lunedì 8 giugno 2015

Voglio un sindaco Madre

 
Musica consigliata: Talking about revolution, Tracy Chapman

Voglio un sindaco che abbia idee. Voglio un sindaco europeo, che istituisca e animi l'Ufficio Europa. Che conosca le regole e gli strumenti della programmazione comunitaria, che si sappia muovere nell'oceano dei finanziamenti a dodici stelle, che sappia divulgare le infinite opportunità di scambio per far studiare e lavorare i nostri ragazzi all'estero prima del loro giusto ritorno. Voglio un sindaco che spedisca i suoi giovani a formarsi altrove, ad apprendere lingue e buone pratiche, che prelevi il loro campanilismo e inietti sane dosi di apertura. Voglio un sindaco mediteranneo. Voglio un sindaco cresciuto ad immersioni di calce, che proibisca la tinteggiatura delle case di viola, di fucsia o di arancione. Voglio un sindaco che riduca le dimensioni dei manifesti funebri ad un semplice A4. Voglio un sindaco che ricopra i cimiteri di pannelli solari e restituisca almeno utilità alle colate di cemento per i morti. Voglio un sindaco che canticchi mentre innaffia i gerani sul balcone. Voglio un sindaco che riprenda gli uomini del corpo forestale che sporcano con gli stivali gli intonaci del palazzo di città, mentre fumano una sigaretta in attesa di segare senza un perchè. Voglio un sindaco che rispedisca a casa la xylella e i suoi falsi untori. Voglio un sindaco che abbatta gli archi di trionfo nelle campagne e obblighi i megalomani a dieci giorni di Summer School in Valle d'Itria. Voglio un sindaco che conosca le isole di calore urbano e quanto un viale alberato possa ridurre la temperatura estiva percepita in un paese al 40° parallelo, molto più di batterie di condizionatori installati anarchicamente. Voglio un sindaco che metta la freccia, in tutti i sensi, che indossi il casco e le cinture. Voglio un sindaco senza rimpasti, senza indecisioni, senza condizionamenti. Voglio un sindaco che torni a piantare i tigli in viale Grande Europa e i platani mancanti in viale Regina Margherita. E che restituisca luce e pulizia alle sorgenti che correvano verso le lame. Voglio un sindaco esperto in olio e in vino, abile nel creare le condizioni favorevoli per tornare ad esportare vagonate di fichi neri, secchi e non. Voglio un sindaco che proibisca la distribuzione delle acque minerali in bottiglia e che elimini i rifiuti a monte e non solo a valle. Voglio un sindaco che raccolga acqua quando piove. Voglio un sindaco che abbatta le pensiline in plastica e in legno dal centro storico, perchè siamo a Oria e non a Bolzano. Voglio un sindaco che vada a piedi o in bicicletta. Voglio un sindaco che demolisca con violenza la pavimentazione della piazza d'armi del castello e torni a spargere liberamente un romantico ghiaietto. Voglio un sindaco bravo a recuperare e non a costruire. Voglio un sindaco che abbia il sorriso triste di Troisi e che non appenda bandiere di solidarietà solo per i fucilieri di marina, ma anche per Aung San Suu Kyi. Voglio un sindaco che monitori le polveri sottili in via Mario Pagano al sabato pomeriggio, che sappia intercettare le emergenze sanitarie e combattere preventivamente i mali del nostro tempo, anche a fronte di scelte impopolari. Un sindaco che conosca i venti dominanti del territorio e aiuti i suoi cittadini a conoscere la provenienza e le fonti di tutto ciò che di contaminato mangiamo ed inaliamo. Un sindaco capace di favorire il ritorno dei tavolini per le strade, le buste di juta e biopolimeri per i negozi consorziati e il passeggio per alimentare socialità e commercio. Voglio un sindaco esperto in toponomastica, che corregga Filippo in Filippa di Cosenza. Voglio un sindaco che la smetta di parlare di turismo, ma di qualità della vita, perchè non ci sarà mai turismo se continueremo ad avere una qualità della vita mediocre. Voglio un sindaco che consegni ai giovani sposi bottiglie di alcool etilico per ripulire la segnaletica stradale dai loro minimanifesti abusivi. Voglio un sindaco che si vergogni quando vedrà il cancello degli uffici sanitari, arrugginito e dondolante da sempre. O che inorridisca al pensiero che da anni accogliamo il visitatore proveniente da via Latiano con una stazione di servizio abbandonata degna della Beirut degli anni ottanta. Voglio un sindaco che sappia chiedere scusa e dire “Ho sbagliato, sarò più attenta”. Voglio un sindaco che ricordi l'esistenza di Lorch e che non cerchi gemellaggi qua e là solo per spesare qualche gita fuoriporta al consigliere delegato di turno. Voglio un sindaco che sappia commuoversi e ballare, anche goffamente. Voglio un sindaco a LED, che prenda i lampioni di Piazza Cattedrale e li restituisca al mittente, decretando la fine di operazioni di vendita di prodotti obsolescenti a paesi considerati del terzo mondo. Voglio un sindaco che abbatta le gabbie dei polli degli scavi archeologici. Voglio un sindaco che proibisca l'uso di diserbanti sul bordo delle strade e che denunci chi inquina ancora le falde acquifere o trivella il territorio abusivamente. Voglio un sindaco che temporizzi l'illuminazione notturna della villa comunale. Voglio un sindaco che non vada dietro al santo, ma alla fine della processione. Voglio un sindaco che ceda la sua fascia ai giovani assessori e li istruisca all’arte oratoria, al ben vestire, al come rappresentare al massimo questo paese in ogni sede. Voglio un sindaco pellegrino, che colleghi Oria al santuario con la migliore prospettiva di sempre, pullulante di devoti, atleti, ciclisti e autovelox festanti su piste realizzate con scarti di pneumatici all'ombra di rigeneranti chiome di alberi ad alto fusto. Voglio un sindaco che rimuova le colate di asfalto che bruciano le estati degli sportivi attorno a quello che fu lo Stadio Comunale. Voglio un sindaco che crei zone cuscinetto intorno alle scuole, 200 metri dove non possono transitare le auto di genitori morsi dalla fobia di aggressioni, stupri e sequestri dei loro figli. Che riduca lo smog in prossimità degli edifici scolastici e favorisca le corse liberatorie al termine di una faticosa giornata di scuola, i primi bacetti e lo scambio delle figurine. Non lo dico io, ma fior di progetti europei come "Getting children out of their parent's car". Voglio un sindaco che sappia interpretare le logiche del "Paseo" spagnolo, che capisca che le strade non sono corsie per automobili, ma arterie vitali per uomini, animali, ciclisti e alberi. Voglio un sindaco in silenzio quando camminerà di notte per visitare i "sepolcri". Voglio un sindaco che conosca la differenza tra un leccio e una roverella. Che vieti ogni impianto di Cocus Plumosus e torni a riforestare il paese e i suoi dintorni con ettari di vegetazione funzionali alla purificazione dell'aria e alla produzione di biomasse. Voglio un sindaco meteodipendente, che dirami allerte notturne via fb ai suoi cittadini, invitandoli a non correre lungo le strade con canali a rischio esondazione, che salvi le vite con semplici consigli sull'aquaplaning o rilevazioni tempestive nei sottopassaggi. Voglio un sindaco cattolico, ma anche ateo, che apra moschee e sinagoghe, che torni a rendere questo paese attrattivo verso ogni fede e cultura e che non faccia radicare i fanatismi, perché ha insegnato prima degli altri i valori della tolleranza e della convivenza. Voglio un sindaco che celebri matrimoni etero e omosessuali, senza sorrisetti ironici verso l'amichetto di partito alla propria destra. Voglio un sindaco che dipinga i volumi della Camillo Monaco con i colori di Rietveld. Voglio un sindaco accappatoio, morbido e pulito, che assorba l'umidità in eccesso e ricopra fino a quando sarà necessario le nostre peggiori nudità. Voglio un sindaco che ami i temporali e la lettura negli afosi pomeriggi d'estate. Voglio un sindaco che profumi di legalità e di innovazione. Voglio un sindaco che sappia soffrire dentro, come tutte le persone buone. Voglio un sindaco sorridente, profondamente auto-ironico. Voglio un sindaco che restituisca classe, eleganza e stile a questo paese. Per questa ragione auguro a Cosimo Ferretti e ai suoi sostenitori la migliore campagna elettorale possibile, ma voto Maria Lucia Carone. Voglio un sindaco Madre.

