venerdì 20 febbraio 2015

Crocefisso Salvatore Perrino era uno stilista


Musica consigliata: "Gaza, Radiodervish"

Il panificio San Barsanofio ha chiuso i battenti da un pezzo. Nell'ultimo periodo è stato un panificio notte e giorno, accaventiquattro, evoluzione metropolitana discutibile, ma pur sempre lievitata nella devozione. Poi si è arreso e ha lasciato la sua enorme eredità onomastica al famigerato Panificio "Gli Imperiali". Con tutto il rispetto per il mondo conosciuto, oltre all'onta riservata al caro esicasta, è stata un'operazione dal sapore della sfida, sulla quale il nostro abate ha sicuramente posato volontariamente il suo mantello, un po' come si fa con i cadaveri per strada. E' come se io aprissi un "Bar Rione Lama" in via Giuseppe Di Vagno...
Questa introduzione mi aiuta a dispensare un po' di riflessioni sull'attaccamento degli oritani al proprio patrono. Non ci sono molte tracce del suo nome nelle attività associative e commerciali (l'ultima, gloria e pace all'anima sua, è stata da poco descritta...e poi ci lamentiamo dello smarrimento delle radici cristiane, ma questo fa parte della confusione totale dell'italiano medio), i neo-genitori provano quasi vergogna ad assegnare un nome così lungo e strano ai propri figli (eppure le prime cinque lettere ricordano il football club per eccellenza), via San Barsanofio Abate è solo un sentiero (e qui è d'obbligo citare papà): "Solo nel 1981 gli amministratori si accorsero che al grande anacoreta palestinese, protettore della Diocesi e della Città, nessuno aveva mai pensato di dedicare una strada. Ma, forse, San Barsanofio avrebbe volentieri aspettato qualche altro anno! Non so quanti conoscano via San Barsanofio e questo non mi meraviglia perchè, in realtà, questa strada forse non merita neanche di chiamarsi tale". In diocesi si ignora perfino l'esistenza, al punto tale che una professoressa di inglese ebbe il coraggio di fare l'appello chiamando "Barsafoglio Cognome" un mio compagno di classe.
E da qui traggo il seguito delle mie considerazioni mattutine. Un nome come Barsanofio lo ricordi per sempre e per sempre lo assocerai al paese dove ti è stato nominato per la prima volta. Barsanofio è così originale che meriterebbe fior di richieste in un paese a reale vocazione turistica. 
Potremmo chiamare "Il Barsafoglio" un giornale locale, potremmo fare dolci a forma di mantello che proteggono cicloni di crema pasticciera (in barba alle inflazionatissime code di aragosta), potremmo creare una bacheca contenente oltre 800 lettere, potremmo regalare agli Oritani nel Mondo più meritevoli un premio come il "Nofiuccio d'oro", potremmo fregiarci, insomma, di avere un patrono proveniente dalla striscia più famosa dell'universo politico e religioso. Potremmo chiedere la sua protezione dappertutto e fare veramente di questo paese la città del Santo, il Santo Barsanofio. Ma l'oritano soffre recentemente di disturbi di cecità, basta vedere cosa rappresenta sulle bandiere natalizie. Invece di imprimere la poesia del presepe di Gallana o di immortalare mani di donna alle prese con impasto di "cartiddati", il nostro vero Natale, piazza su sfondo rosso Coca Cola dei finti alberi svedesi costruiti da cinesi e venduti in ipermercati francesi. Praticamente il trionfo del Natale commerciale ormai in declino e la morte del marketing territoriale...Non aggiungo altro, c'è poco da aggiungere.
Un ultimo omaggio voglio farlo alla statua del Santo. Mi ha sempre affascinato, fin da bambino. San Barsanofio è massiccio, potente, imponente, bello. Un vero patrono. Chi ne ha evoluto la stazza dai primi esemplari smilzi con zuccotto alla statua di pero selvatico oggi portata in processione, aveva capito benissimo l'importanza dell'overscale e dei simboli per fare di questo santo un riconosciuto padre protettore che tutto abbraccia e governa nella fede.
San Barsanofio è anziano, scarno, quasi esangue, ma allo stesso tempo in splendida forma. E poi, che meraviglia quel passaggio di colori dal bianco sporco, all'azzurro fino al nero! Crocefisso Salvatore Perrino la sapeva lunga, era uno stilista senza ombra di dubbio, esiste una contaminazione perfetta tra i tre colori freddi dominanti, il suo abito è di una eleganza straordinaria, a tal punto che su colourslovers.com trovi palette con gli stessi accostamenti. Tom Ford, al tempo direttore creativo di Gucci, scrisse che Amid Karzai, ex presidente dell'Afghanistan, era l'uomo più chic del mondo. Come dargli torto, ma se avesse visitato Oria a fine Agosto si sarebbe pronunciato probabilmente allo stesso modo per lo stile del nostro anacoreta.

