venerdì 15 settembre 2017

Parabola del donatore di sangue


Musica consigliata: The Ship Song, Nick Cave

In tanti anni di volontariato avisino, mi è stato spesso chiesto nelle scuole quale fosse la differenza tra un donatore periodico e un donatore occasionale. Non è facile raccontare ai bambini la posizione di AVIS in materia, non si può neanche avere la presunzione di classificare correttamente le varie situazioni di occasionalità. Ma il senso prevalente, quello si, è facile da raccontare e da confezionare in una bella storiella dei giorni nostri che colloca il valore della donazione in uno scenario attualissimo come quello dei cambiamenti climatici. Per me, per voi, per le generazioni che verranno: la parabola del donatore di sangue.

"In quel tempo caddero piogge torrenziali, così forti da mettere in allarme l’intera comunità sulle possibili esondazioni del fiume che circondava la città. Il sindaco invitò i suoi cittadini a collocare sacchi di sabbia lungo tutti gli argini, non potendo sapere con largo anticipo dove il fiume avrebbe potuto sfondare gli argini e quali quartieri avrebbe realmente allagato. I cittadini più buoni e virtuosi portarono i loro sacchi di sabbia in tutte le zone della città, i cittadini più egoisti attesero l’evolversi delle condizioni atmosferiche per posizionarli solo a protezione delle strade che interessavano le loro abitazioni.
Così sono, per certi versi, i donatori di sangue. Il donatore periodico non sa quando verrà l’emergenza e non sa a chi il suo sangue verrà trasfuso. Il suo sangue è come i sacchi di sabbia per arginare le acque alluvionali, serve a tutti, perché tutti sono il suo prossimo senza differenza di età, genere, colore della pelle o religione. Quando le acque arriveranno, l’intero paese sarà protetto. Quando gli ospedali chiameranno, l’intero paese sarà ricco di scorte e autosufficiente. Il donatore periodico è un eroe anonimo, che crede nella gratuità e nella salvezza collettiva. Il donatore di sangue occasionale, invece, è colui che mette i sacchi di sabbia solo a protezione della sua abitazione, donerà solo quando i problemi di salute riguarderanno amici o familiari, quando le acque avanzeranno minacciose verso di lui e avrà paura di perdere ciò che più gli sta a cuore".

Il NO di AVIS

"We talk about it all night long / We define our moral ground -  Parliamo di questo tutta la notte / Definiamo il nostro terreno morale". (N. Cave, The Ship Song)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - FotoShicchi 2014

venerdì 8 settembre 2017

Il Dyrrachino


Musica consigliata: On a Cloud, Jean-Philippe Rio-Py

È la prima cappella sulla destra. Distratto, di corsa, turbato, felice, impreparato, emozionato, da oltre 35 anni ci passo accanto per andare fino in fondo, per indossare un abito bianco da piccolo chierico o per imbracciare una chitarra che stenta a raggiungere livelli accettabili in materia di musica liturgica. Ci passo accanto nei giorni d'afa, dove è più facile contare le mosche che i fedeli, ci passo accanto nei giorni di temporale, quando una luce fioca accende quel tanto di mistero e di intimo raccoglimento che basta attorno all'urna delle sue reliquie. Francesco era un uomo europeo. Ha attraversato l'Adriatico settecento anni prima della mia traversata, da Durazzo a Brindisi, probabilmente senza mai più farvi ritorno. Un fraticello albanese che sbarcava in pieno basso medioevo, settecento anni prima dei suoi fratelli disperatamente ammassati sulla nave Vlora. Un uomo europeo pronto a lasciare i Balcani per entrare nella penisola culla del monachesimo. Francesco da Durazzo è l'unico beato che probabilmente non è stato mai beatificato, un po' come quelle tate sterili che crescono figli degli altri e che finiscono per essere chiamate mamme. A dimostrazione che nella chiesa, anche se non riconosciuto, un titolo lo si può acquisire anche per merito. Il culto di Francesco, negli ultimi anni, ha registrato una graduale ripresa, merito di parroci, associazioni, studiosi (alcuni dei quali citati nelle etichette di questo post) in grado di comprendere che ogni chiesa dovrebbe valorizzare il Sanctus Loci, attraverso la liturgia, la cultura, le arti. Con Giovanna abbiamo pensato di offrire un nostro piccolo contributo alla causa immaginando anche una sua produzione culinaria, da buon cuoco qual era. Un dolce italo-albanese, la cui ricetta è inventata di sana pianta e che non ha alcuna pretesa di essere spacciata come clamorosa scoperta di un manoscritto dell'epoca. Un dolce povero, capace di valorizzare alcune produzioni agroalimentari locali come noci e fichi neri di Oria da un lato, miele e tè albanese dall'altro. Lo abbiamo preparato, lo abbiamo testato. Niente male, sicuramente migliorabile.
Esistono in ogni regione d'Italia esempi interessanti di prodotti dolciari ispirati o dedicati ai santi venerati in città, dai biscotti di San Valentino, alle zeppole di San Giuseppe, al Dolce Santantonio. Siamo proprio sicuri che vogliamo continuare a offrire nelle nostre pasticcerie il Wafel belga, i Macaron francesi o le Krapfen austriache? Di quale specialità parleranno i nostri figli o i viaggiatori una volta fuori dai confini dell'agro oritano? Il cibo, inoltre, veicola molto più dei libri informazioni, notizie storiche e miracoli (vedi le YEMAS di Santa Teresa d'Avila). Quale strumento migliore di un dolce, quindi, per diffondere il culto di un beato venerato nella parrocchia di San Francesco d'Assisi? Il marketing, cucinato bene, ha potenzialità impressionanti. La ricetta de "Il Dyrrachino" ha ispirato un racconto giallo, a sua volta collegato ad alcuni fatti tramandati nel tempo sulla vita dell'umile fraticello albanese. Domenica 10 Settembre, al Festival della Letteratura di Mantova, qualcuno parlerà di Francesco da Durazzo nella Sala degli Stemmi di Palazzo Soardi. Confidiamo nella sua benedizione per continuare a sottrarre all'oblio la figura "ti lu biatu" alimentandone devozione e conoscenza.

