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lunedì 15 dicembre 2025

Come salvare una Salvarani

 

Musica Consigliata: Stay

Ci sono oggetti che ci guardano. Vivono immobili ed imperturbabili nelle nostre case, da anni, a volte da decenni, sempre nella stessa posizione. Oggetti che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno più alcuna funzione, eppure occupano posizioni di prestigio, in solenne esposizione nei luoghi atti all’accoglienza. Mobili, cornici, bomboniere, vasi, impianti stereo, prodotti tridimensionali di ogni genere che hanno fatto parte del nostro passato e che per una serie di infinite ragioni, capeggiate probabilmente dal dispiacere nel disfarsene, restano lì senza un reale significato. La cucina Salvarani Long Line è stata acquistata dai miei genitori nel 1973, nell’anno della loro unione. Un acquisto effettuato sulla carta, a catalogo, come spesso accadeva in quegli anni. Un acquisto importante, accelerato sicuramente da buoni ed esperti venditori, conclusosi in una fattura ingiallita tuttora conservata negli archivi di famiglia che riporta importi la cui rivalutazione monetaria dopo cinquantadue anni appare piuttosto complessa e stimolante in termini di impatto sulla retribuzione media e sul potere d’acquisto.

La nostra Salvarani ha subito la stessa sorte di tanti oggetti. Non ha chiuso fortunatamente la sua esistenza in un compattatore, discarica o inceneritore, ma è stata scomposta, parcheggiata e sfruttata come deposito di imballaggi, decori natalizi, ceramiche, antichi elettrodomestici, in un trionfo di sinergie dove contenitore e contenuto hanno condiviso per anni la stessa identica sorte: spegnersi lentamente a causa dell’obesità del nostro tempo, dell’obsolescenza delle cose, della moltiplicazione dell’inutile, della gravità e della complessità dei processi di smaltimento. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di staccare la spina, ad un mobile iconico per i miei genitori prima ancora di essere riconosciuto tale per la sua generazione. Iconico perché simbolo di un periodo della loro vita in cui costruivano il loro futuro, plasmavano il loro status, cavalcavano le loro ambizioni, con le energie e la voglia di fare tipiche di chi si svincola dal proprio nucleo familiare per provare a costruire qualcosa di nuovo e possibilmente di migliore.

La Long Line ha introdotto una serie di innovazioni, tra le quali: il Top continuo (introduce un unico piano di lavoro continuo parete-parete che elimina interruzioni visive e funzionali, migliora l’ergonomia e la pulizia delle superfici;  la Gola per l’apertura delle ante (ha portato all’eliminazione delle maniglie tradizionali grazie a profili in alluminio integrati, più puliti e meno invasivi); il Piano in Firon, un laminato curvo e indistruttibile (confermo); un Design lineare ed essenziale, che ha esaltato e proiettato nel futuro l’estetica contemporanea tipica del periodo, con linee pulite e una forte attenzione al rapporto forma/funzione nel contesto domestico degli anni ’70; l’influenza sul design delle cucine moderne, al punto da diventare un punto di riferimento sia come pioniera del concetto di elettrodomestico da incasso sia come ispirazione del concetto di modularità nei produttori di cucine. E tutto questo fiorire di soluzioni si ebbe nella provincia emiliana, lontano quindi dall’ultra celebrata culla milanese del design, lontano dai distretti storici come quelli brianzolo, toscano e friulano, e non per mano di mostri sacri come Ettore Sottsass, Joe Colombo, Gae Aulenti, Mario Bellini, Archizoom, Superstudio, Gaetano Pesce, Ugo La Pietra, che esploravano nello stesso anno di lancio della Long Line il futuro dell’abitare nella celebre mostra al MoMA di New York "Italy: The New Domestic Landscape", curata nel 1972 da Emilio Ambasz.

Mostra che, come ben scrive Silvana Annicchiarico in un articolo su Domus del 2022 (https://www.domusweb.it/it/design/2022/02/03/cinquanta-anni-dopo-italy-the-new-domestic-landscape.html), fu accolta con grande entusiasmo negli Stati Uniti per quel respiro profetico e lungimirante emanato dai progetti esposti, ma fu al tempo stesso criticata in Italia da chi, come il sociologo Francesco Alberoni, percepiva in quella vetrina “una teoria slegata da una prassi, prodotti senza marketing né mercato, un’offerta che non era stata sollecitata da una reale domanda”. E anche in questo la Long Line, probabilmente, mise d’accordo tutti, sia nelle profezie che nella risposta del mercato costituito da giovani coppie che, come i miei, intercettarono fin da subito l’eccellenza e la bellezza di quel sistema.