"Pierini salì sul motorino, girò l'acceleratore a manetta e ripartì a testa bassa urlando: Aspettami qua. Lo stronco e torno". (da "Ti prendo e ti porto via" di N.Ammaniti)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Ballottaggio" - Ubaldo Spina 2015

mercoledì 20 maggio 2015

Ci vuole tanto troppo coraggio...

 
Musica consigliata: "Era de Maggio, Roberto Murolo"


Non ricordo il giorno esatto in cui ho conosciuto Alessandro. Abitare in un piccolo paese spesso comporta l'inizio di nuove amicizie per il semplice fatto di incontrarsi ripetutamente, di frequentare gli stessi campetti, le stesse parrocchie, gli stessi lampioni. Significa condividere il tragitto verso la scuola senza mai essersi presentati, dividersi prima del suono della campanella e rimanere amici per sempre. Il primo "ciao" con Alessandro si sarà concretizzato in una di queste occasioni, fino a quando, in un giorno di fine luglio sancimmo l'inizio della nostra amicizia in riva al mare. In quella stagione nacque per lui una storia con una ragazza di Manduria, una storia probabilmente scatenata da uno scontro frontale in un campo di beach volley, dove entrambi si contesero un baker disperato senza che nessuno dei due riuscisse a rispedire la palla oltre la rete. L'imbarazzo sfociò in una grassa risata e nei primi baci a match terminato, consumati in quel grigio svaporare della calura estiva sul mare piatto di tramontana nella sera di Campomarino. Pochi giorni dopo, la ragazza fu invitata ad una festa, dove ci sarei andato anche io. Alessandro non era ancora munito di patente e cercava con garbo un passaggio fidato per raggiungerla e infilarsi nel convivio. Si presentò con educazione, l'approccio più bello ed intelligente che possa avere una persona quando è nel bisogno. Quella sera salì nella mia auto e lo riaccompagnai in piena notte sulla soglia di casa. I discorsi che animarono la traversata notturna appartengono ora agli spiriti della litoranea, ma ricordo si trattò di una piacevole compagnia e di flussi di parole piuttosto impegnati nonostante la ridotta lucidità di entrambi. Negli anni successivi, per obblighi universitari e vite che giustamente si disperdevano verso obiettivi differenti, la nostra amicizia restò salda nell'assenza e, almeno per quanto mi riguarda, così la reputo ancora.

Ho seguito a distanza i suoi anni migliori. E' stata una persona che non ha rinunciato ad un solo attimo della sua esistenza. Ha amato le donne e le donne lo hanno amato, da vero latin lover non ha mai sbandierato al popolo l'esatto bottino delle sue battute di caccia, fu sempre corteggiato e profondamente desiderato. Alessandro lo ricordo così, cestista e sbandieratore, studente e barman, notte e giorno avevano per lui un profondo significato e, per quanto anche le più grandi energie della gioventù siano destinate ad andare in riserva, difficilmente ha ceduto alle sue passioni. Mi piace pensarlo ancora alle prese con cocktail acrobatici o vestito con canovaccio distinto nel cuore di una norcineria scavata nel carparo locale. Mi piace pensarlo assorto nei suoi pensieri o impegnato in quella che sarebbe stata la sua futura professione.