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"Il Dyrrachino" è tra i 10 finalisti della quindicesima edizione del premio letterario nazionale "Coop for Words" (530 opere in concorso), nella sezione "I Sapori del Mistero". Quasi ignorato dalla giuria popolare, il giudizio è stato poi ribaltato dalla giuria tecnica presieduta da Carlo Lucarelli, avendo un peso specifico maggiore (almeno così precisa il bando). Condivido con i lettori in link al racconto e la ricetta per la preparazione del dolce ideato da Giovanna.


RICETTA


Ingredienti per 6 monoporzioni - 200 g. di riso; 600 ml. di acqua; 100 g. di zucchero; 400 ml. di latte; 50 g. di amido di mais; 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna albanese); 6 fichi neri di Oria; 100 g. di granella di noci; Miele albanese q.b.

Preparazione - Portare ad ebollizione 600 ml. di acqua, togliere dalla fiamma e aggiungere 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna). Lasciare riposare per 5 minuti. Filtrare e versare il riso nel tè bollente e cuocere fino ad assorbire tutto il liquido. In una ciotola mescolare latte, zucchero e amido di mais. Aggiungere il composto al riso e far cuocere ancora 5 minuti. Infine, preferibilmente in bicchieri trasparenti, formare degli strati a piacere di riso, fichi neri di Oria, granella di noci e miele albanese. Lasciare riposare il dolce monoporzione per almeno 2 ore a una temperatura di 4-5 °C. 

"In realtà dunque Oria elevò agli onori del culto e della venerazione non un suo figlio ma un forestiero che veniva addirittura da un'altra nazione. Tanto era grande la fama di frate Franesco da Durazzo che, al pari di quello che succede a Padova quando si parla di S.Antonio si usa semplicemente dire <<il Santo>>, a Oria, <<lu biatu>> era ed è solo e soltanto il beato Francesco da Durazzo". (P.Spina)

Un grazie particolare a:

Pasquale Spina, per aver dato importanza a un frate sconosciuto ai più e per aver sostenuto quel progetto di valorizzazione del culto del Beato conclusosi con la stampa di una pubblicazione bilingue, negli anni in cui l'Albania era la Libia dei giorni nostri e il temuto straniero veniva dal Paese delle aquile.

Anna Galante,  per il suo operato in Albania e per l'amore incondizionato verso questa terra dirimpettaia. Grazie, inoltre, per aver fornito il tè e il miele albanese utilizzati nella preparazione de "Il Dyrrachino".

Don Domenico SpinaPierdamiano Mazza, per le iniziative attuate negli ultimi anni a difesa della memoria del beato e per aver fondato un coro a lui dedicato. Tibi Chorus Concinat. 