Con quale buon proposito lasciarci? Mi offro per la progettazione del "Nuovo Panificio San Barsanofio", in un'operazione in stile Tornatore, fatto di lavagne nere, cestini su mensole azzurre, pavimenti e pareti color crema in un trionfo di vassoi argentati. Il mio compenso verrà devoluto per l'organizzazione di uno scambio interculturale per due bambini oritani desiderosi di giocare per le strade di Gaza con i loro coetanei palestinesi. 
Il 20 Febbraio 2015, nelle città di Parma, Verona e Palermo, si sforna nei panifici Sant'Ilario, San Zeno e Santa Rosalia. Oggi è San Barsanofio. Del suo nome sul calendario e di un presente migliore continuano a non esserci tracce.



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martedì 27 gennaio 2015

Nell'ora di educazione fisica mangiavo i cracker


Musica consigliata: The Crossing, Yann Tiersen

Io non so scrivere. Ma per te ci proverò.
Esistono ancora paesi la cui vita scorre e si completa sul bordo di una strada principale. Non una strada qualsiasi, ma una delle strade più belle di Puglia, la Strada Statale 16, una dolce ferita di asfalto protetta da cipressi, miracolosamente dritta tra ulivi secolari, carrubi e varchi di calce bianca senza cancelli che aprono percorsi sterrati verso masserie isolate. Una strada che attraversa più frazioni, regalando al passante i gioielli di Puglia, il mare alla sua destra, le colline alla sua sinistra, le piane nel suo centro (partendo da Sud, naturalmente...).
Speziale. Un nome che sa di pulizia, di aromi, di Oriente, di cucina, di vegetazione, di Marco Polo. Un nome profumato e prezioso. Nella vita ti puoi invaghire di una donna, ma anche i luoghi che l'hanno vista crescere hanno la loro importanza nel processo di avvicinamento. Si ricorda più facilmente un viso nel tramonto di masseria o nella nebbia di una periferia metropolitana? Per quanto l'amore non guardi spesso in faccia il contorno delle cose, la proiezione del contesto sul viso della propria amata moltiplica il desiderio e la sensazione di bellezza.
Le frazioni, a dispetto del loro nome, sono luoghi dove ogni cosa è unica e indivisa. La chiesa, il tabacchino, il bar, la trattoria, la fontana. Tutto preceduto da articolo determinativo singolare, quello che gli inglesi usano per le persone o per gli oggetti caratterizzati da una particolare unicità, The Sun, The Moon, The Voice, The (..). Le frazioni sono luoghi dove puoi spiare tutto, come se tutto fosse di carta, le voci non hanno barriere e le famiglie sono allargate al punto tale che tutto il borgo è famiglia. Le frazioni sono pettegole, indiscrete, chiacchierone, direte...ma sono anche esempi perfetti di vita comunitaria, di scambio di beni, di supporto reciproco. Chi vive in una frazione non dovrebbe soffrire di solitudine, qualcuno busserà sempre alla tua porta, magari a mezzogiorno con un piatto fumante confezionato in strati di carta stagnola, forse avanzato, forse preparato appositamente o forse, semplicemente, donato al vicino come gesto comandato dalle buone regole della prossimità. Speziale sembra non avere nulla, ma ogni volta che attraverso questo luogo nulla sembra mancare per lo scorrere regolare di una esistenza felice, positiva e dignitosa. Ha i suoi punti di riferimento così definiti che un paese di medie dimensioni potrebbe sembrare quasi una giungla. Speziale ha tre strade e tante prospettive. Speziale è casa mia, è casa di tutti.
Ho molte cose da dirti in questo giorno. Sento ancora dentro di me quel battito pulsare al varco delle tue colonne, nel tramonto di Agosto, accolto da un concerto di cani in festa e da uomini anziani seduti silenziosamente nell'attesa della sera. Anziani di antica cortesia, quella che come direbbe Guccini ti un piacere assurdo, che si alzano stancamente dalle sedie per venirti incontro a passo lento e stringerti la mano. Ed è in questi gesti che tutto ha avuto inizio, e mentre guardavo gli angoli di passato impolverati nella storia di Zacchieri, vedevo muoversi la tua splendida giovinezza, con sorrisi a distanza e segnali di fumo, quasi a volermi dire di non dare troppa retta alle generazioni over.
In questi mesi molte cose mi sono entrate sottopelle. I tuoi tre nomi, le tue conversazioni notturne, la tua autorità, le tue pause, le tue rinascite. La tua guida sicura, la tua determinazione, la tua profonda conoscenza di molte vicende umane. Credo di aver svegliato qualcuno dentro di me, da quando ti conosco. E di averlo lavato, centrifugato e steso per bene al sole degli ultimi lembi della provincia di Brindisi.
Perchè mi piacciono le donne come te, concentrati di mistero da scovare in angoli sperduti, siano essi bettole o paradisi terrestri, da rincorrere su scale anguste ricavate in volte a botte cinquecentesche. Mi piacciono le tue distese infinite dove rabbia e dolcezza convivono come se nulla, nella loro atroce differenza, fosse. Mi piace come chiudi le tue giornate, affilando le lame estratte durante il giorno e accompagnando al riposo uno spirito mai domo. Mi piace la tua pace, infine, e il tuo lungo sognare.
Oggi è il tuo compleanno. Il nostro primo compleanno. Dicono che un regalo di compleanno possa essere fatto di gemme e gioielli preziosi, ma è troppo semplice comprare qualcosa scolpita da altri. Volevo modellare per te la pasta del mio meglio. Io non so scrivere, lo so, ma per te ci ho provato. Abbi cura dei tuoi sogni e della tua bellezza. Auguri, bacio bacio...