Così è nata l’operazione di salvataggio. Un prodotto con queste caratteristiche poteva terminare smembrato nei cassoni di una piattaforma ecologica? No. Meritava uno spazio espositivo, una teca, una cornice che sancisse il passaggio da prodotto industriale ad opera d’arte contemporanea, meritevole di aver superato il tempo, le mode, le stagioni, le tendenze e anche la scure consumistica degli uomini. Con grande sorpresa ci siamo accorti che la Long Line non aveva bisogno di manutenzioni straordinarie né di lifting accurati. Un po’ come le donne del secolo scorso, belle, rosee e idratate fino all’ultimo respiro senza ricorrere alla chirurgia estetica. Ricomporla è stato un viaggio mistico. Il progetto architettonico doveva in qualche modo intervenire sugli aspetti di sicurezza, al punto da obbligare la sostituzione (con profondo rammarico) del forno Salvarani a pomelli tondi, del frigo ad incasso REX o del piano cottura in acciaio già provvisto ai tempi di piastra elettrica. Ma ciò che ci ha realmente sorpreso è la robustezza complessiva dei moduli, la tenuta delle cerniere e la resistenza dello scolapiatti con tanto di marchio centrale in evidenza, nonché quel timido accendersi della cappa, perfettamente funzionante, con la sua fioca lampadina alogena nascosta in un androne a 45° di plastica opalina.

La Salvarani, nel suo color marrone che da solo potrebbe raccontare gli interi anni settanta, meritava una cornice che rimarcasse la scelta ambientale operata. Quale miglior colore, quindi, di un verde lapidaria (lo abbiamo definito così dal nome della succulenta che ne esprime tonalità cangianti dal grigio all’azzurro), superfici vegetali germogliate da un solido tronco con mezzo secolo di cerchi, in una rappresentazione astratta e totale dell’albero. Una cornice con cassetti perimetrali che sposano il passo originale delle ante e si allineano ai moduli grazie alle tecnologie laser di misura e posizionamento. Il tutto creando un gioco di luci ed ombre generato da elementi a sbalzo o leggermente avanzati, opportunamente attrezzati con profili LED pronti a rivitalizzarne le superfici in un trionfo di recuperi architettonici rubati alle metodologie di active ageing.

Se oggi dovessimo interpretare in chiave teorica il recupero e la valorizzazione della Long Line all’interno di un nuovo progetto di interior design, potremmo dire con certezza che è stata un’operazione pienamente coerente con i principi del Regolamento UE sull’Ecodesign e con gli obiettivi della tanto agognata Economia Circolare. L’intervento ha evitato la produzione di nuovi arredi, prolungando il ciclo di vita di un prodotto esistente e riducendo l’impatto ambientale legato all’estrazione di materie prime, ai processi produttivi e allo smaltimento dei rifiuti. Inoltre, la riqualificazione di componenti originari attraverso la riparazione, l’aggiornamento funzionale e il riuso di materiali, si allinea ai requisiti europei su durabilità, riutilizzo, riduzione dei rifiuti e efficienza delle risorse, rendendo il progetto un esempio concreto di applicazione dei principi di ecodesign nel settore dell’arredo. Ma tutto ciò è stato possibile solo perché, chi ha concepito la Long Line, lavorava con questi canoni e non basava la propria attività di impresa sulla bulimica sostituzione degli arredi obbligata dall’introduzione accelerata di nuove tendenze o dall’abbassamento progressivo della qualità di materiali, componenti e assemblaggi.

L’immediata riflessione che ha generato in noi questo approccio è stata: di cosa vivranno le aziende, come si sosterranno economia e occupazione se tutti provassero a recuperare o prolungassero oltre i cicli programmati la vita utile degli arredi? Quale sarà il destino delle produzioni italiane ed europee, già in bilico per gli scenari di incertezza, il cambiamento dei modelli di business, la riduzione del potere d’acquisto dei consumatori, la concorrenza internazionale e le produzioni low-cost? Potevamo con un nuovo acquisto per i nostri pochi metri quadri da allestire, contribuire a salvare un posto di lavoro, a dare segnali di fiducia del mercato, a sollevare un venditore dall’ansia di un budget ancora da raggiungere? Noi abbiamo sempre creduto nelle gocce che aiutano i vasi a non traboccare, ma abbiamo anche visto quanto marcio esiste in alcuni mondi manifatturieri, quanta scarsa attenzione si riserva alla salute e alla reale assistenza dei clienti, quanto progetti scintillanti sulla carta conducano poi a vere e proprie odissee nelle installazioni e nell’uso. E allora hanno vinto il cuore e l’ambiente, meglio una buona Salvarani ricca di valori tramandati che un laminato scollato su MDF imbarcato al primo normalissimo versamento d’acqua.