Francesco Pignatelli, per avermi fatto approdare per la prima volta a Durazzo, quando sbarcare in quel porto in un giorno di pioggia era come attraversare le strade di Calcutta in un giorno di precipitazioni monsoniche. Ricordo ancora la valigia trascinata nel fango e il fuoristrada che ci condusse non senza difficoltà nella provincia di Lezha. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "Coppa di Dyrrachino scivolata a destra" - Ubaldo Spina 2016





mercoledì 12 aprile 2017

Visso mi ricorda istintivamente Venezia


Musica consigliata: Blowing in the wind, Katie Melua

Il presidente del Comitato-Sede Locale della Croce Rossa Italiana ci accoglie nel suo ufficio. Qui, nelle valli appenniniche, sembra intento a rispondere a montagne di email. É circondato di aggeggi per le telecomunicazioni come fosse nel mezzo di una legione francese sperduta tra le dune del deserto nordafricano. Ricorda la nostra telefonata, ci pensa un po’ e prima di ricevere il dono, ritiene opportuno farsi una chiacchierata e non ridurre il nostro tragitto a una semplice consegna postale. Ci trasferiamo in un’altra casetta, attigua, stesso legno, stessi impianti elettrici a vista, stessa parvenza di precarietà. Un gruppo di volontari prepara il pranzo della domenica a pochi metri dai letti a castello incolonnati in un corridoio, stretto, come stretta, strettissima, è la possibilità di privacy di chi usufruisce di questi giacigli. Un televisore al centro, casse d’acqua ovviamente Nerea depositate in un angolo, una stampante solitaria, una tavola dove probabilmente cittadini, commissari, politici e volontari trovano il giusto spazio per confrontarsi sul destino dei vissani. Molti giorni dovranno attendere per assaporare nuovamente il sapore della normalità.

Il presidente, in una rapida autoanalisi di fronte a due perfetti sconosciuti, ci confida che solo in questi ultimi giorni sta realizzando di essere un uomo, di avere una famiglia, di scoprire che il peggio non è stato tanto quello dell’emergenza affrontata da volontario, ma del silenzio che sale pian piano a distanza di pochi mesi. L'abbraccio collettivo nel mal comune, le buone parole per tutti, la stimolazione permanente a non abbandonare le speranze di ricostruzione, si stanno esaurendo lentamente al pronunciarsi di una coscienza che lo interroga sull’uomo e sul padre che sarà. “Anche io distribuivo salumi, ma ora non ho più niente, andate da Pettacci!”. Visso è stata costruita su palafitte da un architetto che pare abbia lavorato anche a Venezia. Cosa colleghi le lagune venete all’Appennino marchigiano mi è ignoto, come ignota resterà questa assurda connessione tra le tecniche costruttive compatibili sia con le pietre d’altura che con le sabbie di mare. Visso è la porta del parco dei monti Sibillini, quel parco che (sempre a detta del nostro presidente) ha più tolto con i suoi veti che dato con le sue protezioni. Se un montanaro taglia un albero a Visso non muore nessuno, se un sindaco lo taglia a Roma è giusto che la gente protesti. Il montanaro conosce la montagna e le sue leggi, continua in questo discutibile ma comunque onesto discorso di sopravvivenza, non si possono richiedere autorizzazioni anche per l’abbattimento di un albero secco. “Pensate che il figlio di un cittadino di Visso, stanco di Roma e della vita metropolitana, è tornato qui da qualche tempo e gestisce malghe estese per oltre 50 ettari. Ha costruito un caseificio, lo ha riempito di presidi e marchi di qualità, lavora e produce in quota. Da quando coltiva la terra lassù in alto, a Visso abbiamo l’acqua anche d’estate. Perché la terra trattiene l’acqua e la filtra lentamente, la roccia la butta giù con velocità e violenza e una volta passata è persa per sempre”. Non so se le cose vanno proprio così, né se ho interpretato esattamente il suo pensiero geologico, ma il fine è la dimostrazione che l’intervento dell’uomo sul creato non sia poi sempre così dannoso. 