Ecco, sarò controcorrente, ma credo che la vita, nella sua limitatezza, non vada calcolata in anni accumulati all'anagrafe, ma in sensazioni, in ritmo, in impronte, e per quanto sia nostro dovere cercare di strappare anche un solo minuto in più alla morte, nessuno potrà mai dire se sia stato meglio morire rantolando a 90 anni in un letto di ospedale o cantando a 30 in una strada che corre verso l'estate salentina. Con una vita davanti, un amore atteso tra le lenzuola e il vento in faccia di un maggio di grandi speranze.
Non so, forse l'enigma più grande da risolvere resta proprio questo: avremo sempre acqua corrente per lavarci i denti? Nei giorni di Galizia ho capito quanto fosse importante centellinare quelle gocce preziose raccolte in una bottiglia da 0,5 litri per pulire, sciacquare e togliere ogni residuo di cibo e di schiuma dalle setole. Così è la vita, la puoi immaginare che scorre perpetua da un rubinetto cosmico gigante, regalo infinito senza data di scadenza, da consumarsi preferibilmente, ma anche oltre. Oppure puoi fermarti a guardarla confinata nelle pareti di una bottiglia, mentre giorno dopo giorno ne hai sempre meno e consumarla diviene quasi un affronto sacrilego al Creatore. E' un esercizio difficile, ma aiuta a capire molte cose su quanto prezioso sia questo battito concessoci in questa frazione di eternità.

De Andrè ha ragione, ha sempre ragione. «Ninetta mia, crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio». Lo sanno soprattutto le persone che hanno improvvisamente dovuto accettare la tua partenza e che vivono ogni giorno con la speranza di incrociarti ad un angolo di una qualsiasi strada. Io, quel giorno, ero in viaggio verso Montecatini Terme. E ho atteso tre anni per scriverti questo piccolo omaggio. Ciao Ale, salutaci l'universo.

"Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje?"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá".


(da "Era de Maggio" di S. Di Giacomo)


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venerdì 20 febbraio 2015

Crocefisso Salvatore Perrino era uno stilista


Musica consigliata: "Gaza, Radiodervish"

Il panificio San Barsanofio ha chiuso i battenti da un pezzo. Nell'ultimo periodo è stato un panificio notte e giorno, accaventiquattro, evoluzione metropolitana discutibile, ma pur sempre lievitata nella devozione. Poi si è arreso e ha lasciato la sua enorme eredità onomastica al famigerato Panificio "Gli Imperiali". Con tutto il rispetto per il mondo conosciuto, oltre all'onta riservata al caro esicasta, è stata un'operazione dal sapore della sfida, sulla quale il nostro abate ha sicuramente posato volontariamente il suo mantello, un po' come si fa con i cadaveri per strada. E' come se io aprissi un "Bar Rione Lama" in via Giuseppe Di Vagno...
Questa introduzione mi aiuta a dispensare un po' di riflessioni sull'attaccamento degli oritani al proprio patrono. Non ci sono molte tracce del suo nome nelle attività associative e commerciali (l'ultima, gloria e pace all'anima sua, è stata da poco descritta...e poi ci lamentiamo dello smarrimento delle radici cristiane, ma questo fa parte della confusione totale dell'italiano medio), i neo-genitori provano quasi vergogna ad assegnare un nome così lungo e strano ai propri figli (eppure le prime cinque lettere ricordano il football club per eccellenza), via San Barsanofio Abate è solo un sentiero (e qui è d'obbligo citare papà): "Solo nel 1981 gli amministratori si accorsero che al grande anacoreta palestinese, protettore della Diocesi e della Città, nessuno aveva mai pensato di dedicare una strada. Ma, forse, San Barsanofio avrebbe volentieri aspettato qualche altro anno! Non so quanti conoscano via San Barsanofio e questo non mi meraviglia perchè, in realtà, questa strada forse non merita neanche di chiamarsi tale". In diocesi si ignora perfino l'esistenza, al punto tale che una professoressa di inglese ebbe il coraggio di fare l'appello chiamando "Barsafoglio Cognome" un mio compagno di classe.
E da qui traggo il seguito delle mie considerazioni mattutine. Un nome come Barsanofio lo ricordi per sempre e per sempre lo assocerai al paese dove ti è stato nominato per la prima volta. Barsanofio è così originale che meriterebbe fior di richieste in un paese a reale vocazione turistica. 
Potremmo chiamare "Il Barsafoglio" un giornale locale, potremmo fare dolci a forma di mantello che proteggono cicloni di crema pasticciera (in barba alle inflazionatissime code di aragosta), potremmo creare una bacheca contenente oltre 800 lettere, potremmo regalare agli Oritani nel Mondo più meritevoli un premio come il "Nofiuccio d'oro", potremmo fregiarci, insomma, di avere un patrono proveniente dalla striscia più famosa dell'universo politico e religioso. Potremmo chiedere la sua protezione dappertutto e fare veramente di questo paese la città del Santo, il Santo Barsanofio. Ma l'oritano soffre recentemente di disturbi di cecità, basta vedere cosa rappresenta sulle bandiere natalizie. Invece di imprimere la poesia del presepe di Gallana o di immortalare mani di donna alle prese con impasto di "cartiddati", il nostro vero Natale, piazza su sfondo rosso Coca Cola dei finti alberi svedesi costruiti da cinesi e venduti in ipermercati francesi. Praticamente il trionfo del Natale commerciale ormai in declino e la morte del marketing territoriale...Non aggiungo altro, c'è poco da aggiungere.
Un ultimo omaggio voglio farlo alla statua del Santo. Mi ha sempre affascinato, fin da bambino. San Barsanofio è massiccio, potente, imponente, bello. Un vero patrono. Chi ne ha evoluto la stazza dai primi esemplari smilzi con zuccotto alla statua di pero selvatico oggi portata in processione, aveva capito benissimo l'importanza dell'overscale e dei simboli per fare di questo santo un riconosciuto padre protettore che tutto abbraccia e governa nella fede.
San Barsanofio è anziano, scarno, quasi esangue, ma allo stesso tempo in splendida forma. E poi, che meraviglia quel passaggio di colori dal bianco sporco, all'azzurro fino al nero! Crocefisso Salvatore Perrino la sapeva lunga, era uno stilista senza ombra di dubbio, esiste una contaminazione perfetta tra i tre colori freddi dominanti, il suo abito è di una eleganza straordinaria, a tal punto che su colourslovers.com trovi palette con gli stessi accostamenti. Tom Ford, al tempo direttore creativo di Gucci, scrisse che Amid Karzai, ex presidente dell'Afghanistan, era l'uomo più chic del mondo. Come dargli torto, ma se avesse visitato Oria a fine Agosto si sarebbe pronunciato probabilmente allo stesso modo per lo stile del nostro anacoreta.