La Salvarani, sulla base della mia esperienza e dei frequenti viaggi in luoghi remoti come le comunità appenniniche e i piccoli borghi del Belpaese, conserva probabilmente un altro primato. La presenza di insegne nei pressi di piccoli negozi d’arredamento, chiusi da tempo o ancora miracolosamente aperti. A distanza di oltre quarant’anni dalla cessazione delle attività economiche dell’azienda di Baganzola, quelle insegne sono ancora lì, presidiano vetrine impolverate gestite da canuti commercianti che conservano ricordi meravigliosi di quegli anni. Uno di loro mi confessò che avrebbe smantellato quell’insegna solo nel giorno della cessazione dell’attività. Un addio nell’addio. Con le Salvarani aveva costruito case e fatto laureare i suoi figli, riempiva le tasche di banconote meticolosamente arrotolate negli elastici verdi, erano miniere di affari che meritavano una riconoscenza eterna. Emblema di quel modello economico che un tempo chiamavamo progresso, dove tutto sembrava oleato alla perfezione, dall’idea al mercato, e dove ogni crisi veniva superata (come scriverò più avanti nella citazione di Giovanni Salvarani) anche grazie ad una buona dose di irresponsabile ottimismo.

Oggi, nel giorno dell’anniversario di matrimonio dei miei genitori, la Long Line si staglia imponente in tutta la sua ampiezza fisica e metaforica e i nostri figli la vivono come fosse figlia del loro tempo, senza sapere che ha già bollito ettolitri di latte per altre generazioni prima della nanna. Restaurarla, non per vanto espositivo ma per utilità, è stato anche un omaggio alla sensibilità, ai sacrifici, ai sogni che i nostri genitori hanno riversato in questo prodotto nel 1973. E mi piace pensare in questa notte, mentre tutto si acquieta e i nostri profili sono a malapena sagomati dal bagliore di una lampadina integrata nella cappa, che spesso nella vita vince chi resta. “Stay, and the night would be enough”.

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Da una breve riflessione di Giovanni Salvarani sul suo profilo Linkedin:

“La cucina componibile Long Line della Salvarani è uscita all'inizio degli anni 70. È ancora esposta al MOMA, Museo di Arte Moderna di New York. C'è chi dice che rivoluzionò il modo di concepire la cucina, c'è chi dice che dopo quasi cinquant’anni è ancora bellissima, perfetta e funzionale, c'è chi ancora racconta di come fu ideata e concepita all' interno dell'azienda, c'è chi racconta come questa cucina finì per arredare migliaia di case e residence in giro per il mondo. Tutto vero, ma pochi sanno che il segreto di questo grande successo fu dovuto principalmente alla genialità, alla passione per il proprio lavoro e alla costanza nell'affrontare sacrifici e difficoltà di Renzo Salvarani. Era il 1948 quando Renzo Salvarani allora ventiduenne, si trovò a dover portare avanti una famiglia di sette fratelli, dopo che il padre era partito per l' Argentina in cerca di fortuna, lasciando sulle sue spalle una montagna di debiti. In dieci anni, con tanto lavoro, tanto irresponsabile ottimismo e tanti amici, Renzo Salvarani riuscì a costruire la più importante industria del settore e ad esportare i propri prodotti con successo in tutto il mondo”.