Visso è dimenticata. Poco più di 1200 abitanti, hanno terminato le ricostruzioni obbligate dal terremoto del 1997 solo pochi anni fa. Alla scossa di agosto hanno retto, a quelle di ottobre amen, macerie, sconforto, nuova ricostruzione all’orizzonte. Ma almeno non hanno seppellito nessuno. Visso è dimenticata, perché non venera il patrono d’Europa o perché non ha mai pensato di condire la pasta con pomodori, guanciale e pecorino fresco. In altre parole ha il santo debole e la pasta comune. Eppure è lì, nascosta tra i Sibillini, che intanto luccicano sulla nostra gita fuori porta grazie a lame di pareti innevate, comunque sofferenti a causa di eccessivi tepori marzolini. Visso ha la farmacia con i condom esposti come figurine sulla finestrella del container, il bancomat ricavato sul lato minore dello shelter. Sarà un invito, forse non del tutto casuale in termini di posizionamento dei servizi, a consumare sesso e soldi, uno dei tanti mix che potrebbe servire a una popolazione frustrata dagli eventi per ripartire. Gruppi di militari infilati rigidamente in possenti anfibi esclamano un fragoroso “Mondiale!” dopo aver assaggiato un panino con bracioletta cotta alla piastra di un furgoncino. Almeno in questa dichiarazione Visso può sperare che il proprio urlo sia di portata internazionale. Peccato non faccia neanche eco, perché tutto si disperde in una sottile rassegnazione. Visso è tutta zona rossa, ma si circonda di forze dell’ordine, di curiosi della domenica, di un viavai insolito di uomini sorpresi a registrare i luoghi dove il tempo si è fermato, dove gli antichi negozi espongono ancora roba invernale, come se domani fosse un 27 ottobre rinviato a causa di improvvisi spostamenti dell’asse terrestre. 

Giovanna dona il piccolo contributo raccolto in ricordo dei suoi parenti recentemente scomparsi. Egidio e Nicola vivranno qualche ora nei pasti serviti nella mensa dei vissani, molto meglio che morire in un portafiori d’acqua puzzolente in una cappella di cemento del nord brindisino. Facciamo le foto di rito, con tanto di stretta di mano presidenziale, come se avessimo firmato un assegno per la ricostruzione dell’intera comunità entro l’estate. Non servono per alimentare un blog fariseo, ma per ricordare una giornata che merita un ricordo. Ci inviteranno, come tutti coloro che si sono ricordati dei vissani, a una festa estiva al santuario di Macereto, per ringraziare chi si è addentrato nel cuore roccioso delle Marche per abbracciare l’Italia dei piccoli comuni e salvarli da principi di spopolamento. Rientriamo a casa, cosparsi di frammenti di pace, con la bisaccia vuota traboccante di tutto perché, dicono, “ciò che doni è tuo per sempre”, liberi come al rientro da una visita inaspettata ad una casa di riposo la domenica pomeriggio, ricchi per aver trascorso del tempo ad ascoltare storie di uomini in difficoltà. La famiglia di Giovanna mi ha insegnato il concetto delle opere di bene che sostituiscono i fiori. E dell’importanza di consegnarle di persona, le opere di bene, in barba al triste anonimato di un bonifico o di un sms destinato ad alimentare il finto entusiasmo di un presentatore esaltato dall'accumulo progressivo registrato dai calcolatori televisivi. Abbiamo bisogno di rapporti, prima che di monete. 

Lasciamo la memoria di Egidio e di Nicola in queste valli. Nel frattempo appendiamo i nostri ricordi a un portasalviette sospeso al primo piano di un bagno che non c’è più. Fischer e piastrelle hanno retto e sono lì a tracciare i confini di uno spazio un tempo dedicato alla pulizia. Mi perdo nella verticalità di questo crollo, le case sezionate sono scheletri in decomposizione, fanno sempre un certo effetto. 

"Il miracolo è questo: più condividiamo, più abbiamo". (L. Nimoy)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Illustrazione: "Visso" - Ubaldo Spina 2017



sabato 25 marzo 2017

Ci siamo uniti per un buon fine


Testo integrale della Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea (25 marzo 2017)

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell'UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea: la costruzione dell'unità europea è un'impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un'Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

L'unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l'Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un'Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l'Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.

Per il prossimo decennio vogliamo un'Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un'Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un'Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

1. Un'Europa sicura: un'Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un'Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

2. Un'Europa prospera e sostenibile: un'Unione che generi crescita e occupazione; un'Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un'Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell'Unione economica e monetaria; un'Unione in cui le economie convergano; un'Unione in cui l'energia sia sicura e conveniente e l'ambiente pulito e protetto.

3. Un'Europa sociale: un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l'integrità del mercato interno; un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un'Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un'Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà; un'Unione in cui i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un'Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

4. Un'Europa più forte sulla scena mondiale: un'Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l'Africa e nel mondo; un'Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un'industria della difesa più competitiva e integrata; un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un'Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell'Europa è nelle nostre mani e che l'Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.

Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell'UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell'Europa. Vogliamo che l'Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L'Europa è il nostro futuro comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "L'Europa sulla Mosa" Ubaldo Spina - Dinant 2015


mercoledì 8 marzo 2017

Stoccata di stelle su campo blu


Musica consigliata: A letter to Elise, The Cure

Di Elisa Di Francisca conoscevo solo l’urlo di Londra 2012. Pochi giorni dopo avevo dimenticato il suo cognome. Nonostante il successo, se mi avessero chiesto in un quiz televisivo due nomi di schermitrici, avrei comunque elaborato in fretta Vezzali e Trillini. Un po’ come accade con gli Abbagnale per il canottaggio. Ci sono sportivi che instaurano un rapporto con la storia indissolubile, tutti preleviamo con sicurezza i loro nomi per ricordare le glorie nazionali in determinate discipline.
Elisa, comunque, a distanza di soli quattro anni, è riuscita a salire in cima ad ogni graduatoria con un gesto che, finalmente, non è passato inosservato. Ricevere una medaglia d’argento e alzare al cielo, sorridendo, la bandiera dell’Unione Europea. Provo a raccontare le mie semplici impressioni.

Premessa breve. Lo sport è uno degli strumenti più potenti di aggregazione, avvicina uomini ed istituzioni perché abbatte le differenze linguistiche e si sviluppa in un contesto di regole note e comprensibili a quasi tutti i popoli del pianeta. Una palla che rotola verso una rete è un prodotto della fisica che innesca le stesse emozioni, superando ogni barriera geografica, strumento per eccellenza contro ogni forma di discriminazione razziale. Nota è la risposta di Zdenek Zeman, quando afferma che “la grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”.
Pochi sportivi, purtroppo, hanno la consapevolezza di quanto un loro gesto possa scatenare repliche positive a livello internazionale. Gli sportivi godono di una notevole visibilità mediatica e potrebbero sfruttare diversamente quella particolare aura derivante dalla potenza e dalla perfezione di un gesto atletico. Gli sportivi, quindi, dovrebbero sostenere con molta più frequenza cause collettive, come diritti civili e difesa dell’ambiente. Invece li troviamo spesso persi negli psico-drammi del doping, rivestono con disinvoltura il ruolo dei violenti, sono distanti anni luce dai problemi che devastano i loro paesi d’origine. Senza andare molto lontano, con i goal si festeggiano amori e nascite, se non sfottò memorabili come “Vi ho purgato ancora”. Si utilizzano quindi finestre mediatiche di portata rilevante per autocelebrare la gloria e le gioie personali, già ben alimentate da una progressiva e bulimica venerazione dei fan.

Elisa, invece, nel bel mezzo di una Olimpiade sudamericana e gialloverde come i colori del mio rione, nel periodo di maggiore crisi identitaria dell’Unione Europea, ha sfruttato la sua parentesi di gloria per lanciare un messaggio di grande apertura, spogliandolo da ogni interesse personale e condividendo un invito che neanche i più intelligenti vertici di Bruxelles riescono a lanciare con tanto coraggio e semplicità: “Vorrei che la gente capisse che l’unione fa la forza. Al terrorismo dobbiamo rispondere con l’amore per la vita”. L’amore per la vita è la lotta alla disgregazione, se già è difficile far dialogare un mondo intero, proviamo almeno a far dialogare Paesi che condividono storia, valori, documenti, targhe, leggi, roaming telefonico e, per quanto bistrattata, la moneta. 

È proprio vero, nella disgregazione è molto più facile chiudere le porte che parlarsi. È così, l’odio ha le labbra sottili, bravissime a sibilare, ma incapaci di allargarsi ed esprimere apertamente semplici  verità. Elisa ha comprato la piccola bandiera a dodici stelle in un mercatino. Mi piace immaginare una donna che invece di comprare una baguette o un collant tra le bancarelle, ripone nel sacchetto e porta a casa una bandiera dell’Europa da far sventolare ai propri figli, condizione essenziale per garantire loro la crescita in un futuro di pace. Alla domanda: “se non avesse conquistato l’argento, come sarebbe finita?”, lei ha risposto: “Avrei trovato il modo di esporla”.

Questa è una risposta da donna. Le donne che erediteranno la terra, per dirla alla Aldo Cazzullo, le donne che vincono ogni cosa perché il fine è più forte del mezzo, le donne che mentre armeggiano di spada per ritagliarsi un posto nel mondo, contribuiscono ad allevare altri uomini e altre donne, mettendo in campo (o in pedana) il loro meglio. Sempre.
Da agosto 2016, ogni volta che guardo Jesi da un treno regionale che periodicamente mi porta verso Fabriano, ogni volta che fendo le Marche per amore di una donna, penso a Elisa, alla sua chiara idea di Europa, alle sue parole: “Ci sono nata, già nella mia Jesi, con certi valori dentro. Con l'Europa dentro. Siamo figli degli stati in cui nasciamo”. Siamo terrorizzati dall’idea di mettere al mondo figli irriconoscenti, che vedono solo nelle famiglie altrui la comprensione e la salvezza. E allora, invece di cercare ogni giorno altrove l’elisir contro i nostri mali, invece di genufletterci di fronte a modelli aggressivi che riporteranno il mondo a un drammatico squilibrio, impariamo a riconsiderare le garanzie che il vecchio continente ancora esprime. 

