mercoledì 2 novembre 2016

Come gazze sorprese a beccare ricci stirati sull'asfalto


Musica consigliata: I treni a Vapore, Fiorella Mannoia

Nuovo cimitero di Oria. Capitolo due. Continua la mia personale riflessione su quali siano state le intenzioni e quali le conseguenze di un’operazione così anonima quanto impattante dal punto di vista sociale, urbanistico e ambientale. Questo post ospita in pancia una storia vera, si può fregiare quindi del titolo di coda “tratto da una storia vera” e, nel rispetto delle procedure, anticipo che i personaggi sono realmente esistiti e si tutelano dalle pubbliche opinioni grazie a nomi di pura fantasia.

<<Ubaldo questa è una storia molto triste e, a mio avviso, di grande violenza morale. Penso che le pratiche di riesumazione non dovrebbero proprio esistere! Abbiamo riesumato mio padre dopo 21 anni perché erano scaduti i termini di affitto per i loculi comunali. Dopo aver appreso questa notizia attraverso un misero biglietto, affisso con poca eleganza e molto nastro adesivo vicino alla foto di mio padre, incassato il colpo, ho parlato sia con chi si occupa di queste pratiche sia con l'ufficio tecnico comunale, chiedendo innanzitutto una proroga. Mi è stata respinta. Spaventata dalla possibilità di dovermi ritrovare in questa situazione tra 20 anni, ho chiesto la possibilità di acquistare un loculo oppure un lotto per poter costruire una casa eterna per mio padre. Mi hanno risposto: “non ci sono loculi e non c’è alcuna possibilità di edificare”. Sono rimasta basita, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di logica in tutto questo. Mi chiedete di riesumarlo, ma dove lo metto? Come se non bastasse, ho solo pochi giorni per trovargli un posto, una sistemazione dignitosa. Ho proposto con ironia di poterlo riportare temporaneamente a casa, almeno lì è al sicuro! Le soluzioni erano due: trovare un posto (significava elemosinare uno spazio in prestito, chiedere a qualcuno, non so...) oppure "appoggiarlo" (queste le parole usate) nella "fossa comune", insieme a decine di bare impilate l'una sull'altra nei sotterranei del cimitero, quelle aree che inconsapevolmente calpestiamo quando visitiamo i nostri defunti. Un posto tetro, una botola, si scende giù con una scala e poi si chiude il tutto, come fosse una manutenzione fognaria, apri e chiudi il tombino. Un posto che toglierebbe la dignità anche al peggiore dei malavitosi. Messa con le spalle al muro sono stata costretta a prendere in prestito il loculo di un parente. Solo un prestito, perché il parente non è proprio giovanissimo e quel loculo, realisticamente, potrebbe servire a lui in tempi non molto lontani...mi hanno promesso che mi daranno la possibilità di comprare un lotto quando e se uscirà un bando. Un lotto costa 5.000,00 euro e per legge hai 3 anni di tempo per poter edificare. Mi dicono continuamente che le aree edificabili non sono disponibili, non ci sono loculi, non c'è nulla. Mi sono recata più volte al cimitero, nella sua estensione ho contato più di 22 lotti ancora da edificare...mi sto ancora chiedendo chi sono coloro che hanno acquistato e se sono trascorsi i tre anni imposti dal regolamento, perché se le regole vanno rispettate, come io ho traslocato mio padre riesumandolo dopo 20 anni (“serve il posto!”, mi hanno detto) così questi signori che non hanno ancora edificato su questi 22 terreni dovrebbero dare ad altri la possibilità di farlo. Concludo dicendo che odio queste case infernali per i morti, ma questa esperienza mi ha portato a pensare che la mediocrità di questo paese ti costringe ad adeguarti a tali squallori. L’alternativa, altrimenti, sarebbe un bel tuffo nella fossa comune. È stata una vicenda dolorosa, rivedere la bara ricoperta di ragnatele e consumata dal tempo...e per quanto mi riguarda è stato come togliermi la casa. Quello era il mio posto, sono cresciuta sul quel muretto, guardandolo sempre come un riferimento fisico e spirituale per la mia esistenza. I papà sono un grande punto di riferimento e il mio era lì! Ora mi riesce difficile andare a trovarlo. Devo salire al quarto piano con una scala e so che lui non è contento. Gli chiedo scusa per non essere stata in grado di evitare tutto ciò e per il fatto che dovrò scomodarlo ancora, è pur sempre una soluzione provvisoria. Ogni tanto mi chiedo se quest’uomo, che tanto ha sofferto in vita, possa almeno un giorno dormire in pace>>.