Dedicato a Giovanna Rubino Amati, donna di Speziale.

"Quando l'amore vi chiama, seguitelo, anche se ha le vie ripide e dure...L'uomo muta nelle esigenze, ma non nell'amore" (da "Il Profeta" di K.Gibran)

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sabato 13 dicembre 2014

Si vendesi zona velenata a quartoddici euro (E' nato Antonio)


7 Dicembre 2014

Musica consigliata: "Ninnananna per Andrea, Paolo Fresu"

La madre di Fernando Pessoa chiamò il figlio Fernando perchè era devota di Sant'Antonio di Padova. Sant'Antonio, santo portoghese, al secolo si chiamava Fernando. Pessoa nacque il 13 Giugno, un giorno a caso. Antonio di Padova, detto anche António de Lisboa è stato un santo europeo, il suo culto è uno dei più diffusi nella storia della cristianità. (Giglio giocondo, nominato in tutto il mondo, chi lo chiede per suo avvocato, da Sant'Antonio sarà aiutato). Sant'Antonio c'è sempre. Bravo, dotto, giovane, viaggiatore. Motore del francescanesimo e grande cultore della virtù della pazienza. Anche Antonio Abate fu rottamato dal santo padovano e resiste per miracolo in qualche fuoco arso nel freddo di Gennaio.
Cammino per bancarelle nel centro di Sassari. Una città inaspettata, per architettura e vivacità. La prima università e il primo quotidiano sardo appartengono a Sassari. La città dell'innovazione e delle prospettive di futuro isolane, la città di Berlinguer. Dove esiste fermento culturale, si spediscono nomi importanti ai piani alti e magari qualcuno finisce anche per fare del bene.
Cerco una raccolta di ninnenanne, locali, del mondo, commerciali, non importa quali. In ogni ninnananna si assopisce la nostra corsa alla ricchezza e alla celebrità, mentre un bambino dorme al suono di un carillon capiamo l'importanza del riposo, della fantasia, del gioco, dell'essere amati e coccolati in un mondo protetto. Le ninnenanne addormentano gli insensibili, fanno decollare i sognatori. Per alcuni uomini sono pozzi nei quali cadere volontariamente, per tornare in quelle caverne protette della nostra infanzia dove tutto il bene era ancora possibile e dove assaporavamo i suoni del silenzio e le voci basse di chi conversava con l'attenzione a non svegliarci. Ognuno di noi è diventato qualcuno sulla base della sua capacità di registrare la dolcezza e l'interesse di quelle conversazioni.
Non è un caso se attendo la tua nascita nel Teatro Verdi di Sassari e se Paolo Fresu chiude il suo concerto con una ninnananna per Andrea e con un inno alla vita. A volte le vere rivoluzioni le fanno i figli che nascono e una culla ispira più dell'Arena di Verona stracolma di gente venuta ad ascoltarti.
A Sassari piove, mentre cammino impavido in queste raffiche di maestrale, penso a quale albero regalarti. Al carrubo di Pasquale affiancherò probabilmente la vallonea di Antonio, e sarete fratelli di foglia, pronti a sfidare le calure estive e a farvi compagnia quando scoprirete quanta malinconica desolazione sprigiona un campo in inverno. Sei nato in una notte di pettole e di baccalà, sarai l'uomo della vigilia, l'attesa trepidante della festa come stato permanente di felicità.