Con quale buon proposito lasciarci? Mi offro per la progettazione del "Nuovo Panificio San Barsanofio", in un'operazione in stile Tornatore, fatto di lavagne nere, cestini su mensole azzurre, pavimenti e pareti color crema in un trionfo di vassoi argentati. Il mio compenso verrà devoluto per l'organizzazione di uno scambio interculturale per due bambini oritani desiderosi di giocare per le strade di Gaza con i loro coetanei palestinesi. 
Il 20 Febbraio 2015, nelle città di Parma, Verona e Palermo, si sforna nei panifici Sant'Ilario, San Zeno e Santa Rosalia. Oggi è San Barsanofio. Del suo nome sul calendario e di un presente migliore continuano a non esserci tracce.



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martedì 27 gennaio 2015

Nell'ora di educazione fisica mangiavo i cracker


Musica consigliata: The Crossing, Yann Tiersen

Io non so scrivere. Ma per te ci proverò.
Esistono ancora paesi la cui vita scorre e si completa sul bordo di una strada principale. Non una strada qualsiasi, ma una delle strade più belle di Puglia, la Strada Statale 16, una dolce ferita di asfalto protetta da cipressi, miracolosamente dritta tra ulivi secolari, carrubi e varchi di calce bianca senza cancelli che aprono percorsi sterrati verso masserie isolate. Una strada che attraversa più frazioni, regalando al passante i gioielli di Puglia, il mare alla sua destra, le colline alla sua sinistra, le piane nel suo centro (partendo da Sud, naturalmente...).
Speziale. Un nome che sa di pulizia, di aromi, di Oriente, di cucina, di vegetazione, di Marco Polo. Un nome profumato e prezioso. Nella vita ti puoi invaghire di una donna, ma anche i luoghi che l'hanno vista crescere hanno la loro importanza nel processo di avvicinamento. Si ricorda più facilmente un viso nel tramonto di masseria o nella nebbia di una periferia metropolitana? Per quanto l'amore non guardi spesso in faccia il contorno delle cose, la proiezione del contesto sul viso della propria amata moltiplica il desiderio e la sensazione di bellezza.
Le frazioni, a dispetto del loro nome, sono luoghi dove ogni cosa è unica e indivisa. La chiesa, il tabacchino, il bar, la trattoria, la fontana. Tutto preceduto da articolo determinativo singolare, quello che gli inglesi usano per le persone o per gli oggetti caratterizzati da una particolare unicità, The Sun, The Moon, The Voice, The (..). Le frazioni sono luoghi dove puoi spiare tutto, come se tutto fosse di carta, le voci non hanno barriere e le famiglie sono allargate al punto tale che tutto il borgo è famiglia. Le frazioni sono pettegole, indiscrete, chiacchierone, direte...ma sono anche esempi perfetti di vita comunitaria, di scambio di beni, di supporto reciproco. Chi vive in una frazione non dovrebbe soffrire di solitudine, qualcuno busserà sempre alla tua porta, magari a mezzogiorno con un piatto fumante confezionato in strati di carta stagnola, forse avanzato, forse preparato appositamente o forse, semplicemente, donato al vicino come gesto comandato dalle buone regole della prossimità. Speziale sembra non avere nulla, ma ogni volta che attraverso questo luogo nulla sembra mancare per lo scorrere regolare di una esistenza felice, positiva e dignitosa. Ha i suoi punti di riferimento così definiti che un paese di medie dimensioni potrebbe sembrare quasi una giungla. Speziale ha tre strade e tante prospettive. Speziale è casa mia, è casa di tutti.
Ho molte cose da dirti in questo giorno. Sento ancora dentro di me quel battito pulsare al varco delle tue colonne, nel tramonto di Agosto, accolto da un concerto di cani in festa e da uomini anziani seduti silenziosamente nell'attesa della sera. Anziani di antica cortesia, quella che come direbbe Guccini ti un piacere assurdo, che si alzano stancamente dalle sedie per venirti incontro a passo lento e stringerti la mano. Ed è in questi gesti che tutto ha avuto inizio, e mentre guardavo gli angoli di passato impolverati nella storia di Zacchieri, vedevo muoversi la tua splendida giovinezza, con sorrisi a distanza e segnali di fumo, quasi a volermi dire di non dare troppa retta alle generazioni over.
In questi mesi molte cose mi sono entrate sottopelle. I tuoi tre nomi, le tue conversazioni notturne, la tua autorità, le tue pause, le tue rinascite. La tua guida sicura, la tua determinazione, la tua profonda conoscenza di molte vicende umane. Credo di aver svegliato qualcuno dentro di me, da quando ti conosco. E di averlo lavato, centrifugato e steso per bene al sole degli ultimi lembi della provincia di Brindisi.
Perchè mi piacciono le donne come te, concentrati di mistero da scovare in angoli sperduti, siano essi bettole o paradisi terrestri, da rincorrere su scale anguste ricavate in volte a botte cinquecentesche. Mi piacciono le tue distese infinite dove rabbia e dolcezza convivono come se nulla, nella loro atroce differenza, fosse. Mi piace come chiudi le tue giornate, affilando le lame estratte durante il giorno e accompagnando al riposo uno spirito mai domo. Mi piace la tua pace, infine, e il tuo lungo sognare.
Oggi è il tuo compleanno. Il nostro primo compleanno. Dicono che un regalo di compleanno possa essere fatto di gemme e gioielli preziosi, ma è troppo semplice comprare qualcosa scolpita da altri. Volevo modellare per te la pasta del mio meglio. Io non so scrivere, lo so, ma per te ci ho provato. Abbi cura dei tuoi sogni e della tua bellezza. Auguri, bacio bacio...