venerdì 8 settembre 2017

Il Dyrrachino


Musica consigliata: On a Cloud, Jean-Philippe Rio-Py

È la prima cappella sulla destra. Distratto, di corsa, turbato, felice, impreparato, emozionato, da oltre 35 anni ci passo accanto per andare fino in fondo, per indossare un abito bianco da piccolo chierico o per imbracciare una chitarra che stenta a raggiungere livelli accettabili in materia di musica liturgica. Ci passo accanto nei giorni d'afa, dove è più facile contare le mosche che i fedeli, ci passo accanto nei giorni di temporale, quando una luce fioca accende quel tanto di mistero e di intimo raccoglimento che basta attorno all'urna delle sue reliquie. Francesco era un uomo europeo. Ha attraversato l'Adriatico settecento anni prima della mia traversata, da Durazzo a Brindisi, probabilmente senza mai più farvi ritorno. Un fraticello albanese che sbarcava in pieno basso medioevo, settecento anni prima dei suoi fratelli disperatamente ammassati sulla nave Vlora. Un uomo europeo pronto a lasciare i Balcani per entrare nella penisola culla del monachesimo. Francesco da Durazzo è l'unico beato che probabilmente non è stato mai beatificato, un po' come quelle tate sterili che crescono figli degli altri e che finiscono per essere chiamate mamme. A dimostrazione che nella chiesa, anche se non riconosciuto, un titolo lo si può acquisire anche per merito. Il culto di Francesco, negli ultimi anni, ha registrato una graduale ripresa, merito di parroci, associazioni, studiosi (alcuni dei quali citati nelle etichette di questo post) in grado di comprendere che ogni chiesa dovrebbe valorizzare il Sanctus Loci, attraverso la liturgia, la cultura, le arti. Con Giovanna abbiamo pensato di offrire un nostro piccolo contributo alla causa immaginando anche una sua produzione culinaria, da buon cuoco qual era. Un dolce italo-albanese, la cui ricetta è inventata di sana pianta e che non ha alcuna pretesa di essere spacciata come clamorosa scoperta di un manoscritto dell'epoca. Un dolce povero, capace di valorizzare alcune produzioni agroalimentari locali come noci e fichi neri di Oria da un lato, miele e tè albanese dall'altro. Lo abbiamo preparato, lo abbiamo testato. Niente male, sicuramente migliorabile.
Esistono in ogni regione d'Italia esempi interessanti di prodotti dolciari ispirati o dedicati ai santi venerati in città, dai biscotti di San Valentino, alle zeppole di San Giuseppe, al Dolce Santantonio. Siamo proprio sicuri che vogliamo continuare a offrire nelle nostre pasticcerie il Wafel belga, i Macaron francesi o le Krapfen austriache? Di quale specialità parleranno i nostri figli o i viaggiatori una volta fuori dai confini dell'agro oritano? Il cibo, inoltre, veicola molto più dei libri informazioni, notizie storiche e miracoli (vedi le YEMAS di Santa Teresa d'Avila). Quale strumento migliore di un dolce, quindi, per diffondere il culto di un beato venerato nella parrocchia di San Francesco d'Assisi? Il marketing, cucinato bene, ha potenzialità impressionanti. La ricetta de "Il Dyrrachino" ha ispirato un racconto giallo, a sua volta collegato ad alcuni fatti tramandati nel tempo sulla vita dell'umile fraticello albanese. Domenica 10 Settembre, al Festival della Letteratura di Mantova, qualcuno parlerà di Francesco da Durazzo nella Sala degli Stemmi di Palazzo Soardi. Confidiamo nella sua benedizione per continuare a sottrarre all'oblio la figura "ti lu biatu" alimentandone devozione e conoscenza.

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"Il Dyrrachino" è tra i 10 finalisti della quindicesima edizione del premio letterario nazionale "Coop for Words" (530 opere in concorso), nella sezione "I Sapori del Mistero". Quasi ignorato dalla giuria popolare, il giudizio è stato poi ribaltato dalla giuria tecnica presieduta da Carlo Lucarelli, avendo un peso specifico maggiore (almeno così precisa il bando). Condivido con i lettori in link al racconto e la ricetta per la preparazione del dolce ideato da Giovanna.


RICETTA


Ingredienti per 6 monoporzioni - 200 g. di riso; 600 ml. di acqua; 100 g. di zucchero; 400 ml. di latte; 50 g. di amido di mais; 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna albanese); 6 fichi neri di Oria; 100 g. di granella di noci; Miele albanese q.b.

Preparazione - Portare ad ebollizione 600 ml. di acqua, togliere dalla fiamma e aggiungere 3 cucchiai da tavola di Caj mali (tè di montagna). Lasciare riposare per 5 minuti. Filtrare e versare il riso nel tè bollente e cuocere fino ad assorbire tutto il liquido. In una ciotola mescolare latte, zucchero e amido di mais. Aggiungere il composto al riso e far cuocere ancora 5 minuti. Infine, preferibilmente in bicchieri trasparenti, formare degli strati a piacere di riso, fichi neri di Oria, granella di noci e miele albanese. Lasciare riposare il dolce monoporzione per almeno 2 ore a una temperatura di 4-5 °C. 

"In realtà dunque Oria elevò agli onori del culto e della venerazione non un suo figlio ma un forestiero che veniva addirittura da un'altra nazione. Tanto era grande la fama di frate Franesco da Durazzo che, al pari di quello che succede a Padova quando si parla di S.Antonio si usa semplicemente dire <<il Santo>>, a Oria, <<lu biatu>> era ed è solo e soltanto il beato Francesco da Durazzo". (P.Spina)

Un grazie particolare a:

Pasquale Spina, per aver dato importanza a un frate sconosciuto ai più e per aver sostenuto quel progetto di valorizzazione del culto del Beato conclusosi con la stampa di una pubblicazione bilingue, negli anni in cui l'Albania era la Libia dei giorni nostri e il temuto straniero veniva dal Paese delle aquile.

Anna Galante,  per il suo operato in Albania e per l'amore incondizionato verso questa terra dirimpettaia. Grazie, inoltre, per aver fornito il tè e il miele albanese utilizzati nella preparazione de "Il Dyrrachino".

Don Domenico Spina, Pierdamiano Mazza, per le iniziative attuate negli ultimi anni a difesa della memoria del beato e per aver fondato un coro a lui dedicato. Tibi Chorus Concinat. 