Antonio abbi cura di te. Impara a viaggiare. Impara a parlare, anche quando l'orgoglio te lo proibirà. Una signora, pochi giorni fa, ha portato un ottimo esempio di educazione nel forum regionale giovani dell'AVIS. Il padre non le chiese mai di stare in casa, di non uscire, non le impose barriere di sorta, nonostante gli anni della sua adolescenza fossero molto meno aperti e liberi di quelli che vivrai tu. Le disse solamente questo: "Sei libera di fare ciò che vuoi, ma non farmi mai vergognare di essere tuo padre". Era la forma di responsabilizzazione più grande. Toccava a lei interrogarsi in ogni azione su cosa potesse portare il padre alla vergogna. Toccava a lei gestire, regolare, equilibrare la sua libertà. L'educazione rigida porta spesso alle sfide e al contrasto. La fiducia è l'unico strumento utile per crescere serenamente nel rispetto delle regole. E noi avremo fiducia in te.
Antonio non so che paese ti lasceranno. Io non ho mai creduto nella regressione, eppure mi rendo conto che un tempo Parco Montalbano aveva un laghetto dove i giovani andavano a fotografarsi, lasciando ai posteri nostalgici paleoselfie. E oggi, nel paradosso dei paradossi, quel laghetto con ponticello romantico è ancora in balia di un programma elettorale che reciterà per l'ennesima volta "Completamento dei lavori di parco Montalbano". Non avranno neanche la dignità di evitare di scrivere per l'ennesima volta l'ennesima presa per i fondelli. Io non ho mai creduto che si stava meglio quando si stava peggio. Queste frasi lasciale sempre al chiacchericcio dei supermercati e alle persone vittime di se stesse. Io so che quando avrai bisogno di ossigeno, basterà bussare ai camerieri di Borgo Ducale per chiedere cinque minuti di meditazione dalla Torre del Salto. E da lì vedrai che bel paese è il tuo, quanta grazia in quelle case che salgono armoniosamente verso l'osservatore e che vivono le stagioni arroccate in difesa l'una dell'altra. Oppure ti basterà un giro solitario in Piazza Duomo nella luce serale di maggio per ringraziare il cielo, tra voli di rondini in festa, di essere cittadino leccese e di aver avuto il privilegio di godere quotidianamente di tanta bellezza.
Antonio vivi sempre con gioia, non guardare lo zio quando il suo umore cala inesorabilmente e perde attimi preziosissimi di sorriso. E segui una regola che mi ha sempre portato bene, quddu ca ti noia è bbuenu cu faci. Dietro ogni montagna, finta o vera che sia, si aprono vedute straordinarie sul mondo migliore possibile a noi riservato.

Cosa desidero per te? Desidero una profonda pace dell'anima in uno spirito guerriero. Desidero che tu possa imparare la legge del perdono, quella che ti aiuta a camminare sulle funi sospese del mondo. Quella che ti fa superare le offese senza restituirle al mittente. Perchè con il tempo ho capito che l'unica medicina realmente efficace è la vendita per pochi spiccioli di alcune nostre terre avvelenate. Quelle che non avvicinano nessuno, ma che in realtà non sono neanche realmente contaminate. Quelle costruzioni assurde della nostra personalità che ci portano a pensare che possiamo allontanare il male con un timido cartello grammaticamente balordo. Il male si espelle, senza compromessi, si espelle e basta. Inutile barare. Il male si espelle con il perdono. Il male interiore dovrebbe seguire le logiche del vento, che nasce, pasce e muore. Troppa gente in questa contemporaneità si è abituata a farlo pascere e invece di spurgarlo nei tre giorni consentiti, lo conserva inspiegabilmente per anni nei meandri ammuffiti del proprio io. Quando imparerai a vendere le tue zone avvelenate per pochi spiccioli, allora sarai un uomo in grado di viaggiare felice. E' la mancanza di leggerezza che devasta ogni cosa. Facile a dirsi, lo so, ma le zavorre sono quasi sempre i pensieri tossici dai quali non riusciamo a liberarci o le decisioni che non riusciamo a prendere.