La storia di Barbara R. offre alcuni spunti emotivi di altissimo livello, che si sviluppano nella vicenda personale e si alimentano delle drammatiche storture generate da politiche di basso livello, decisamente basate sulla mercificazione di spazi e valori.
Questa vicenda descrive in dettaglio il lato oscuro prodotto da un confuso agglomerato di cemento che ha la presunzione, solo perché di fregia di croci piccole e grandi, di essere il luogo ultimo dove si restituisce significato alla parola uguaglianza. Esistono quindi morti di serie A e morti di serie B. I futuri morti di serie A si sono accaparrati un posto nei condomini crociati, ma nel frattempo le cappelle funerarie sono quasi tutte vuote e i morti di serie B, oltre ad essere realmente deceduti, sono anche dei potenziali prossimi sfollati. In altre parole non vivono in pace la loro morte, anzi emigrano di qua e di là, in attesa che qualcuno di buon cuore li ospiti per garantirgli di tanto in tanto almeno un fiore. Forse il messaggio non è chiaro. Abbiamo dato la possibilità di devastare un colle per costruire fantasmi di pietra che ospiteranno salme senza mai colmarsi nei prossimi 50 anni, mentre la gente senza possibilità o agganci vari vive il dramma di concessioni in scadenza e non gode alcun diritto cimiteriale. Un tempo esistevano confraternite e società ope-artigiane, ora neanche indossare un abito da confratello durante la processione dei Misteri può dare questo privilegio.

In queste ultime settimane, per motivi professionali e associativi, sono stato chiamato ad approfondire e a interrogarmi sul rapporto tra etica e mercato. Amministratori ciechi, poco lungimiranti, complici se non totalmente disonesti, hanno basato le loro scelte sulla possibilità di lasciare molto a pochi e poco a molti. Il mercato è entrato in aree che non dovrebbero essere governate da logiche di mercato, ovvero quelle aree che riguardano i diritti naturali e sociali di ogni individuo in un paese civile. Il diritto alla sepoltura è un diritto naturale e sociale al tempo stesso. Invece i politici hanno preferito fare cassa, hanno sostenuto il mercato delle costruzioni, ricordando che esiste ciò che ha un prezzo, ma dimenticando che esiste ciò che ha una dignità. Un vero politico dovrebbe essere formato ad una precisa valutazione delle conseguenze.
In tutto ciò, sento di dover manifestare anche una profonda delusione nei confronti del silenzio e dell’immobilismo della chiesa, gruppo allargato e sensibile di prelati, sacerdoti e fedeli che dovrebbe salvaguardare quei valori oggettivi che ci appartengono in quanto essere umani. La chiesa non c’era, la chiesa non c’è. Nessuna interrogazione. Nessuna denuncia. Eppure il culto dei morti le appartiene e, se spinta da ideali francescani, dovrebbe appartenerle anche il culto del creato, inteso come ecosistema da salvaguardare. Abbiamo benedetto edifici, non cappelle, e chi si ritrova in casa il morto sfollato nutre un certo rancore verso chi predica che la morte è davvero uguale per tutti.

Non ho molto altro da raccontare. Vorrei immaginare una commemorazione dei defunti diversa, tra barriere di cipressi le cui cime sono avvolte dalla nebbia, in un’atmosfera mistica di luci votive e croci nel terreno che si fanno compagnia l’una con l’altra, con schiere di persone silenziose a calpestare foglie autunnali in un parco urbano dedicato a chi non c’è più. Per l’ennesimo anno saremo soffocati da automobili e asfalti, costretti a osservare finte pergamene marmoree dove il committente di turno si bea nell’aver detto al mondo intero che quell’orrore di costruzione è della famiglia vattelappesca. Con questo post ho voluto accelerare verso di voi, gazze della peggior specie che fino all’ultimo istante vi siete cibate dei resti di poveri ricci già stirati sull’asfalto, rappresentanti volatili di una società senza memoria e terribilmente ingiusta. 

Riposino (veramente) in pace. Così sia.  

"Cielo y tierra pasaran, mas su palabra no pasarà" (Mt 24,35)

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venerdì 29 luglio 2016

Oh mia cara, mia cara, mia cara...