In un libricino di provincia, tempo fa, ho trovato questa bella storiella di ispirazione mitologica: "Dopo queste parole l'uomo si sentì contento di sé e più sereno e con molta gentilezza si offrì di accompagnare la bella donna fino alla casa. Questa accettò, sembrava di buon grado, e mentre camminavano Aiace si accorse che la bella Dafne gli teneva stretta la mano. Molto sorpreso, ma anche molto felice Aiace la guidò verso casa sua, non verso quella di Dafne e, giuntovi, la invitò ad entrare. Dafne arrossì visibilmente, poi prendendogli entrambe le mani e guardandolo con forza dritto negli occhi disse: bada, uomo, se entrerò nella tua casa non ne uscirò mai più". I Paesi Europei dovrebbero prendere esempio, arrossire per tutto il tempo necessario prima di entrare nell’Unione, ma una volta dentro dovrebbero difendere e valorizzare giorno dopo giorno gli altissimi principi che regolano la vita e la convivenza di 27 popoli. Avremo altre Brexit, lo so, ma prima o poi torneranno.

Europa era una donna. Erri De Luca scrive (raggiungendo picchi letterari altissimi in un libro che parla di vette, camosci e cacciatori) che “un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, si interrompe, una donna no. Davanti a lei si trova sempre incalzato…Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo”. 

Torniamo a far prevalere la vera natura dell’Europa, impariamo ad essere più coraggiosi, più europei, più donne. Elisa Di Francisca, per me, ha vinto l’oro.

"...è divenuto raro che un uomo, con una posizione trainante in una delle scienze, riesca allo stesso tempo a rendere un valido servizio alla comunità nella sfera dell'organizzazione nazionale e delle politiche internazionali. Tale servizio non richiede solo energia, intuito e una reputazione basata su solidi risultati, ma anche libertà dal pregiudizio nazionale e una profonda dedizione ai fini comuni, cosa rara nei nostri giorni". (A. Einstein)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto LaPresse - Illustrazione Ubaldo Spina 2016

venerdì 6 gennaio 2017

La renna sul mandorlo

Musica consigliata: "La notte prima, Giovanni Allevi"


Non so cosa ricorderò di questo Natale. Nessuno slancio di poesia memorabile, molta confusione, nelle piazze e sulle tavole. Ho scoperto di recente il nome della città cinese che fabbrica il nostro Natale: Yiwu. I cinesi, notoriamente un paese dove i cattolici che riconoscono l’autorità del Papa sono considerati sovversivi, sono i principali produttori al mondo di allestimenti e luci natalizie, riversati in quantitativi spaventosi nei confini occidentali per far luccicare strade, abitazioni e luoghi del commercio in onore di un bambino che nasce.

Ma una cosa la ricorderò. La renna sul mandorlo. Nessuna renna, in vita sua, credo abbia mai immaginato di sostare all’ombra di un albero di mandorlo. Figuriamoci se abbia minimamente pensato di finirci sopra. Ebbene si. In contrada Gallana, nei giorni dello shopping compulsivo, dei presepi di plastica confezionati a Taiwan, dei terroristi travestiti da Babbo Natale, ho trovato una renna incastrata tra i polloni di un vecchio mandorlo, abbastanza vecchio da essere ormai improduttivo, ma non tanto da rimanere impassibile di fronte al tumultuoso e goffo arrivo di un ospite inaspettato. La renna sembra essere atterrata dopo un volo accidentale partito dagli estremi della troposfera, salvata dallo schianto solo grazie al provvidenziale aiuto dei rami del mandorlo coltivato ben al di sotto del parallelo che attraversa Rovaniemi, altresì detto Circolo Polare Artico.

Ecco, in realtà questo dirottamento ha un precedente, un evento scatenante. L’abbandono di sacchi di giocattoli tra gli uliveti secolari della stessa contrada. Ho provato, di fronte a quei cumuli di plastica colorata, a cercare un perché a tutto ciò. Non ci sono riuscito, e continuo a provarci senza risultati in una notte di Epifania che dovrebbe sversare nuovi fiumi di giocattoli per la stragrande maggioranza provenienti dal Paese del dragone e, se tutto va bene, posare qualche centimetro di neve fresca dolcemente offerto dalle correnti gelide da NE.