Ti auguro di dormire almeno una notte della tua vita a O Cebreiro e di non diventare mai famoso al punto tale da essere invitato all'arena di Giletti. Ti auguro di usare tutta l'educazione necessaria per stare al mondo e di conservare sempre l'indipendenza intellettuale necessaria per uscirne, da quel mondo. Impara a governare le cose, ricordando che si governano i popoli, ma anche le galline. 

Oggi nasce Antonio in casa Spina. Prego Antonio, il santo delle cose smarrite, affinchè ti aiuti a ritrovarti sempre.

"Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero" (Antoine de Saint-Exupery)

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domenica 2 novembre 2014

Un bel posto dove trascorrere la morte

 
Musica consigliata: "Ballo in FA diesis minore, Angelo Branduardi

L'ETERNO RIPOSO 1 - Nel 1916 Sigurd Lewerentz, architetto svedese, vinceva il concorso per la definizione del cimitero di Malmö, con il progetto contraddistinto dal motto “Crinale”. Il progetto prevedeva il mantenimento dell’originaria situazione orografica e l’uso del profilo collinare come linea dividente le diverse zone destinate alle sepolture. Alla base del colle l’ingresso principale aperto ad inquadrare la cappella posta alla sommità del crinale, intesa come fondale prospettico del percorso d’accesso, come centro geometrico e religioso del cimitero. Tutto ciò veniva pensato in un contesto di fitti boschi attraversati da ruscelli, cascate e specchi d’acqua, ponendo chiaramente l’accento, in tal modo, sull’interpretazione della morte in seno alla natura. Questo cimitero d’autore, date le evidenti analogie morfologiche dei siti, può aiutare sicuramente, a distanza di un quasi un secolo,  una riflessione sull’ampliamento del cimitero di Oria, un progetto senz’anima che ha contribuito all’ennesima devastazione di un colle e alla creazione di un’area dalle caratteristiche più lugubri che mistiche. Il “nuovo”cimitero è, innanzitutto, uno spazio senza simboli. Un cimitero dovrebbe ricondurre all’indissolubile legame tra l’uomo e la natura, dovrebbe fornire occasioni di intimità e di raccoglimento, dovrebbe offrire un’atmosfera di dolce malinconia. La natura, in altre parole, dovrebbe essere protagonista, i percorsi studiati, gli edifici quasi nascosti. Se l’uomo torna alla terra ogni cimitero dovrebbe, in teoria, essere pervaso del profumo della terra e le tombe dovrebbero “soffrire” gli inverni, coprirsi di foglie autunnali e rinascere tra i primi germogli e tepori primaverili. Il nostro cimitero, invece, puzza di asfalti e si è abbuffato di tufo e cemento cancellando ogni traccia verde che caratterizzava quel luogo. Non è un problema di malinconie tardo settecentesche o di invidia per le croci bianche sui prati verdi degli anglosassoni; ignorare la presenza del verde o pretendere che la progettazione paesaggistica abbia un ruolo secondario e possa risolversi con semplici interventi successivi, è un problema culturale e di civiltà. Mentre altrove si studiano “passeggiate della memoria”, “colline delle rimembranze” e specchi d’acqua per purificazioni simboliche prima dell’omaggio ai propri defunti, noi abbiamo innalzato edifici degni delle peggiori periferie, soffocati e soffocanti, terribilmente diversi quasi a voler ingaggiare una sorta di guerra di potere anche nel regno dell’uguaglianza totale. Il problema, ripeto, è il nostro approccio nei confronti del cimitero, non un parco da vivere, una protesi felice e silenziosa della città che corre, ma un luogo tetro e distante, un recinto nel quale soggiornarci per non più di qualche minuto. Se a tutto ciò sommiamo la devastazione dei colli vicini, le strade adiacenti che invece di aprire splendidi panorami ci chiudono in spogli labirinti calcarenitici e parcheggi ridicoli senza organizzazione e segnaletica, la percezione dello scempio diviene ancora più accentuata. L’ampliamento del cimitero è privo, inoltre, di ordine, di qualità e di servizi essenziali. Non si possono, in un’epoca in cui la pianificazione è considerato l’unico strumento per assicurare una migliore qualità della vita, introdurre una fontanella qua ed un lampioncino là, tornare dopo mesi e pavimentare un pezzo, dimenticare la progettazione dei chioschi per i fiori o ignorare lo studio dei traffici e le distanze di gruppi di cappelle da “aree” di servizio con acqua, cestini e quant’altro. Questo cimitero, nella sua assenza di stile e di identità, diviene oggetto di scherno da parte di aspiranti graffitari o di giovani desiderosi di comunicare. Se si imbrattano le mura perimetrali, non si tratta di semplice vandalismo, ma di una netta presa di distanza nei confronti dell’antiesteticità del progetto. Il brutto, si sa, richiama il brutto e chiunque si sente in diritto di personalizzare a suo modo vergognose pareti, nonostante facciano da contorno ad un’area, nonostante tutto, sacra. La sfida per le amministrazioni future sarà quella di riqualificare e di salvare il salvabile, di restituire alla natura il suo ruolo, reale e simbolico, da sempre assunto nei complessi cimiteriali. La riforestazione, il ritorno dei cipressi e delle piante aromatiche della macchia mediterranea, la presenza di nuovi colori e di acque simboliche, la creazione di un vero paesaggio, potranno restituire almeno parzialmente un’identità allo scempio. E se un giorno la città potrà nuovamente contare su politici illuminati, suggerisco di investire tempo e risorse per le nostre città dei morti e di osare, anche con scelte impopolari, progetti che restituiscano vitalità a queste aree inerti come i marmi che le popolano. Per adesso invito chiunque ad osservare il “nuovo” cimitero ed immaginarlo, solo per qualche istante, come il “Crinale” di Lewerentz: molti di noi, molto probabilmente, riconoscerebbero che con questo ennesimo colle abbandonato al suo destino, la nostra città ha dimostrato non solo il suo affanno nel proiettarsi felicemente verso il futuro, ma la sua incapacità di dare perfino dignità alla sua memoria.