Francesco Pignatelli, per avermi fatto approdare per la prima volta a Durazzo, quando sbarcare in quel porto in un giorno di pioggia era come attraversare le strade di Calcutta in un giorno di precipitazioni monsoniche. Ricordo ancora la valigia trascinata nel fango e il fuoristrada che ci condusse non senza difficoltà nella provincia di Lezha. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto "Coppa di Dyrrachino scivolata a destra" - Ubaldo Spina 2016





martedì 17 giugno 2014

Life on demand


18 Aprile - 17 Giugno

Musica consigliata: Miles Davis, All blues sessions

Non è facile ereditare qualcosa. Si ha sempre paura di non essere all'altezza e io vivo costantemente la paura di non essere all'altezza. Così non è stato facile ereditare il nome, la storia e la vita dello Studio Associato di chimica Piro e Spina, per vestirlo in un bel giorno di luglio con una ragione sociale e una storia per certi versi nuova. E allora, senza limitazione di responsabilità, ho cercato di raccontare questa storia attraverso un carattere e dei segni grafici. Ma soprattutto assegnandole un pay-off che potesse traghettare il laboratorio nel suo mondo ormai rivoluzionato. Abbiamo deciso di scartare le banalità del tipo "da 30 anni insieme a voi, sempre al tuo fianco, le analisi migliori del Sud Italia :-D, professionalità e cortesia al tuo servizio, ..." Che senso avrebbero avuto? Che presa avrebbero avuto? Nessuna. Nell'era degli smartphone, dei tablet, di Skype, dei notebook, della Champions League, della TAC, che senso avrebbe avuto presentarsi al mondo con uno slogan di provincia? Per chiuderci e tingerci di verde Lega di fronte alle sfide globali e dire all'inglese che la deve smettere di entrare nelle nostre case con tanta prepotenza? No. Volevamo raccontare un nuovo mondo, una nuova sanità, un nuovo modo di fare diagnosi nell'era della personalizzazione. Tutto è su misura, anche la sanità. E la vita è su richiesta, da accendere come i canali televisivi dell'era digitale, da abbottonare come camicia sartoriale modellata sulle nostre circonferenze, da personalizzare come cialda sulla torta di compleanno di un bambino. Le analisi altro non sono che pacchetti di informazioni dove il tuo stile di vita e la tua genetica si raccontano in range di valori ed è in quelle alterazioni che la vita può essere presa per mano e ricondotta a richiesta verso la normalità. Quando possibile, naturalmente. Quando il Signore vuole, indubbiamente.
Ma il laboratorio si racconterà soprattutto attraverso quelle sferette in linea, ovvero il percorso di ogni malattia che si manifesta gradualmente fino a diventare insidioso, critico, buio, il pallino nero, l'ultimo stadio prima di farsi monitorare. Ma poi trova noi, la & commerciale che io chiamerei la & del supporto & dell'accompagnamento, verso l'azzurro, verso la pulizia, verso il riassorbimento della patologia...fino a sfumare in colori celesti, la guarigione, il non pensarci più, il tutto passa al quale dovremmo sempre abituarci.
Non ho mai condiviso le targhe dorate, i titoli accademici cesellati in corsivo, il proliferare delle specializzazioni, l'autoincensazione. Noi siamo PIRO&SPINA, non sono i simboli a decretare la professionalità, ma l'accoglienza e il saper fare. E così il carattere maiuscolo è quasi ludico, imperfetto, non definito, così, tanto per non prendersi troppo sul serio, per ridurre la distanza tra scienza e società come mi hanno insegnato nell'autunno di Losanna. E il colore è l'azzurro di una bella giornata, l'azzurro del mare, l'azzurro di una salute recuperata pronta a scoppiare in questa preziosa fetta di tempo concessaci. Mi piacerà ascoltare i commenti dei nostri fedeli amici e clienti, di coloro che faranno uso del vocabolario, di quelli che avranno timore per questa inversione di rotta. Ma non c'è errore più grande del credere di abitare un mondo compiuto ed esaurito. Meglio un'assenza da colmare, che una presenza graveolente. Non c'è innovazione senza cambiamento, non c'è futuro nello stallo delle cose.

Possa questa estate non finire mai, non ho spazio a sufficienza per depositarvi tutta la mia fortuna.
...

"Il viaggiatore è simile al malato, è in bilico fra due mondi. Il cammino è lungo anche se ci si sposta soltanto dalla cucina alla stanza che guarda verso Occidente e sui vetri della quale si incendia l'orizzonte". (Jean Paul)

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 16 maggio 2014

E penza comu la vue’ pinza’, è canzona ca la ‘ma cantà...




Musica consigliata: Ea ea ea comu l'ogghia rimidià...

