie A, contribuenti, studenti e business man privilegiati. E per certi versi lo siamo. Mediamente, in 20 minuti, potremo raggiungere il nostro posto di lavoro, magari portando gratuitamente a bordo una bicicletta nelle belle giornate di sole (come riporta la Carta dei Servizi Puglia a cura di Trenitalia - http://www.trenitalia.com/cms-file/allegati/trenitalia_2014/in_regione/newcsr_Puglia.pdf). Gli studenti, semmai le università torneranno ad investire nel parco scientifico, avranno 20 minuti in più per ripassare o per pregare sul buon esito dell'esame. In tanti potranno sonnecchiare e ascoltare musica. In molti approfitteranno del ripetersi degli incontri per abbordare la ragazza della loro vita. Nessuno avrà paura di forare una gomma o di subire un furto d'auto, ridurremo il numero degli incidenti stradali. Per raggiungere le stazioni saremo obbligati a percorrere quella quota residua di cammino che i nostri smartphone ci impongono quotidianamente per arrivare al fatidico tetto dei 10.000 passi. Pazienti, operatori sanitari e visitatori potranno raggiungere il più grande ospedale della provincia, non rischieranno cali di attenzione dovuti a cure o anestesie, non lasceranno bruciare le auto al sole e non saranno molestati dai parcheggiatori abusivi.

Oggi, a distanza di dieci anni dalla prima volta in cui questa possibilità iniziò a trapelare, si inaugurano due fermate. Il presente è la disponibilità di nuove infrastrutture, ma il futuro dipenderà dalla nostra capacità di cambiare modelli e stili di vita. Dovremmo avere lo stesso entusiasmo dei napoletani che videro passare il re a bordo della locomotiva, tornare a capire che il progresso non è nell'indipendenza del singolo, ma nella sostenibilità dei modelli collettivi. La mobilità è una sfida, una delle più grandi sfide che attendono l'uomo contemporaneo, il mezzo pubblico è un concetto tanto bistrattato quanto vitale per la sopravvivenza del genere umano.
Chiudo con un po' di sana ironia. Il cartello che segnala la presenza della nuova stazioncina riporta questo testo: "Fermata Cittadella della Ricerca". Mio padre, spietato osservatore di messaggi inutili, si metterebbe a ridere al solo pensiero che qualcuno abbia specificato trattasi di una fermata. Perchè? Cosa mai dovrebbe essere una banchina in prossimità di una rotaia? Un negozio? Una pista? Un punto panoramico su una distesa di ulivi? Oppure un invito ad un immobile silenzio prima di varcare i luoghi della scienza?
Oggi si inaugurano due fermate ferroviarie in provincia. Facciamone buon uso.


"Le stazioni sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d'animo della gente, i suoi problemi?" (T.Terzani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Incrocio di treni" (G. De Nittis - Barletta, Pinacoteca De Nittis - Palazzo della Marra)