L'ETERNO RIPOSO 2 - A distanza di qualche anno, ospito sul mio blog questo articolo che ha suscitato al tempo della sua pubblicazione diverse riflessioni e molti contatti di persone e professionisti più o meno in accordo con i miei pensieri. A distanza di qualche anno non è cambiato molto, la lottizzazione procede selvaggia e riguarderà probabilmente anche la famosa unificazione delle due necropoli berlinesi, la Ovest monumentale dei nostri nonni e la Est palazzinara dei loro nipoti. La chiesa in questi anni non ha battuto ciglio, nessuno in diocesi si è preoccupato della cementificazione della morte e per la morte. Mi piacerebbe conoscere il parere del vescovo di turno e le ispirazioni dei geometri che si sono spartiti gli appezzamenti di quello che avrebbe potuto essere un bel posto dove trascorrere la morte. Ho viaggiato tanto in Europa e ho sperato tanto che un po' di lapidi sparse su prati irlandesi, sempre aperti al passante occasionale, potessero scatenare un sentimento di profonda invidia. Chi di speranza vive, di speranza muore. Ed è proprio il caso di dirlo. Mi viene in soccorso la musica di Stan Getz. Immagino foglie di quercia posarsi su tombe sferzate dal vento e croci distanziate con regolarità che si stagliano come unico vero simbolo di una secca poltiglia un tempo chiamato uomo. Immagino famiglie calpestare generazioni passate, senza dover sbirciare dalle grate di lugubri case concepite solo per produrre una eco lacerante. Immagino bambini interrogarsi sulle date di una giovane vita spezzata o fantasticare sulle lunghe stagioni di chi è andato ben oltre le aspettative di vita di questa parte di mondo. Immagino donne posare i loro fiori e canticchiare con la serenità della rassegnazione le strofe di Autumn Leaves: "Dal momento che te ne sei andato i giorni si allungano/E presto ascolterò una vecchia canzone d'inverno/Ma mi manchi più di tutto, tesoro mio/Quando le foglie d'autunno cominciano a cadere".