Disfarsi delle cose che non servono più (semmai una cosa cessi definitivamente di essere utile per qualcuno) nelle campagne altrui è già di per sé un gesto discutibile. Provate ad immaginare un adulto con dei figli già grandi e probabilmente (mi auguro) senza nipoti che, sul far della sera, in campagne desolate, posa dei sacconi neri sotto il primo ulivo disponibile. Per non farla sporca, sceglie il lato nascosto del tronco e, in un eccesso di fortuna, trova un esemplare provvisto di magnifiche cavità. È un’operazione che si deve chiudere in pochi secondi, guai ad essere scoperto da un passante ecologista che casualmente ha deciso di sfidare freddo e tenebre per una debole ronda notturna o per un po’ di jogging salutare.

Così, laddove avrei sperato di raccogliere olive nella stagione più povera della nostra produzione olearia, ho ritrovato un bel patrimonio da far invidia agli armadi di una ludoteca di provincia, perfettamente conservato e sparso senza criterio sulla terra umida di dicembre. Bambolotti dagli occhi azzurri, casette, costruzioni, vasini, con qualche piccola impurità come un vecchio paralume in vetro o un paio di scarpe Nike non del tutto consumate. La scena non era poi così distante dalle riprese televisive sugli asili bombardati in Medio Oriente, dove ti piange il cuore al solo pensiero che ordigni piovuti dall’alto abbiano cancellato piccole vite umane.

In questo trionfo di civiltà, il buon padre di famiglia nel ruolo di svuotacantine e riempiterreni (degli altri) avrà dimenticato il nostro amato peluche in auto. Riportarlo a casa avrebbe significato tornare sconfitti di fronte agli ordini di una moglie delirante per l’ormai inarrestabile occupazione di suolo domestico. E così, dal finestrino o dopo la seconda sosta da batticuore, la povera renna oltre a perdere i suoi eterni compagni di gioco ha subito anche un volo sul mandorlo, nell’ultimo gesto estremo di liberazione del nostro eroe nato ed educato in quel di Oria.

Esiste un tempo per ogni cosa. Anche il tempo dei giocattoli, prima o poi, in una famiglia termina. Ma quando un uomo compie un gesto simile, io credo si sia molto vicini a quello che chiamano punto di non ritorno. Non è un semplice grido contro il consumismo. E’ un grido contro il totale spaesamento dell’uomo, perso e smarrito, incapace di vedere oltre la vita e la natura delle cose, incapace di vedere risorse, ma solo rifiuti, incapace anche di pensare che quei giochi potranno essere un signor passatempo per piccoli meno fortunati. Non esiste una banca del giocattolo usato, è vero, abbiamo paura a toccare le nostre cose, figuriamoci se lasciassimo mettere le orecchie della nostra renna usata in bocca ai nostri figli. Ma il gesto del nostro eroe di Natale è l’anteprima del baratro, il mondo che ci aspetta, il mondo che annulla e sostituisce il precedente, il mondo che non lascia spazio alla valorizzazione delle cose perché talmente drogato di un nuovo che avanza e che tutto sommerge. Tutto vale il tempo di una pila, una volta esaurita, si cambia gioco e ci si tuffa in quel vortice fragoroso che sputa freneticamente oggetti da usare e divora senza capire dove e come oggetti da gettare.

L’Europa, in materia di giocattoli, si è spinta dove nessun altro Paese ha osato. Negli ultimi decenni ha prodotto direttive e linee guida per la sicurezza che hanno regolamentato con chiarezza e rigore questo mercato. Valutazione dei pericoli meccanici, fisici ed elettrici e di infiammabilità, valutazione dell’igiene e della radioattività, requisiti chimici, obblighi del fabbricante, del distributore e dell’importatore, schede contenenti i dati sulla sicurezza…Oggi i giocattoli europei, fieri di quella tradizione di altissima qualità che ha sempre contraddistinto i prodotti ludici continentali, artigianali e industriali, sono i più sicuri al mondo. Forse qualcosa in più andava fatto in materia di recupero, riuso e riciclo, bisognava andare oltre e regolamentare la circolarità di questo specifico settore ad altissima intensità di rinnovamento. Ci arriveremo, ma ora bisogna difendersi dalle invasioni e insegnare a genitori irresponsabili che non sempre la politica del low-cost premia e che la soddisfazione dei bisogni non sempre si basa su approcci quantitativi.

Non so cosa ricorderò di questo Natale. E ai Magi, nei loro ultimi chilometri, o alla vecchia con la scopa, in fase di atterraggio, mi verrebbe da chiedere di non portare nulla, di scioperare con eleganza dalla distribuzione di beni che porteranno nuovi sacchi neri nelle campagne e montagne di plastiche con circuiti elettronici ancora funzionanti nelle discariche.