lunedì 8 giugno 2015

Voglio un sindaco Madre

 
Musica consigliata: Talking about revolution, Tracy Chapman

Voglio un sindaco che abbia idee. Voglio un sindaco europeo, che istituisca e animi l'Ufficio Europa. Che conosca le regole e gli strumenti della programmazione comunitaria, che si sappia muovere nell'oceano dei finanziamenti a dodici stelle, che sappia divulgare le infinite opportunità di scambio per far studiare e lavorare i nostri ragazzi all'estero prima del loro giusto ritorno. Voglio un sindaco che spedisca i suoi giovani a formarsi altrove, ad apprendere lingue e buone pratiche, che prelevi il loro campanilismo e inietti sane dosi di apertura. Voglio un sindaco mediteranneo. Voglio un sindaco cresciuto ad immersioni di calce, che proibisca la tinteggiatura delle case di viola, di fucsia o di arancione. Voglio un sindaco che riduca le dimensioni dei manifesti funebri ad un semplice A4. Voglio un sindaco che ricopra i cimiteri di pannelli solari e restituisca almeno utilità alle colate di cemento per i morti. Voglio un sindaco che canticchi mentre innaffia i gerani sul balcone. Voglio un sindaco che riprenda gli uomini del corpo forestale che sporcano con gli stivali gli intonaci del palazzo di città, mentre fumano una sigaretta in attesa di segare senza un perchè. Voglio un sindaco che rispedisca a casa la xylella e i suoi falsi untori. Voglio un sindaco che abbatta gli archi di trionfo nelle campagne e obblighi i megalomani a dieci giorni di Summer School in Valle d'Itria. Voglio un sindaco che conosca le isole di calore urbano e quanto un viale alberato possa ridurre la temperatura estiva percepita in un paese al 40° parallelo, molto più di batterie di condizionatori installati anarchicamente. Voglio un sindaco che metta la freccia, in tutti i sensi, che indossi il casco e le cinture. Voglio un sindaco senza rimpasti, senza indecisioni, senza condizionamenti. Voglio un sindaco che torni a piantare i tigli in viale Grande Europa e i platani mancanti in viale Regina Margherita. E che restituisca luce e pulizia alle sorgenti che correvano verso le lame. Voglio un sindaco esperto in olio e in vino, abile nel creare le condizioni favorevoli per tornare ad esportare vagonate di fichi neri, secchi e non. Voglio un sindaco che proibisca la distribuzione delle acque minerali in bottiglia e che elimini i rifiuti a monte e non solo a valle. Voglio un sindaco che raccolga acqua quando piove. Voglio un sindaco che abbatta le pensiline in plastica e in legno dal centro storico, perchè siamo a Oria e non a Bolzano. Voglio un sindaco che vada a piedi o in bicicletta. Voglio un sindaco che demolisca con violenza la pavimentazione della piazza d'armi del castello e torni a spargere liberamente un romantico ghiaietto. Voglio un sindaco bravo a recuperare e non a costruire. Voglio un sindaco che abbia il sorriso triste di Troisi e che non appenda bandiere di solidarietà solo per i fucilieri di marina, ma anche per Aung San Suu Kyi. Voglio un sindaco che monitori le polveri sottili in via Mario Pagano al sabato pomeriggio, che sappia intercettare le emergenze sanitarie e combattere preventivamente i mali del nostro tempo, anche a fronte di scelte impopolari. Un sindaco che conosca i venti dominanti del territorio e aiuti i suoi cittadini a conoscere la provenienza e le fonti di tutto ciò che di contaminato mangiamo ed inaliamo. Un sindaco capace di favorire il ritorno dei tavolini per le strade, le buste di juta e biopolimeri per i negozi consorziati e il passeggio per alimentare socialità e commercio. Voglio un sindaco esperto in toponomastica, che corregga Filippo in Filippa di Cosenza. Voglio un sindaco che la smetta di parlare di turismo, ma di qualità della vita, perchè non ci sarà mai turismo se continueremo ad avere una qualità della vita mediocre. Voglio un sindaco che consegni ai giovani sposi bottiglie di alcool etilico per ripulire la segnaletica stradale dai loro minimanifesti abusivi. Voglio un sindaco che si vergogni quando vedrà il cancello degli uffici sanitari, arrugginito e dondolante da sempre. O che inorridisca al pensiero che da anni accogliamo il visitatore proveniente da via Latiano con una stazione di servizio abbandonata