Musica consigliata: "Che coss'e l'amor, Vinicio Capossela"

Probabilmente sul palco ci siamo da sempre, ogni giorno un palco ci attende, più o meno alto, di legno massello o di aria leggera, così ampio da perdersi o così stretto da soffocarci dentro. Ogni volta che sali sui palchi della tua quotidianità, provi ad essere te stesso o comunque a non dare un'idea di te troppo distante da quella che hai sempre cercato di tutelare, per la tua vita, la tua professione, la tua reputazione, o semplicemente per il tuo essere. Il teatro mi ha reso vulnerabile, che bella sensazione la vulnerabilità, le ossa a terra, la tensione, invece, alle stelle, l'urina che bussa, la memoria in vacanza prima ancora che Agosto faccia il suo corso. Ieri sera ero un altro, e non conoscendo chi di me avrei spedito su quel palco, avevo paura di lui, avevo paura che non fosse all'altezza. Non potevo raccomandarmi in alcun modo, perché era come fosse sordo dinanzi alle mie raccomandazioni. Sapere che qualcuno con il tuo stesso corpo provi a ricominciare una nuova vita, aiuta la tua innata propensione all'eterna giovinezza. Il teatro mi ha reso più utile e completo, ha sciolto la mia forma annegandomi in un secchio di arte informale (finalmente), ma, soprattutto, mi ha reso un uomo più libero. Ora andiamo Ferroni, via, via, vieni via con me!

Grazie Ka-tet, grazie amici, dal primo saluto in via Manzoni il 29 settembre dell'anno 2015, vi porgo dieci mesi di riconoscenza.

"E ai giovani che volessero fare teatro cosa consiglia? "Di non sedersi mai. Non basta il talento per riuscire, senza esercizio ci si ferma, si resta a un livello basso; nella vita e nel lavoro, ci vuole soprattutto un lavoro su se stessi. Bisogna esercitarsi, provare, studiare, cercare di cambiare sempre. Ma questo vale per tutto, mica solo per il teatro." (Franca Valeri in una intervista a Mario Calabresi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto di Giuseppe Cavallo

lunedì 13 giugno 2016

Fermata Cittadella della Ricerca


Musica consigliata: "Le vent nous portera", Noir Desir"

Il 3 Ottobre 1839 fu inaugurata la prima linea ferroviaria "italiana", la Napoli-Portici, sulla quale in un solo mese viaggiarono circa 60 mila persone. Oggi, a distanza di 177 anni si inaugurano le fermate "Cittadella della Ricerca" e "Ospedale Perrino" sulla tratta Taranto-Brindisi. Un treno, la prima grande espressione dell'età contemporanea, il simbolo della rivoluzione industriale e di quella società veloce che ne sarebbe stata figlia, collegherà per la prima volta due luoghi intermedi, due fermate non riconducibili a quelle aggregazioni di case e di uomini chiamate paesi. 
Non mi interessa sottolineare il vuoto mediatico, probabilmente in pochi sanno interpretare la portata simbolica di questo evento. Desidero solo trasferire brevi sensazioni sull'argomento, tracciate a braccio a poche ore dal primo treno che alle 6:16 è partito dalla mia stazione per fermarsi, senza nastri e senza fanfare, presso le nuove destinazioni.

Bla bla car, la community di carpooling, calcola che la riduzione di emissioni di CO2 sulla tratta Oria-Cittadella della Ricerca, ottenuta grazie alla condivisione dell'automobile, è pari a 9 kg. Nove chilogrammi! Immaginate che, ogni volta che raggiungete i centri commerciali dislocati lungo la via Appia, i vostri figli rischiano di respirare 9 kg di anidride carbonica per singola automobile. Sicuramente è un buon monito per guardare le quattroruote con occhi diversi. 
La linea Taranto-Brindisi, elettrificata, sembra fortemente sotto-utilizzata, eppure collega due capoluoghi di provincia che da soli registrano circa 290.000 residenti. Attraversa centri urbani di medie dimensioni come Grottaglie, Francavilla Fontana e Mesagne. Il mio paese si può fregiare di una stazione delle Ferrovie dello Stato, ma la cosa non sembra interessare più di tanto. Chiedetelo a tutti i residenti nei comuni senza rotaie, a coloro che abitano in comunità agricole o montane distanti dalle rotte che rendono sostenibile un collegamento ferroviario, chiedete loro cosa rappresenta l'esistenza di una ferrovia di provincia, solo dal punto di vista psicologico è un modo per non sentirsi fuori dai giochi.
Di recente ho preso un treno Oria-Brindisi per raggiungere l'aeroporto Papola-Casale. Partenza alle 19:23, arrivo a Brindisi alle 19:58, autobus in attesa e collegamento immediato per l'aeroporto. In meno di un'ora ero all'ingresso delle partenze, costo del tragitto € 3,50 (€ 2,50 per il treno, € 1,00 per la linea urbana STP). Si dice che in Italia non funziona niente, ma Easyjet mi aveva regolarmente a bordo, ho risparmiato un'andata e un ritorno ai miei accompagnatori e qualche sacchetto di CO2 alle vie respiratorie dei bambini.