Quanto al lanciatore di renne, sono certo che da piccolo nella calza avrà trovato noci e mandarini, forse del miele e anche una biglia. E avrà probabilmente sorriso di fronte a tanta magnanimità. Oggi è un uomo in stato confusionario come la società che lo ha visto invecchiare, un uomo che ha svenduto il suo ambiente e che viene tirato dalle offerte dei centri commerciali come un toro dal suo anello ben conficcato nelle narici. Forse un giorno condirà del pane con olio spremuto da olive prodotte da un albero contaminato da sversamenti accidentali di soluzione acida contenuta nelle batterie di vecchi giocattoli. Non so se sarà così abile a ricondurre l’inizio dei suoi mali alle gesta atletiche di un tempo nella categoria “abbandono illegale di rifiuti”. Sicuramente qualcuno gli ricorderà che in natura tutto si trasforma, tutto circola, tutto, quando meno te lo aspetti, torna al mittente.

Inizia a fioccare. Benvenuto inverno.

"Ecologia, non è una scienza né una politica, ma un'autentica guerra del Bene contro il Male, combattuta con armi di ogni specie e natura: ci s'incatena agli alberi che stanno per essere segati, si sfida una potenza nucleare con una goletta disperata, si liberano animali martiri...Utopia, naufragata, calunniata Utopia...Senza fanatismo, ma va fatta risuscitare. Senza, non respiriamo più". (Guido Ceronetti)


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lunedì 5 dicembre 2016

BLU,APP


Musica consigliata: L'oceano di silenzio, Franco Battiato

"Un oceano di silenzio scorre lento,
senza centro né principio,
cosa avrei visto del mondo
senza questa luce che illumina,
i miei pensieri neri".

BLU,APP è un piccolo contributo, mio e di Giovanna, al progetto "Da casa nasce casa", l'iniziativa della Delegazione ADI Puglia e Basilicata a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia. Una casetta dipinta di blu con una porta bianca, aperta e popolata di gente. Al suo interno compaiono nuovamente gli uomini, con le loro speranze di ritorno a una vita normale e le grandi sofferenze cui non potranno sottrarsi prima di un definitivo superamento dell'emergenza. Abbiamo così rappresentato l'uomo in preghiera, che recepisce le grida alle sue spalle e le traduce in richieste d'aiuto, alcune verso il cielo, la restante maggioranza al livello del suolo. Abbiamo rappresentato un uomo che sembra ancora in attesa di essere estratto dalle macerie. E poi ci sono gli uomini che invitano ad entrare, simbolo del ritorno dei viandanti e del recupero dello spirito di accoglienza, e uomini appesi alle promesse, ad altri uomini, alla speranza di una natura clemente nell'inverno che avanza. In ultimo ci sono gli uomini che piangono, le lacrime che appartengono a ogni tragedia e spesso la rendono universale, in quella improvvisa immedesimazione che accomuna gli uomini ai propri simili. Il nostro augurio, il cuore del progetto, è il ritorno della luce in ogni abitazione colpita dal sisma, un mini LED centrale rispetto a ogni desiderio, acceso e protetto da una finestrella trasparente. La luce renderà vive queste comunità sotto un cielo notturno colorato di blu e ci farà sentire il tepore dell'aggregazione quando rivedremo da un'automobile in corsa quei paesi abbarbicati sulle pendici dei monti, splendidi nelle loro armoniche composizioni viste dal basso di una carreggiata. Solo allora sapremo che l'Appennino non è morto. La sua tenacia avrà salvaguardato quei valori di vicinanza, lentezza e poesia che tutto il mondo ancora ci invidia.

BLU,APP è una delle settanta casette decorate da artisti, designer e architetti in esposizione al MUST di Lecce dal 13 al 15 Dicembre 2016. L'asta benefica è prevista il 16 Dicembre, il ricavato sarà accreditato direttamente sul conto della Croce Rossa Italiana. La gallery è disponibile al seguente link de "Il Corriere della Sera - Living".

"Gli abitanti del vecchio paese non hanno avuto questa tenacia. Dopo la tragedia si sono disgregati, hanno aperto vuoti nel mosaico sociale...La forza generata dallo stare l'uno accanto all'altro è andata distrutta. Chi ne ha fatto le spese, dopo oltre quarant'anni, è stato il vecchio paese. Sta crollando giorno dopo giorno, inesorabilmente, tetto dopo tetto, muro dopo muro, gli uni addosso agli altri. Amen". (Mauro Corona, I Fantasmi di pietra)



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