Dedicato a Giovanna Rubino Amati, donna di Speziale.

"Quando l'amore vi chiama, seguitelo, anche se ha le vie ripide e dure...L'uomo muta nelle esigenze, ma non nell'amore" (da "Il Profeta" di K.Gibran)

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sabato 13 dicembre 2014

Si vendesi zona velenata a quartoddici euro (E' nato Antonio)


7 Dicembre 2014

Musica consigliata: "Ninnananna per Andrea, Paolo Fresu"

La madre di Fernando Pessoa chiamò il figlio Fernando perchè era devota di Sant'Antonio di Padova. Sant'Antonio, santo portoghese, al secolo si chiamava Fernando. Pessoa nacque il 13 Giugno, un giorno a caso. Antonio di Padova, detto anche António de Lisboa è stato un santo europeo, il suo culto è uno dei più diffusi nella storia della cristianità. (Giglio giocondo, nominato in tutto il mondo, chi lo chiede per suo avvocato, da Sant'Antonio sarà aiutato). Sant'Antonio c'è sempre. Bravo, dotto, giovane, viaggiatore. Motore del francescanesimo e grande cultore della virtù della pazienza. Anche Antonio Abate fu rottamato dal santo padovano e resiste per miracolo in qualche fuoco arso nel freddo di Gennaio.
Cammino per bancarelle nel centro di Sassari. Una città inaspettata, per architettura e vivacità. La prima università e il primo quotidiano sardo appartengono a Sassari. La città dell'innovazione e delle prospettive di futuro isolane, la città di Berlinguer. Dove esiste fermento culturale, si spediscono nomi importanti ai piani alti e magari qualcuno finisce anche per fare del bene.
Cerco una raccolta di ninnenanne, locali, del mondo, commerciali, non importa quali. In ogni ninnananna si assopisce la nostra corsa alla ricchezza e alla celebrità, mentre un bambino dorme al suono di un carillon capiamo l'importanza del riposo, della fantasia, del gioco, dell'essere amati e coccolati in un mondo protetto. Le ninnenanne addormentano gli insensibili, fanno decollare i sognatori. Per alcuni uomini sono pozzi nei quali cadere volontariamente, per tornare in quelle caverne protette della nostra infanzia dove tutto il bene era ancora possibile e dove assaporavamo i suoni del silenzio e le voci basse di chi conversava con l'attenzione a non svegliarci. Ognuno di noi è diventato qualcuno sulla base della sua capacità di registrare la dolcezza e l'interesse di quelle conversazioni.
Non è un caso se attendo la tua nascita nel Teatro Verdi di Sassari e se Paolo Fresu chiude il suo concerto con una ninnananna per Andrea e con un inno alla vita. A volte le vere rivoluzioni le fanno i figli che nascono e una culla ispira più dell'Arena di Verona stracolma di gente venuta ad ascoltarti.
A Sassari piove, mentre cammino impavido in queste raffiche di maestrale, penso a quale albero regalarti. Al carrubo di Pasquale affiancherò probabilmente la vallonea di Antonio, e sarete fratelli di foglia, pronti a sfidare le calure estive e a farvi compagnia quando scoprirete quanta malinconica desolazione sprigiona un campo in inverno. Sei nato in una notte di pettole e di baccalà, sarai l'uomo della vigilia, l'attesa trepidante della festa come stato permanente di felicità.

Antonio abbi cura di te. Impara a viaggiare. Impara a parlare, anche quando l'orgoglio te lo proibirà. Una signora, pochi giorni fa, ha portato un ottimo esempio di educazione nel forum regionale giovani dell'AVIS. Il padre non le chiese mai di stare in casa, di non uscire, non le impose barriere di sorta, nonostante gli anni della sua adolescenza fossero molto meno aperti e liberi di quelli che vivrai tu. Le disse solamente questo: "Sei libera di fare ciò che vuoi, ma non farmi mai vergognare di essere tuo padre". Era la forma di responsabilizzazione più grande. Toccava a lei interrogarsi in ogni azione su cosa potesse portare il padre alla vergogna. Toccava a lei gestire, regolare, equilibrare la sua libertà. L'educazione rigida porta spesso alle sfide e al contrasto. La fiducia è l'unico strumento utile per crescere serenamente nel rispetto delle regole. E noi avremo fiducia in te.
Antonio non so che paese ti lasceranno. Io non ho mai creduto nella regressione, eppure mi rendo conto che un tempo Parco Montalbano aveva un laghetto dove i giovani andavano a fotografarsi, lasciando ai posteri nostalgici paleoselfie. E oggi, nel paradosso dei paradossi, quel laghetto con ponticello romantico è ancora in balia di un programma elettorale che reciterà per l'ennesima volta "Completamento dei lavori di parco Montalbano". Non avranno neanche la dignità di evitare di scrivere per l'ennesima volta l'ennesima presa per i fondelli. Io non ho mai creduto che si stava meglio quando si stava peggio. Queste frasi lasciale sempre al chiacchericcio dei supermercati e alle persone vittime di se stesse. Io so che quando avrai bisogno di ossigeno, basterà bussare ai camerieri di Borgo Ducale per chiedere cinque minuti di meditazione dalla Torre del Salto. E da lì vedrai che bel paese è il tuo, quanta grazia in quelle case che salgono armoniosamente verso l'osservatore e che vivono le stagioni arroccate in difesa l'una dell'altra. Oppure ti basterà un giro solitario in Piazza Duomo nella luce serale di maggio per ringraziare il cielo, tra voli di rondini in festa, di essere cittadino leccese e di aver avuto il privilegio di godere quotidianamente di tanta bellezza.
Antonio vivi sempre con gioia, non guardare lo zio quando il suo umore cala inesorabilmente e perde attimi preziosissimi di sorriso. E segui una regola che mi ha sempre portato bene, quddu ca ti noia è bbuenu cu faci. Dietro ogni montagna, finta o vera che sia, si aprono vedute straordinarie sul mondo migliore possibile a noi riservato.