Le fermate "Cittadella" e "Perrino" conferiscono alla linea Taranto-Brindisi le sembianze di una metropolitana di superficie. I 70 km che separano Taranto da Brindisi, infatti, corrispondono più o meno all'estensione dell'agglomerato urbano di una città come Londra. In futuro si potrebbero progettare nuove fermate "Centro commerciale Auchan" e "Chiesa di Gallana" (permettetemi il campanilismo, ma non è poi un'idea così bislacca, la promozione della cultura ferroviaria mediante l'organizzazione di viaggi con treni storici e turistici su linee dismesse o poco frequentate è in forte ascesa). Si tratterebbe di progettare l'esperienza e di condurre gruppi di turisti ad immergersi nella cultura storica e rurale d'entroterra, tra i tetti a tholos, gli ulivi secolari, le cicale e il profumo del pane cotto nel forno a legna.
La sola idea di chiamarla metropolitana ci fa sentire cittadini di serie A, contribuenti, studenti e business man privilegiati. E per certi versi lo siamo. Mediamente, in 20 minuti, potremo raggiungere il nostro posto di lavoro, magari portando gratuitamente a bordo una bicicletta nelle belle giornate di sole (come riporta la Carta dei Servizi Puglia a cura di Trenitalia - http://www.trenitalia.com/cms-file/allegati/trenitalia_2014/in_regione/newcsr_Puglia.pdf). Gli studenti, semmai le università torneranno ad investire nel parco scientifico, avranno 20 minuti in più per ripassare o per pregare sul buon esito dell'esame. In tanti potranno sonnecchiare e ascoltare musica. In molti approfitteranno del ripetersi degli incontri per abbordare la ragazza della loro vita. Nessuno avrà paura di forare una gomma o di subire un furto d'auto, ridurremo il numero degli incidenti stradali. Per raggiungere le stazioni saremo obbligati a percorrere quella quota residua di cammino che i nostri smartphone ci impongono quotidianamente per arrivare al fatidico tetto dei 10.000 passi. Pazienti, operatori sanitari e visitatori potranno raggiungere il più grande ospedale della provincia, non rischieranno cali di attenzione dovuti a cure o anestesie, non lasceranno bruciare le auto al sole e non saranno molestati dai parcheggiatori abusivi.

Oggi, a distanza di dieci anni dalla prima volta in cui questa possibilità iniziò a trapelare, si inaugurano due fermate. Il presente è la disponibilità di nuove infrastrutture, ma il futuro dipenderà dalla nostra capacità di cambiare modelli e stili di vita. Dovremmo avere lo stesso entusiasmo dei napoletani che videro passare il re a bordo della locomotiva, tornare a capire che il progresso non è nell'indipendenza del singolo, ma nella sostenibilità dei modelli collettivi. La mobilità è una sfida, una delle più grandi sfide che attendono l'uomo contemporaneo, il mezzo pubblico è un concetto tanto bistrattato quanto vitale per la sopravvivenza del genere umano.
Chiudo con un po' di sana ironia. Il cartello che segnala la presenza della nuova stazioncina riporta questo testo: "Fermata Cittadella della Ricerca". Mio padre, spietato osservatore di messaggi inutili, si metterebbe a ridere al solo pensiero che qualcuno abbia specificato trattasi di una fermata. Perchè? Cosa mai dovrebbe essere una banchina in prossimità di una rotaia? Un negozio? Una pista? Un punto panoramico su una distesa di ulivi? Oppure un invito ad un immobile silenzio prima di varcare i luoghi della scienza?
Oggi si inaugurano due fermate ferroviarie in provincia. Facciamone buon uso.


"Le stazioni sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d'animo della gente, i suoi problemi?" (T.Terzani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Incrocio di treni" (G. De Nittis - Barletta, Pinacoteca De Nittis - Palazzo della Marra)

venerdì 22 aprile 2016

Donare è libertà!



"Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva" (Luca 17,33)

Stefania si presentò in una domenica di luglio. Eravamo sul punto di chiudere i battenti, fare fagotto e andar via, un po' come gli ambulanti alla fine di una giornata di mercato. Era sola, salì le scale con la sua giovane e fresca leggiadria e chiese, con quella remota qualità un tempo chiamata educazione, "Buongiorno, vorrei donare!". Bisogna precisare che alcune donazioni d'estate si tingono di un rosso quasi messicano, hanno i tempi e i suoni blandi di una siesta. I volontari sperano, spolverano e archiviano. Medici, tecnici e infermieri chiacchierano e attendono l'ora del congedo. Tutto diviene gradualmente soporifero, il grosso dei prelievi si concentra nelle prime ore del mattino, in pochi sfidano l'afa delle 11 per provare a donare.