degna della Beirut degli anni ottanta. Voglio un sindaco che sappia chiedere scusa e dire “Ho sbagliato, sarò più attenta”. Voglio un sindaco che ricordi l'esistenza di Lorch e che non cerchi gemellaggi qua e là solo per spesare qualche gita fuoriporta al consigliere delegato di turno. Voglio un sindaco che sappia commuoversi e ballare, anche goffamente. Voglio un sindaco a LED, che prenda i lampioni di Piazza Cattedrale e li restituisca al mittente, decretando la fine di operazioni di vendita di prodotti obsolescenti a paesi considerati del terzo mondo. Voglio un sindaco che abbatta le gabbie dei polli degli scavi archeologici. Voglio un sindaco che proibisca l'uso di diserbanti sul bordo delle strade e che denunci chi inquina ancora le falde acquifere o trivella il territorio abusivamente. Voglio un sindaco che temporizzi l'illuminazione notturna della villa comunale. Voglio un sindaco che non vada dietro al santo, ma alla fine della processione. Voglio un sindaco che ceda la sua fascia ai giovani assessori e li istruisca all’arte oratoria, al ben vestire, al come rappresentare al massimo questo paese in ogni sede. Voglio un sindaco pellegrino, che colleghi Oria al santuario con la migliore prospettiva di sempre, pullulante di devoti, atleti, ciclisti e autovelox festanti su piste realizzate con scarti di pneumatici all'ombra di rigeneranti chiome di alberi ad alto fusto. Voglio un sindaco che rimuova le colate di asfalto che bruciano le estati degli sportivi attorno a quello che fu lo Stadio Comunale. Voglio un sindaco che crei zone cuscinetto intorno alle scuole, 200 metri dove non possono transitare le auto di genitori morsi dalla fobia di aggressioni, stupri e sequestri dei loro figli. Che riduca lo smog in prossimità degli edifici scolastici e favorisca le corse liberatorie al termine di una faticosa giornata di scuola, i primi bacetti e lo scambio delle figurine. Non lo dico io, ma fior di progetti europei come "Getting children out of their parent's car". Voglio un sindaco che sappia interpretare le logiche del "Paseo" spagnolo, che capisca che le strade non sono corsie per automobili, ma arterie vitali per uomini, animali, ciclisti e alberi. Voglio un sindaco in silenzio quando camminerà di notte per visitare i "sepolcri". Voglio un sindaco che conosca la differenza tra un leccio e una roverella. Che vieti ogni impianto di Cocus Plumosus e torni a riforestare il paese e i suoi dintorni con ettari di vegetazione funzionali alla purificazione dell'aria e alla produzione di biomasse. Voglio un sindaco meteodipendente, che dirami allerte notturne via fb ai suoi cittadini, invitandoli a non correre lungo le strade con canali a rischio esondazione, che salvi le vite con semplici consigli sull'aquaplaning o rilevazioni tempestive nei sottopassaggi. Voglio un sindaco cattolico, ma anche ateo, che apra moschee e sinagoghe, che torni a rendere questo paese attrattivo verso ogni fede e cultura e che non faccia radicare i fanatismi, perché ha insegnato prima degli altri i valori della tolleranza e della convivenza. Voglio un sindaco che celebri matrimoni etero e omosessuali, senza sorrisetti ironici verso l'amichetto di partito alla propria destra. Voglio un sindaco che dipinga i volumi della Camillo Monaco con i colori di Rietveld. Voglio un sindaco accappatoio, morbido e pulito, che assorba l'umidità in eccesso e ricopra fino a quando sarà necessario le nostre peggiori nudità. Voglio un sindaco che ami i temporali e la lettura negli afosi pomeriggi d'estate. Voglio un sindaco che profumi di legalità e di innovazione. Voglio un sindaco che sappia soffrire dentro, come tutte le persone buone. Voglio un sindaco sorridente, profondamente auto-ironico. Voglio un sindaco che restituisca classe, eleganza e stile a questo paese. Per questa ragione auguro a Cosimo Ferretti e ai suoi sostenitori la migliore campagna elettorale possibile, ma voto Maria Lucia Carone. Voglio un sindaco Madre.

"Pierini salì sul motorino, girò l'acceleratore a manetta e ripartì a testa bassa urlando: Aspettami qua. Lo stronco e torno". (da "Ti prendo e ti porto via" di N.Ammaniti)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Ballottaggio" - Ubaldo Spina 2015