Cosa desidero per te? Desidero una profonda pace dell'anima in uno spirito guerriero. Desidero che tu possa imparare la legge del perdono, quella che ti aiuta a camminare sulle funi sospese del mondo. Quella che ti fa superare le offese senza restituirle al mittente. Perchè con il tempo ho capito che l'unica medicina realmente efficace è la vendita per pochi spiccioli di alcune nostre terre avvelenate. Quelle che non avvicinano nessuno, ma che in realtà non sono neanche realmente contaminate. Quelle costruzioni assurde della nostra personalità che ci portano a pensare che possiamo allontanare il male con un timido cartello grammaticamente balordo. Il male si espelle, senza compromessi, si espelle e basta. Inutile barare. Il male si espelle con il perdono. Il male interiore dovrebbe seguire le logiche del vento, che nasce, pasce e muore. Troppa gente in questa contemporaneità si è abituata a farlo pascere e invece di spurgarlo nei tre giorni consentiti, lo conserva inspiegabilmente per anni nei meandri ammuffiti del proprio io. Quando imparerai a vendere le tue zone avvelenate per pochi spiccioli, allora sarai un uomo in grado di viaggiare felice. E' la mancanza di leggerezza che devasta ogni cosa. Facile a dirsi, lo so, ma le zavorre sono quasi sempre i pensieri tossici dai quali non riusciamo a liberarci o le decisioni che non riusciamo a prendere.

Ti auguro di dormire almeno una notte della tua vita a O Cebreiro e di non diventare mai famoso al punto tale da essere invitato all'arena di Giletti. Ti auguro di usare tutta l'educazione necessaria per stare al mondo e di conservare sempre l'indipendenza intellettuale necessaria per uscirne, da quel mondo. Impara a governare le cose, ricordando che si governano i popoli, ma anche le galline. 

Oggi nasce Antonio in casa Spina. Prego Antonio, il santo delle cose smarrite, affinchè ti aiuti a ritrovarti sempre.

"Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero" (Antoine de Saint-Exupery)

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domenica 2 novembre 2014

Un bel posto dove trascorrere la morte

 
Musica consigliata: "Ballo in FA diesis minore, Angelo Branduardi

L'ETERNO RIPOSO 1 - Nel 1916 Sigurd Lewerentz, architetto svedese, vinceva il concorso per la definizione del cimitero di Malmö, con il progetto contraddistinto dal motto “Crinale”. Il progetto prevedeva il mantenimento dell’originaria situazione orografica e l’uso del profilo collinare come linea dividente le diverse zone destinate alle sepolture. Alla base del colle l’ingresso principale aperto ad inquadrare la cappella posta alla sommità del crinale, intesa come fondale prospettico del percorso d’accesso, come centro geometrico e religioso del cimitero. Tutto ciò veniva pensato in un contesto di fitti boschi attraversati da ruscelli, cascate e specchi d’acqua, ponendo chiaramente l’accento, in tal modo, sull’interpretazione della morte in seno alla natura. Questo cimitero d’autore, date le evidenti analogie morfologiche dei siti, può aiutare sicuramente, a distanza di un quasi un secolo,  una riflessione sull’ampliamento del cimitero di Oria, un progetto senz’anima che ha contribuito all’ennesima devastazione di un colle e alla creazione di un’area dalle caratteristiche più lugubri che mistiche. Il “nuovo”cimitero è, innanzitutto, uno spazio senza simboli. Un cimitero dovrebbe ricondurre all’indissolubile legame tra l’uomo e la natura, dovrebbe fornire occasioni di intimità e di raccoglimento, dovrebbe offrire un’atmosfera di dolce malinconia. La natura, in altre parole, dovrebbe essere protagonista, i percorsi studiati, gli edifici quasi nascosti. Se l’uomo torna alla terra ogni cimitero dovrebbe, in teoria, essere pervaso del profumo della terra e le tombe dovrebbero “soffrire” gli inverni, coprirsi di foglie autunnali e rinascere tra i primi germogli e tepori primaverili. Il nostro cimitero, invece, puzza di asfalti e si è abbuffato di tufo e cemento cancellando ogni traccia verde che caratterizzava quel luogo. Non è un problema di malinconie tardo settecentesche o di invidia per le croci bianche sui prati verdi degli anglosassoni; ignorare la presenza del verde o pretendere che la progettazione paesaggistica abbia un ruolo secondario e possa risolversi con semplici interventi successivi, è un problema culturale e di civiltà. Mentre altrove si studiano “passeggiate della memoria”, “colline delle rimembranze” e specchi d’acqua per purificazioni simboliche prima dell’omaggio ai propri defunti, noi abbiamo innalzato edifici degni delle peggiori periferie, soffocati e soffocanti, terribilmente diversi quasi a voler ingaggiare una sorta di guerra di potere anche nel regno dell’uguaglianza totale. Il problema, ripeto, è il nostro approccio nei confronti del cimitero, non un parco da vivere, una protesi felice e silenziosa della città che corre, ma un luogo tetro e distante, un recinto nel quale soggiornarci per non più di qualche minuto. Se a tutto ciò sommiamo la devastazione dei colli vicini, le strade adiacenti che invece di aprire splendidi panorami ci chiudono in spogli labirinti calcarenitici e parcheggi ridicoli senza organizzazione e segnaletica, la percezione dello scempio diviene ancora più accentuata. L’ampliamento del cimitero è privo, inoltre, di ordine, di qualità e di servizi essenziali. Non si possono, in un’epoca in cui la pianificazione è considerato l’unico strumento per assicurare una migliore qualità della vita, introdurre una fontanella qua ed un lampioncino là, tornare dopo mesi e pavimentare un pezzo, dimenticare la progettazione dei chioschi per i fiori o ignorare lo studio dei traffici e le distanze di gruppi di cappelle da “aree” di servizio con acqua, cestini e quant’altro. Questo cimitero, nella sua assenza di stile e di identità, diviene oggetto di scherno da parte di aspiranti graffitari o di giovani desiderosi di comunicare. Se si imbrattano le mura perimetrali, non si tratta di semplice vandalismo, ma di una netta presa di distanza nei confronti dell’antiesteticità del progetto. Il brutto, si sa, richiama il brutto e chiunque si sente in diritto di personalizzare a suo modo vergognose pareti, nonostante facciano da contorno ad un’area, nonostante tutto, sacra. La sfida per le amministrazioni future sarà quella di riqualificare e di salvare il salvabile, di restituire alla natura il suo ruolo, reale e simbolico, da sempre assunto nei complessi cimiteriali. La riforestazione, il ritorno dei cipressi e delle piante aromatiche della macchia mediterranea, la presenza di nuovi colori e di acque simboliche, la creazione di un vero paesaggio, potranno restituire almeno parzialmente un’identità allo scempio. E se un giorno la città potrà nuovamente contare su politici illuminati, suggerisco di investire tempo e risorse per le nostre città dei morti e di osare, anche con scelte impopolari, progetti che restituiscano vitalità a queste aree inerti come i marmi che le popolano. Per adesso invito chiunque ad osservare il “nuovo” cimitero ed immaginarlo, solo per qualche istante, come il “Crinale” di Lewerentz: molti di noi, molto probabilmente, riconoscerebbero che con questo ennesimo colle abbandonato al suo destino, la nostra città ha dimostrato non solo il suo affanno nel proiettarsi felicemente verso il futuro, ma la sua incapacità di dare perfino dignità alla sua memoria.