Stefania era sola, ripeto. Sola in una domenica d'estate, mentre la stragrande maggioranza dei suoi coetanei era probabilmente al mare, a rigirarsi nel letto con il ronzio della disco nelle orecchie o a scorrazzare in moto sbandierando la conquista della libertà estiva. Il volontariato non andrebbe analizzato per essere celebrato, ma queste situazioni meritano una lettura che supera la semplice registrazione di una giovane donatrice di sangue in una domenica d'estate.

Stefania era alla sua terza donazione. Le prime due, quelle liceali, le aveva affrontate in un contesto noto e sicuro, in mezzo ai suoi compagni di classe, in autunno e in primavera. Ha probabilmente beneficiato di un permesso e, anche se così non è stato, in ogni caso ha avuto il pubblico dell'istituto pronto ad applaudirla per il suo nobile gesto. Se l'AVIS avesse raggiunto le scuole negli anni della mia adolescenza, avremmo curato molte vite dall'egoismo. Sono sempre più convinto che le donazioni scolastiche siano alla base della formazione del futuro adulto e che molte di queste esperienze di volontariato e cittadinanza attiva andrebbero preparate tra le mura amiche di una classe.

In quel giorno d'estate, invece, Stefania non avrebbe avuto una platea, la mano stretta dalla compagna di banco seduta accanto al suo lettino, insegnanti pronti ad ammirare anche le sue doti extra-didattiche. Non avrebbe avuto crediti scolastici, né un permesso per tornare a casa in largo anticipo. Stefania era sola, era venuta a piedi, e avrebbe donato da sola in un camerone alle prese con una confusa fase di rapido sgombero.

Esiste un detto molto discutibile, più passano gli anni e più la gente sembra acquisire consapevolezza della sua apparente verità: "Nessuno fa niente per niente". Dove il primo far niente è l'azione da innescare, mentre il secondo niente è il tornaconto che, per i sostenitori del detto, è l'unica miccia che probabilmente accende i motori del mondo. Stefania, quel giorno, fece niente per niente, ne sono certo. Nessun rimborso, nessun premio in tasca, nessun passo indietro, nessuna espressione di paura sul suo viso, niente di niente. Stefania firmò le sue carte, con personalità andò incontro alla donazione di sangue, scacciò le mosche d'estate e compì il suo gesto con una personalità e una sicurezza disarmanti. A distanza di tempo, ho ancora chiaro quel ricordo e il ricordo di me che pensavo a lei come esempio per l'allargamento della futura consulta giovani: "E' la persona giusta, ha carattere, niente smorfie, scioltezza". Perché il bene si fa con scioltezza e senza clamori.

Ecco, il clamore. In un'era digitale dove lo "share" conta più del "make", sembra che fare del bene debba essere prima pubblicato e condiviso per poi essere effettivamente materializzato, concretizzato, attuato. Ho riflettuto a lungo sulla necessità di fotografarsi durante l'atto della donazione, con una sacca appesa che lentamente si riempie di vita da regalare a chi è meno fortunato. Per anni ho sostenuto l'idea che fosse un gesto fuori luogo, persino distante dai valori e dai principi di AVIS. Un gesto fariseo, se il bene si fa, gli altri devono quanto meno saperlo.

Oggi devo riconoscere di aver cambiato idea. Drasticamente. Esistono forze che hanno bisogno di essere respinte, contrastate, arginate. Esistono forze che comprimono i giovani verso modelli discutibili, inutili e a volte pericolosi. Perché se un giovane si fotografa senza mani al volante correndo ben oltre i limiti di velocità, con musica a palla e fumi vari nell'abitacolo, un altro giovane, il suo calviniano coetaneo dimezzato, non può fotografarsi disteso su un lettino impegnato nel compimento di una buona azione? Come vinceremo i mali e le follie del nostro tempo, se non adottando gli stessi strumenti di propaganda e visualizzando quanto bene da contrapporre possiamo produrre? E allora ben vengano i selfie della domenica mattina, rendiamo attrattivi i luoghi del bisogno, del volontariato, del dolore e dell'altruismo. Donare è libertà, libertà anche di farlo sapere agli altri.

Stefania, da allora, ha trascinato con sé nuove leve, che hanno conosciuto il viaggio, l'amore, la gioia di far parte di gruppi allargati a livello provinciale, regionale e nazionale. Dalle scuole superiori nuove volontarie, non ancora maggiorenni, si offrono di rinunciare alle loro passeggiate domenicali per accogliere i donatori. Il passaparola e il buon esempio creano fenomeni di replicazione impensabili.