Cara nonna,

auguri di buon compleanno! E' difficile scriverti in questo giorno, in un blog (sai cosa significa? :-) che voleva parlare d'Europa e finisce quasi sempre per parlare di me. Gli anni non cancellano i ricordi, ma immaginarti di fronte al fuoco e dare inizio a una conversazione non è semplice. Oggi avresti compiuto cento anni. Può darsi tu sia lì sopra a festeggiarli comunque. La vita, probabilmente, è solo una questione di spazi temporali, organizzati su più livelli incapaci di comunicare, dove l'uomo "vivo" ha la pretesa di abitare l'unico livello acceso e l'arroganza di pensare di essere il solo a possedere un'esistenza. E' maggio, il ghiaccio si è già sciolto. Non posso romperlo, quindi, ma posso raccontarti come vanno le cose da queste parti. Sarà una email interplanetaria a recapitarti i miei aggiornamenti.

Allora, da dove inizio? A Roma fa dei goccioloni, non so se Caterina si è sposata o se ha fatto guardare al suo amante l'albero ti lu chiuppu. Malipensa ruba indisturbato calandosi dai camini, la 1100 non è più un pollaio e Teodato scaglia ancora pietruzze con le sue fionde artigianali realizzate con scampoli di camere d'aria. Nona la Jattu compare qualche volta al tramonto nel vicoletto, non è sera d'estate senza il racconto delle barzellette di Isolina. Ubaldo dipinge stazioni in quel di Vibo Valentia, Nuccio lo recupereremo tra pochi giorni di ritorno dalla Libia, abbandonato semimorto sotto un albero di ulivo . E Cosimo ti riempirà di cioccolata salernitana e acque di Tabiano. A Tabiano ci siamo tornati e ti abbiamo pensato, naturalmente. Don Nicola saluta dalla terrazza di Mondonuovo. Lino ha lasciato Giurisprudenza perchè l'avvocato è una professione destinata alla frequentazione di uomini litigiosi e di arguti delinquenti. Meglio fare il medico, quindi, e sperare che per la festa dei Santi Medici non vi siano lezioni. Anna Maria avrà il suo primo insegnamento a Torchiarolo, un paese che a quanto pare esiste per davvero. Vilucciu sta terminando di montare la sua bici astronomica con mille luci. Il re è ostinato, crede ancora che il latte sia più bianco del sole. La luna è quinta decima, la cassata è scassata, da quattro ne sono rimaste tre. Ci ndivini stu nduvinieddu tu ti pigghi a me. Jerry ti ubbidisce anche se lo chiami Bolì, non soffre di disturbi della personalità e partecipa attivamente alla vita di famiglia, inseguendo instancabile il Lamborghini su e giù per le tue terre. I ladri di olive delle Pasquine sono stati colti sul fatto e hanno lasciato sul campo scope e mastelle, mentre i fuochi della festa coloravano da Sud-Ovest il cielo dicembrino. Per la festa di San Pietro andrete in vespa al mare con Nicola e Marietta. Tuo nonno continua a tenere buoni i suoi studenti minacciando di sferrargli un bel cazzotto. Il tuo detto resta valido, non fare bene perchè andrà buttato, non fare male perchè commetti peccato. Ma i giorni mi hanno insegnato che nella vita o scegli l'uno o scegli l'altro, c'è poco da fare, è nello svolgimento naturale delle azioni indirizzarle verso un obiettivo, utile o dannoso per gli altri che sia. I fiori secchi della tua Madonnina si sbriciolano con lentezza, per quanto la campana di vetro li custodisca con amore fragile. La vocazione di suora Stella è tuttora in bilico, al conte disse e continua a ripetere: "...che m'ami Ubaldo non dirlo sai, non dirlo mai!". Aurora Russo è ancora bella, la sua giovinezza rimarrà immortalata in eterno in quel di san Pasquale. Un gruppo di fedeli canta divinamente "Dell'aurora tu sorgi più bella" nei giorni della novena di Gallana. Zia Rosa non ne vuole sapere delle scatole di Santa Lucia, il viaggio di nozze della mamma di Letizia è durato appena un giorno, a Napoli le hanno consigliato di fuggire per non essere rapita. Cicirinnedda tinia nu cani, confermo. Il carabiniere di Latiano ha la pretesa di conquistarti inanellando una sfilza di ambasciate, ma non sa che il tuo cuore è promesso ad un altro uomo. Li masciari hanno detto che se supererai un brutto male, morirai anziana (che brave, ci hanno azzeccato!) Asso povero me. Giuanni lu svinturatu sta ancora camminando le tre vie del mondo per sapere se una donna è fedele o traditrice. La tua casetta è ora abitata da un gatto acrobata. Le querce del Masone sono in splendida forma e ombreggiano la nostra infanzia ad ogni ritorno. I biscotti giganti si vestono ancora di strati farinosi, si inzuppano come un tempo e sono sempre nella stessa dispensa con tendina merlettata all'ingresso