L'ETERNO RIPOSO 2 - A distanza di qualche anno, ospito sul mio blog questo articolo che ha suscitato al tempo della sua pubblicazione diverse riflessioni e molti contatti di persone e professionisti più o meno in accordo con i miei pensieri. A distanza di qualche anno non è cambiato molto, la lottizzazione procede selvaggia e riguarderà probabilmente anche la famosa unificazione delle due necropoli berlinesi, la Ovest monumentale dei nostri nonni e la Est palazzinara dei loro nipoti. La chiesa in questi anni non ha battuto ciglio, nessuno in diocesi si è preoccupato della cementificazione della morte e per la morte. Mi piacerebbe conoscere il parere del vescovo di turno e le ispirazioni dei geometri che si sono spartiti gli appezzamenti di quello che avrebbe potuto essere un bel posto dove trascorrere la morte. Ho viaggiato tanto in Europa e ho sperato tanto che un po' di lapidi sparse su prati irlandesi, sempre aperti al passante occasionale, potessero scatenare un sentimento di profonda invidia. Chi di speranza vive, di speranza muore. Ed è proprio il caso di dirlo. Mi viene in soccorso la musica di Stan Getz. Immagino foglie di quercia posarsi su tombe sferzate dal vento e croci distanziate con regolarità che si stagliano come unico vero simbolo di una secca poltiglia un tempo chiamato uomo. Immagino famiglie calpestare generazioni passate, senza dover sbirciare dalle grate di lugubri case concepite solo per produrre una eco lacerante. Immagino bambini interrogarsi sulle date di una giovane vita spezzata o fantasticare sulle lunghe stagioni di chi è andato ben oltre le aspettative di vita di questa parte di mondo. Immagino donne posare i loro fiori e canticchiare con la serenità della rassegnazione le strofe di Autumn Leaves: "Dal momento che te ne sei andato i giorni si allungano/E presto ascolterò una vecchia canzone d'inverno/Ma mi manchi più di tutto, tesoro mio/Quando le foglie d'autunno cominciano a cadere".

"C'è una poesia di Novomeský dedicata a un cimitero slovacco. In molti villaggi fra le montagne, i cimiteri non hanno recinto o ne hanno uno che quasi non si nota, sono aperti e si allargano nell'erba del prato, corrono lungo la strada come a Matiašovce, verso il confine polacco, o si trovano all'inizio del villaggio, come un giardino davanti alla porta di casa. Questa familiarità epica con la morte - che si trovava ad esempio nelle tombe musulmane in Bosnia, tranquillamente collocate nell'orto di casa, e che il nostro mondo tende invece sempre più nevroticamente a rimuovere - ha la misura della giustizia, è il senso del rapporto fra l'individuo e le generazioni, la terra, la natura, gli elementi che la compongono e la legge che presiede al loro combinarsi e disgregarsi" (Danubio, C.Magris)

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mercoledì 1 ottobre 2014

"...perchè chi non sa ha già perso la partita..."



Musica consigliata: "Coming up for air, Philip Selway"