Igor Cassina, noto ginnasta e testimonial AVIS, mi viene incontro per chiudere questo post di liberazione, con tutta la forza derivante dalle sue acrobazie. Igor ha detto: "Il fatto che gli altri non eseguano il mio movimento mi inorgoglisce parecchio. Eseguirlo mi ha consentito di vincere ad Atene. Non ci sono mezze misure: lo fai bene e arrivi lontano, sbagli e sei fuori". Igor non ha seguito la massa (sportiva) dei suoi avversari, è stata una voce fuori dal coro. AVIS, e la nostra società in generale, hanno bisogno di gente che al bivio sia capace e pronta a separarsi. Perché, sempre citando Igor, "...per quanto tu non abbia mai la certezza di ritrovare la sbarra, la sensazione del vuoto è bellissima".

"To promote the regular, anonymous, voluntary, non-remunerated gift of blood in all countries of the world" (Statutes of IFBDO. ARTICLE III - AIMS)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: Miriam Dalsgaard - Donatori di sangue danesi

venerdì 27 novembre 2015

No surprises

Tempo fa, in un’intervista, Francesco Guccini rimpiangeva il fatto di non aver scritto la canzone “Luci a San Siro”, scritta e musicata come noto da Roberto Vecchioni. Il suo tono ironico era quello del “…m’ha fregato, avrei dovuto scriverla io”. Anche io riempio spesso la testa di questi pensieri che, per quanto inutili, lasciano amare o belle verità, dipende dai punti di vista. Io, nella mia vita, avrei voluto scrivere solo una canzone, quella. Una canzone sfornata nel 1997 dopo una lunga lievitazione, l’anno in cui la mia vita cambiava drasticamente e mi proiettava in quella zona anagrafica caratterizzata da una presunta maturità ad oltranza. 

La canzone si intitola “No surprises” dei Radiohead. Inutile presentarla al mondo o commentarla, si sa già tutto di lei. Una cantilena fuori di testa, una musicalità dolce e perfettamente equilibrata. Nei periodi particolari della mia esistenza, ascolto “No surprises” come sedativo, recupero fiducia e dichiaro pubblicamente niente allarmi e nessuna sorpresa.

Quindici giorni sono trascorsi dalle stragi di Parigi. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per ribaltare una sconfitta maturata all’andata, per scoprire di essere incinta, per far seccare un albero fingendo un attacco batterico o fungino, per vincere un ballottaggio e tornare a vestire indegnamente una fascia tricolore. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per dire, chiaramente, di non aver capito nulla delle stragi di Parigi. Per mia natura non commento a caldo. Di solito non commento a caldo. Non l’ho fatto nei giorni di Charlie, non l’ho fatto il 13 novembre. Mi piace riflettere in silenzio e, se mi riesce, pregare. Mi piace parlarne con gli amici, per sentirci parte di un dibattito internazionale nel quale la voce delle periferie del continente sembra non avere spazi. Questa sera, però, alla chiusura del saluto di Parigi, sento che il mio blog, se davvero desidera parlare d’Europa, deve esprimersi in qualche modo e tracciare almeno il ricordo del mio pensiero sui fatti.

Partiamo dalle soluzioni, non dalle cause. Sarei molto presuntuoso se fornissi la mia versione delle motivazioni che hanno portato agli attentati di Parigi. Esistono cose molto più grandi di noi e delle nostre menti, ci sono fior di persone, studenti, politici e diplomatici che possono e devono dire la loro. E’ giusto riconoscere i propri limiti. Il popolo dei social è vittima dell’opinionismo take-away, si rimbalzano migliaia di post frutto dell’ignoranza e dello sconcerto, non della ragione. E questo è un secondo attacco al Paese che ha dato i natali all’Illuminismo.

La mia prima soluzione, e forse unica, è molto semplice. C’è bisogno d’Europa. Non è la sola Francia, è l’intera Europa ad essere stata offesa. Se siamo tutti con la testa ai fiori e alle candele che lentamente si spengono nei luoghi del sangue è perché, inconsapevolmente, siamo tutti europei, condividiamo il lutto di un altro stato come se fosse il nostro, partecipiamo al suo dolore perché avrebbe colpito noi tutti allo stesso modo. Il primo monito è quindi questo. Quando parlerete male del nazionalismo francese, dell’ozio greco, dell’imperialismo economico della Merkel, della xenofobia ungherese, ricordate che esistono mali peggiori e che l’Europa è un contenitore di pace e di crescita che andrebbe difeso sempre, senza se e senza ma. Alcune forze politiche settentrionali, nominarle mi provoca spesso il mal di pancia, ora sono tutte filofrancesi quando fino a ieri guerreggiavano per questioni di quote latte e formaggerie varie. In questi giorni i francesi che attaccano i “musulmani” in Medio Oriente sono bravi, un esempio per noi italiani, bisogna estinguere ogni minaccia proveniente da un Islam la cui moderazione non è stata mai provata. Fino a ieri la Francia rappresentava le logiche malate dell’Europa sul campo, oggi è una eroina coraggiosa che sposa la causa leghista (ecco, lo sapevo, iniziano i dolorini…) contro il male comune.