sulla destra. Lu Cuponi resta una fossa inviolabile e Don Giovanni Maccarroni continua a spacciare la notizia che lui e la sua cavallina hanno trovato rifugio sotto un enorme cavolfiore, chiedendo protezione al mega vegetale nel corso di un improvviso temporale. L'operario al suo servizio, per fortuna, gli ribadisce con sfrontatezza che all'arsenale è in corso la costruzione di un pentolone così grande da non sentire i colpi dei carpentieri che operano ai punti opposti del suo diametro. La tramontana sbuffa prepotente sulla finestra della cucina e vedo avanzare maestose le nuvole grigie d'inverno provenienti dal fantastico mondo di Ratekadipalpapekastron. Se mi addormento sul divano verde, ricevo le tue coperte e le ore passano silenziose in quel tepore protetto che non tornerà mai più. Romeo non si è fatto vivo nella tela del Matarrelli, Giulietta è ancora lì ad attenderlo, assorta nei suoi pensieri in un quadretto onirico di pace fiorata e di profonda delusione. Anna di Ntunina viene a trovarci ogni tanto e in lei leggo tutto il dolore e l'imperfezione di questo mondo, abbigliamento da No Global e mente libera a tal punto da sciogliere ogni connessione con la realtà. Nei suoi baffi è purtroppo una persona sola. Delle nipoti di Latiano è rimasta in vita solo la più anziana, quella che sembrava destinata ad una scomparsa prematura e a una esistenza meno favorevole. I dolori del matrimonio e dei figli, probabilmente, consumano più della solitudine. Noi abbiamo terminato i nostri viaggi studio tra Lecce, Roma, Milano, Chieti e Torino (tra poco), e abbiamo finito così di sognar...lontano andrò, dove non so, parto col pianto nel cuor...! I milanesi non capiscono come mai le frise siano ruvide in superficie e perfettamente lisce alla base. Eppure sono di Milano, vengono da quel Nord industriale dove comprendere le magie di un filo di spago tirato fino allo strozzamento di un pezzo di grano non dovrebbe essere poi così difficile. Sta casa senza te sa comu pari, comu nu tiempu trubbu senza soli. Emanuele, Leonardo e Pasquale iniziano a conoscersi e a volersi bene. Non conosceranno il valore di un tuo "Ciokki" e non saranno rincorsi a suon di barbaredda. Perchè chi sorride non va all'inferno, ma in paradiso, o forse non lo so e devo ancora capirlo. Comunque si sarebbero sbellicati, e tu con loro. Il bisnonno si ostina ad andare al cinema solo se ci sono proiezioni di cavalli. Il padre del dottore inveisce contro il figlio, dicendogli: "Momino studia, che lo solo studio ti posso dare". Era un buon genitore, perchè per avere il meglio dai propri figli bisogna evitare di far radicare in loro la consapevolezza di una seconda possibilità sempre a portata di mano. Se un progetto di vita va male, le vie di fuga non sono infinite. Il mondo si è globalizzato. Pensa che ogni giorno compriamo cellulari coreani, auto tedesche, televisori giapponesi, zuccheri brasiliani, oro sudafricano, petrolio saudita. L'Italia è un Paese ancora più piccolo in questo pianeta che ci assorbe lentamente con le sue economie impazzite. Ma poi si è così gretti da pensare che l'Europa è un tranello, una dimensione che distrugge il nostro orgoglio nazionale, un progetto fallito che soffoca gli slanci dei vari Paesi membri, invece di accoglierla come l'unica opportunità per fronteggiare i mostri che avanzano nella prossima fetta di futuro. Ma nessuno di questi uomini illuminati ha vissuto come te la violenza di Paesi confinanti che si scagliavano bombe al posto dei confetti. E nessuno di loro sarà mai degno di nominarla, l'Europa. E' troppo facile crescere, studiare, fare l'amore, arricchirsi, sposarsi e morire in anni di pace garantiti da qualcun'altro e dall'Unione sulla quale sputi ogni giorno senza pudore. L'ipocrisia è il male del nostro secolo. Dei nostri secoli. Lu sinnucu ti Erchi, nel frattempo, manna a Oria pi cuperchi. Il tempo, ormai, non è più un avvicendarsi di stagioni, ma di caricabatterie. Canto spesso le tue canzoni. Se proprio devo, la classifica personale vede al primo posto la canzone di Caterina, un testo che raccoglie diverse ansie e aspettative dell'essere umano. E che, quando meno te lo aspetti, ti ricorda: "...pensala come ti pare, (la vita) è una canzone che va comunque cantata". Possono averti riservato la peggiore delle composizioni o la più incantevole delle melodie, ma siamo uomini sul palco e non possiamo rifiutarci di provare ad intonarlo, questo lungo destino. E penza comu la vue’ pinza’, è canzona ca la ‘ma cantà...