Ho sempre guardato con attenzione una cornice in argento, immobile e sonnolenta su di una consolle verticale del salotto. Non è la solita cornice in argento, elaborata al limite del kitsch, da digerire come pillola amara dopo i saluti di una cerimionia di battesimo, di comunione o di matrimonio. E' una cornice molto squadrata, semplice, nata per trasmettere un messaggio lievemente inciso nel metallo: "Un giorno da ricordare". In quella foto corro ad abbracciare mio fratello, come avrò fatto mille volte da bambino, ma quel giorno così ordinario è divenuto straordinario per il semplice fatto di aver vinto una selezione interna, collocandosi in quello spazio espositivo d'onore dal quale nessuno ha più avuto il coraggio di rimuoverlo negli anni. Alle spalle della scena, la fine di uno scivolo, quasi a voler metaforicamente ricordare ai futuri uomini che nella vita non sarebbe stato poi tutto in salita, come magari qualcuno avrebbe voluto farti credere.
Sono reduce da un'altra giornata da ricordare. Non per la stretta di mano di un presidente regionale che ti chiama per nome, ma perchè venerdì 19 settembre penso di aver chiuso un percorso di vita, fatto di esperienze che potrò raccontare ai miei figli con ricchezza di dettagli e autentica soddisfazione. Ho sempre sperato di poter vivere un periodo della mia esistenza in cui le mie azioni fossero condivise e indirizzate da un movimento. Un movimento di rinascita artistica, culturale, sociale. Un po' come ricordiamo la secessione viennese di Hoffmann, il Bauhaus di Gropius, lo slancio architettonico della Parigi di Mitterand, la riqualificazione di Barcellona con i fondi dei cinque cerchi, il risveglio di Bilbao nel titanio del Guggenheim, la proiezione futuristica di Bristol nelle atmosfere del Trip hop, la Praga di Jan Palach, i picchi artistici nella Arles di Van Gogh e Gauguin. Sono arrivato a 35 anni con sogni di questo tipo, mi sarei accontentato di un percorso locale, di portata ridotta, ma almeno sincero, pulito, genuino, innovativo, deciso, concreto. Passavano gli anni e non riuscivo a sentire il profumo di un contesto che torna a crescere, a caratterizzarsi, a darsi un'identità tale da essere ricordato nel tempo per qualcosa. Sarà stato per il nostro egocentrismo, per l'incapacità di condividere i sogni e di far svegliare nella gioia della realizzazione un gruppo di uomini che, con perseveranza, sono stati più forti dell'incapacità collettiva di prendersi per mano verso un obiettivo comune. Ma venerdì 19, in quella stretta di mano, ho sentito un fremito leggero attraversarmi la pelle. Era la meglio gioventù pugliese che si è raccolta in questi anni nei sogni di un presidente e ha cambiato questa regione a velocità incontrollata. Sono fortunato ad aver fatto parte di Principi Attivi, dei Laboratori dal Basso, delle N.I.D.I, di Start Cup Puglia, di tutta questa mole di onde in cui bisognava tuffarsi per rimettere in moto una consapevolezza. Forse non abbiamo prodotto opere del calibro del "Caffè con terrazza di notte" e non saremo ricordati per gli impulsi spazio-temporali generati da Teardrop dei Massive Attack. Ma abbiamo fatto parte di un circuito senza precedenti, un circuito orgogliamente europeo e meridionale, e lo abbiamo alimentato con grande entusiasmo, portando il nome della Puglia nel mondo.
Vendola è un politico, con i suoi pregi e i suoi difetti. La mia famiglia ha subito le conseguenze di alcune sue politiche in materia di Sanità, ma non soffriamo di vittimismo per fortuna. Nessuno può negare a quest'uomo che la sua "s" sibilante abbia dato un indirizzo chiaro e deciso alla Puglia che vorremmo e che per certi versi iniziamo ad avere. Perchè un buon politico non deve essere un idraulico chiamato a riparare una conduttura, ma colui che ha la responsabilità di scegliere quale acqua far passare in quella conduttura per alimentare degnamente l'oggi e il domani di milioni di persone. Un buon politico sale sui monti per vedere più in là e si carica di tutte le responsabilità per scegliere la sorgente migliore. Sta al popolo raccogliere quelle acque buone e irrigare filari di futuro, sperando siano equamente ripartiti.
Riporto le parole del presidente, chi vuole apprezzarne il contenuto è libero di farlo: "...bisogna costruire in Puglia un ambiente sociale che ci aiuti a capire quanto è importante che i bambini imparino le cose fondamentali della tecnica e della scienza, che ci sia un'alfabetizzazione tecnologica...perchè chi sa può farcela, chi non sa ha già perso la partita...". Per cambiare lo stato delle cose, basterebbe mescolare un estratto di queste parole nella razione di latte di ogni studente, al mattino, prima di ogni azione che necessita una scelta senza compromessi tra l'impegno e la pigrizia, tra la voglia di conoscenza e la completa beata rassegnazione all'ignoranza. Se l'abbandono scolastico non è una piaga, se la laurea non vale niente, se l'occupazione non piove dall'alto in autunno, se il lavoro tocca sempre agli altri crearlo, con quali mezzi tamponeremo lo scorrere dei rotoli del mondo, quali strumenti adotteremo per barricarci contro i fallimenti nel periodo migliore della nostra vita? A tutto ciò, infine, aggiungo l'insegnamento del padre di uno dei ragazzi premiati: "...se vuoi lavorare, America e lì, America è qua". In dialetto barese ha una presa notevolmente superiore, ma non so trascrivere questo pensiero in barese e lascio immaginare ai miei lettori l'efficacia del contributo linguistico nel trasferimento del messaggio.
Rientrando a casa dopo l'esperienza alla Fiera del Levante ho ascoltato Stereonotte, programma radiofonico condotto da Enrico Silvestrin. Philip Selvay ha pubblicato un pezzo infinito dal titolo "Coming Up for Air". Ho attraversato mezza Puglia bagnato da questi suoni nella testa, controllando i miei slalom stradali tra teneri ostacoli di palle animate con aculei e vibrazioni uniche derivanti dall'essere vivo in questo tempo, in questa regione, in questo percorso che ho deciso di sposare. "Coming up for air" ha il marchio di garanzia derivante dall'essere un frutto generato dalle infinite risorse e ramificazioni dei Radiohead. Ma è un pezzo di rara estensione, fisica e non, verso una sublime ascesa verso l'aria, l'ossigeno, la libertà. These are the days. Autumn days.

Re-Play ha vinto la Menzione Speciale "Social Innovation" nella Start Cup Puglia 2014. E' un progetto basato sullo sviluppo di eco-giocattoli realizzati con plastiche da riciclo derivanti da pannolini post-consumo. A cura dei ricercatori del CETMA: Alessandro Balsamo, Riccardo Gennaro, Alessandro Marseglia, Giuseppe Modeo, Alessandra Passaro, Luca Rizzi, Ubaldo Spina.

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"...con l'entusiasmo spesso troppo facile del poeta d'avanguardia, egli canta la libertà di questa nuova generazione, ma quell'assenza di memoria e di consapevolezza del conflitto morale fa assomigliare quei figli a una folla al di qua del bene e del male, amorfa e incolore, senza peccato e senza felicità, innocente e vacua". (Claudio Magris a proposito del poeta Vasko Popa)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto di FRANCESCA CAFARELLA