Molti hanno scritto che le stragi del fanatismo islamico in Nigeria, Kenya, Libano, etc. non interessano, non fanno notizia e si ergono a difensori di Paesi che soffrono gli stessi attacchi terroristici, senza avere la giusta solidarietà e supporto degli occidentali. Non sono d’accordo, condividiamo le stesse paure e preghiamo gli stessi morti, ma il mondo è ancora piccolo e le regole della prossimità che si costruiscono nei secoli ci fanno sentire più vicini agli amici d’Oltralpe che non alle madri degli studenti di Nairobi. Ma non per questo sono, siamo meno devastati. Saremmo degli uomini senza dignità umana se classificassimo l’importanza delle stragi sulla base dei contesti geografici in cui si verificano.

Il modello Europeo. Altro spunto. Lavorare, uscire nel fine settimana, sentire il profumo della libertà, amare la vita. E’ questo il modello che è stato attaccato, sono stati presi di mira i luoghi dello svago e dell’intrattenimento, i luoghi della socialità, del cibo, della musica e dello sport. E’ questo che fa male ai terroristi, non avere la stessa libertà mentale, la stessa sicurezza che gli uomini e le donne europee hanno acquisito prima di tanti altri. Probabilmente i terroristi sono più infastiditi dall’integrazione delle etnie nelle splendide città europee che dai missili lanciati nel deserto sugli avamposti delle vie carovaniere segnalati da bandiere nere. L’ho sempre detto, vestitevi di nero per eleganza, mai per politica.

Lascerei dormire serenamente Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, non erano profeti, analizzavano le cose del mondo liberamente perché il mondo lo hanno vissuto veramente e ognuno, dal mondo, estrapola quello che i suoi passi calpestano. Sono d’accordo con chi non vede uno stato di guerra in tutto ciò, l’Europa non deve essere in guerra con nessuno, la forza dell’Europa sono la sua gente e le sue regole. Quando acciufferemo i responsabili non taglieremo le loro teste per farne dei video da far girare sugli smartphone di figli ignoranti alla ricreazione, attratti dagli sbuffi di sangue alla Tarantino e non disgustati dalla violenza di quattro esaltati. Quando li acciufferemo, dimostreremo loro cosa significa essere umani, restare umani, il rispetto della vita è il nostro marchio di fabbrica, per quanto anche noi continuiamo a macchiarci di omicidi generati da bombe inutili.

Le bombe, appunto. Non condivido gli attacchi militari umorali. Sapevo che i francesi sarebbero partiti in quarta e avrebbero chiesto supporto ad un gruppo di alleati. Stiamo perdendo tempo e tanto denaro da destinare diversamente. Si stimano 80-100 mila “cittadini” dell’ISIS e affiliati (su 1,9 miliardi di musulmani). Pensiamo di ucciderli tutti? Pensiamo di ripulire la zona visto che abbiamo i mezzi per farlo? E quando saranno stremati, cosa ci aspettiamo? Che uno Stato che non esiste si arrenda? Che si convertano alla croce? Che svendano le tute arancioni al primo mercatino del mondo in qualche fiera di provincia europea? Ma soprattutto, che senso ha restituire i confini di partenza a Siria e Iraq, se poi sciiti e sunniti custodiscono e alimentano idee completamente diverse di come spartirseli? Per quanto anacronistica, perché non partiamo da quella formula un tempo denominata accordo di pace? I tagliatori di gole, i violenti, i nemici di Palmira, gli stupratori, saranno giustiziati secondo l’unica legge che tutti conosciamo, quella che non ammette la diffusione della cultura della morte e dell’odio tra le genti.

Questo non è il momento della divisione. Sara e Selma, le mie amiche musulmane di Casablanca e di Ankara, mi hanno scritto dei brevi messaggi di scuse, hanno pubblicato post in francese ed inglese sulle loro bacheche affinché gli occidentali sappiano che l’Islam non era nei loro corpi in quella notte. C’erano il denaro, il burattinaio, le droghe, il martirio e l’affannosa ricerca della gloria.

Un ultimo pensiero è per Valeria Solesin. Io amo le donne europee, lei è il simbolo di un’Europa che è splendida perché si contamina di anime e di idee, di sogni che si coronano tra Venezia e Parigi, in un atto unico di bellezza e cultura che abbiamo saputo costruire con tanta fatica e con tante visioni. Hanno detto di lei: “nata a Venezia, cresciuta in Europa”. La frase più bella letta e ascoltata in questi giorni di terrore. E un pensiero anche a Giancarlo Lo Porto, del quale so poco quanto niente, ma che stimo per il semplice fatto di essere nato a Palermo e cresciuto di sua spontanea volontà nei luoghi disagiati del pianeta. Per me i morti hanno lo stesso valore, non c’è bisogno di fare sempre confronti per ritagliarsi spazi di visibilità.