Sai nonna, non so se ho realizzato tutti i sogni che avevo da bambino. Molti sonnecchiano nel profondo dei mari. E quando provano ad emergere soffrono di tosse grassa. Mi conosci, mi accontento di poco, ma una piccola cosa ancora mi manca. Come un dente spezzato che lascia quel vuoto inconfondibile nel palato. E ci passi la lingua mille volte pur di autoconvincerti che non è più al suo posto. Ho girato mezza Europa e ho incontrato tante persone migliori di me. E questo spesso mi basta per continuare a sentirmi ricco, fortunato e a mio modo felice. La vita, finora, ha battuto il mio cognome e mi ha regalato più rose che spine. Quelle rose di maggio che ancora oggi profumano in questo giorno, mentre le donne dei vicoli si riuniscono per recitare il rosario, assaporando i primi tepori stagionali e volgendo le spalle con discreta maleducazione a colonne di automobili incuranti delle litanie in corso. Ho parlato spesso di te ai miei amici. Resto un inguaribile sognatore, ma ho imparato a essere più concreto e a far scivolare di tutto sulla mia pelle. Tutto scorre da queste parti. Vedi nonna, dicono che nella vita conta solo chi resta. Chi si allontana o non è stato capace di lasciare un segno, non merita spazio nelle memorie. E tu sei ancora qui, viva, in mezzo a noi. Forse stasera mi lancerai le chiavi dal balcone, chiedendomi di salire e di farti compagnia nella notte. Sposterai il tuo letto nel salone per addormentarti sicura nella luce del lampione stradale. Quel lampione presso la caserma dove resterò ad aspettarti. Wie einst, Lili Marleen! E non avrai paura fino al nuovo giorno.

Conosci le mie preghiere, non sento il bisogno di manifestarle spargendo righe ordinate di inchiostro virtuale. Riguardano tutte le persone generate da due persone che avrebbero dovuto chiamarsi Onofrio e Maria. E che per slanci di originalità incomprensibili per il loro tempo, hanno finito per chiamarsi Ubaldo e Olga. Nati nello stesso giorno, con nomi fin troppo esotici e di rottura nella terra degli ulivi e dei vari Cosimo e Damiano. Ma per fortuna il senno è tornato nei nostri genitori, e invece di chiamarci Kevin e Denise, proviamo a conservare degnamente le vostre eredità onomastiche. Ecco, nonna, ascoltami...Se proprio intendi esaudire una mia preghiera, donami un futuro fatto di bambini. Per continuare a parlargli di te. E se un giorno dovrai scegliere per me tra la morte e la mediocrità, risparmiami la seconda.


...
Olga Corrado è nata il 16 Maggio 1914. Nello stesso giorno del suo futuro marito. Ha superato due guerre mondiali e un parto extra-uterino. Gode di ottima salute nel mio cuore. Mi ha insegnato che l'uomo allegro non muore mai povero.

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domenica 15 dicembre 2013

Quattordicimilaseicentogiorni


Musica consigliata: "We might as well be strangers", Keane

"A voi che siete sposati l'Evangelo chiede di vivere il matrimonio nella fedeltà fino alla morte, per non smentire il Dio fedele che ha sancito la vostra alleanza. Nel ricordarvelo la chiesa ve lo dice piangendo e mettendosi in ginocchio davanti a voi. Non ve lo dice con arroganza, non vi presenta una verità che abbaglia o umilia, ma ve lo dice perchè l'ha detto Gesù, il suo Signore. La chiesa vi supplica: restate fedeli l'uno all'altra nell'amore che non viene meno. Se tra di voi intervenisse il divorzio, voi non raccontereste più il Signore fedele, ma un Dio che viene meno. Restate aperti alla vita, a colui che viene, anche inatteso o inaspettato. Solo l'egoismo tiene le porte chiuse. Come potete non celebrare il vostro amore creando, cantando e testimoniando la vita? Il vostro matrimonio, la vostra famiglia rappresentino la comunione e l'amore fedeli a cui ogni uomo, credente o no, anela con tutto il cuore" (Bianchi E., Da forestiero, Casale Monferrato, PIEMME, 1995)

Avreste potuto essere anche estranei in un'altra città. Avreste potuto vivere anche in mondi diversi. Avreste potuto nascere anche in un altro tempo...ma ci sono episodi, destini e congiunture straordinarie che selezionano e governano ogni unione. Non ci sono spiegazioni particolari. A noi non resta che seminare ringraziamenti nel cielo di tramontana, tra le donne e gli uomini oggi vestiti di stelle, da sempre custodi dei vostri quarant'anni di amore paziente.

Auguri mamma, auguri papà, auguri mamma e papà.
Quattordicimilaseicentogiorniinsieme.

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