Per stare al mondo bisogna essere fluidi, l’Europa dovrà continuare a essere miracolosamente libera e fluida. Il Medio Oriente troverà la sua strada, prima o poi lo farà, è un suo obbiettivo. Non mi piace scrivere la parola obiettivo con due “b”, per quanto sia comunque corretto farlo. Le doppie appesantiscono, non hanno stile. Riposino in pace, tutti, niente allarmi e nessuna sorpresa. Io amo l’Europa, marchons, marchons…

"This is my final fit, my final bellyache with no alarms and no surprises" (da "No Surprises", Radiohead).

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giovedì 13 agosto 2015

Sarà come sarà, se sarà vero...


Musica consigliata: Ti leggo nel pensiero, Francesco De Gregori

Ettore e Ilaria sono accomunati da una generale propensione all'interpretazione. Interpretare una lingua, interpretare un emocromo. Se non hai cultura e propensione, le lingue e le analisi del sangue sono solo parole, codici, acronimi indecifrabili. Questo mi fa pensare che la loro unione sia inevitabile, giusta, necessaria e per certi versi quasi benedetta, dall'alto e dal basso. Perché per vivere insieme una vita intera bisogna essere bravi a interpretare, ogni giorno, ogni piccolo segnale, ogni piccola crepa, ogni piccolo spiraglio. La vita è tutta una questione di interpretazione, per districarsi bisogna cogliere e riportare una versione dei fatti quanto più vicina alle verità che ognuno di noi cerca nel suo tempo. Così Ettore, un giorno, ha interpretato il sorriso di Ilaria come il più bello che potesse appartenere a una donna, un sorriso tondo, aperto, amabile. Così Ilaria, un giorno, ha interpretato il mix vulcanico di chimica, biologia, metal, calcio, Milan, capelli e presenza fisica e immateriale di un uomo come Ettore come la più ricca mai appartenuta agli uomini da lei incontrati. Ettore e Ilaria appartengono a quel genere di coppie che nascono senza troppi perché, senza studiarsi molto a distanza, dove la prossimità, la pelle e i profumi veicolano veramente l'unione. Isocrate scrisse che i più grandi doni di Demetra all'umanità furono i cereali, che hanno reso l'uomo diverso dagli animali selvatici. Ettore e Ilaria sono una coppia fibrosa, che conoscerà il valore delle stagioni e l'importanza dei raccolti da sudare e da celebrare. Il primo dei quali è qui che sorride felice in una calda sera d'agosto, mentre nonno Cesare non può far altro che aprire una splendido cielo d'estate sui propri figli.

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sabato 8 agosto 2015

Trentasei



Musica consigliata: "Please, Please, Please, Let me get what I want", The Smiths

"Agisci se hai in mente una grande causa, condivisa da altri e ritenuta tale dalla gente, non serve l'art pour l'art. Agire localmente, pensando globalmente: localmente in modo molto concreto. Non puntare all'1%, allora è meglio lasciar perdere. Guardati dalla paura di dover competere...Anzi guarda e passa. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Non infognarti nella concorrenza...Mettiti d'accordo con i tuoi compagni di cordata su un programma chiaro, parziale e modesto. Non promettere niente. Cedi il passo alle donne. Cerca gente nuova, senza temere la loro ingenuità. Tieni presente che tra le persone nuove ci possono essere spesso dei vecchi, delle vecchie. Il vostro messaggio dovrà arrivare a tanta gente: si fa intendere meglio con azioni...che con parole stampate. Occorre il candore delle colombe, ma la furbizia dei serpenti...bisogna sì muoversi nel mondo, ma senza essere del mondo. Un buon gruppo promotore, affiatato anche da amicizia, può fare molto. Nuoce invece quando agli altri si presenti come gruppo chiuso e troppo omogeneo. Qualche vecchia volpe può dare buoni consigli, ma non molto di più: non lasciare che si travesta da orsetto panda. Un'immagine nuova non può essere la sommatoria di immagini vecchie, né appaltata ad alcuno. L'obiettivo, nel lungo periodo, è costruire un ponte verso un'altra sponda. Non farti ossessionare. Buon lavoro".

di Alexander Langer, tratto da "La Nuova Ecologia", Ottobre 1984.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: Acquerello originale dell'artista Beraldo, recuperato in una discarica abusiva della Città di Oria.