"C'è una poesia di Novomeský dedicata a un cimitero slovacco. In molti villaggi fra le montagne, i cimiteri non hanno recinto o ne hanno uno che quasi non si nota, sono aperti e si allargano nell'erba del prato, corrono lungo la strada come a Matiašovce, verso il confine polacco, o si trovano all'inizio del villaggio, come un giardino davanti alla porta di casa. Questa familiarità epica con la morte - che si trovava ad esempio nelle tombe musulmane in Bosnia, tranquillamente collocate nell'orto di casa, e che il nostro mondo tende invece sempre più nevroticamente a rimuovere - ha la misura della giustizia, è il senso del rapporto fra l'individuo e le generazioni, la terra, la natura, gli elementi che la compongono e la legge che presiede al loro combinarsi e disgregarsi" (Danubio, C.Magris)

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mercoledì 1 ottobre 2014

"...perchè chi non sa ha già perso la partita..."



Musica consigliata: "Coming up for air, Philip Selway"

Ho sempre guardato con attenzione una cornice in argento, immobile e sonnolenta su di una consolle verticale del salotto. Non è la solita cornice in argento, elaborata al limite del kitsch, da digerire come pillola amara dopo i saluti di una cerimionia di battesimo, di comunione o di matrimonio. E' una cornice molto squadrata, semplice, nata per trasmettere un messaggio lievemente inciso nel metallo: "Un giorno da ricordare". In quella foto corro ad abbracciare mio fratello, come avrò fatto mille volte da bambino, ma quel giorno così ordinario è divenuto straordinario per il semplice fatto di aver vinto una selezione interna, collocandosi in quello spazio espositivo d'onore dal quale nessuno ha più avuto il coraggio di rimuoverlo negli anni. Alle spalle della scena, la fine di uno scivolo, quasi a voler metaforicamente ricordare ai futuri uomini che nella vita non sarebbe stato poi tutto in salita, come magari qualcuno avrebbe voluto farti credere.
Sono reduce da un'altra giornata da ricordare. Non per la stretta di mano di un presidente regionale che ti chiama per nome, ma perchè venerdì 19 settembre penso di aver chiuso un percorso di vita, fatto di esperienze che potrò raccontare ai miei figli con ricchezza di dettagli e autentica soddisfazione. Ho sempre sperato di poter vivere un periodo della mia esistenza in cui le mie azioni fossero condivise e indirizzate da un movimento. Un movimento di rinascita artistica, culturale, sociale. Un po' come ricordiamo la secessione viennese di Hoffmann, il Bauhaus di Gropius, lo slancio architettonico della Parigi di Mitterand, la riqualificazione di Barcellona con i fondi dei cinque cerchi, il risveglio di Bilbao nel titanio del Guggenheim, la proiezione futuristica di Bristol nelle atmosfere del Trip hop, la Praga di Jan Palach, i picchi artistici nella Arles di Van Gogh e Gauguin. Sono arrivato a 35 anni con sogni di questo tipo, mi sarei accontentato di un percorso locale, di portata ridotta, ma almeno sincero, pulito, genuino, innovativo, deciso, concreto. Passavano gli anni e non riuscivo a sentire il profumo di un contesto che torna a crescere, a caratterizzarsi, a darsi un'identità tale da essere ricordato nel tempo per qualcosa. Sarà stato per il nostro egocentrismo, per l'incapacità di condividere i sogni e di far svegliare nella gioia della realizzazione un gruppo di uomini che, con perseveranza, sono stati più forti dell'incapacità collettiva di prendersi per mano verso un obiettivo comune. Ma venerdì 19, in quella stretta di mano, ho sentito un fremito leggero attraversarmi la pelle. Era la meglio gioventù pugliese che si è raccolta in questi anni nei sogni di un presidente e ha cambiato questa regione a velocità incontrollata. Sono fortunato ad aver fatto parte di Principi Attivi, dei Laboratori dal Basso, delle N.I.D.I, di Start Cup Puglia, di tutta questa mole di onde in cui bisognava tuffarsi per rimettere in moto una consapevolezza. Forse non abbiamo prodotto opere del calibro del "Caffè con terrazza di notte" e non saremo ricordati per gli impulsi spazio-temporali generati da Teardrop dei Massive Attack. Ma abbiamo fatto parte di un circuito senza precedenti, un circuito orgogliamente europeo e meridionale, e lo abbiamo alimentato con grande entusiasmo, portando il nome della Puglia nel mondo.
Vendola è un politico, con i suoi pregi e i suoi difetti. La mia famiglia ha subito le conseguenze di alcune sue politiche in materia di Sanità, ma non soffriamo di vittimismo per fortuna. Nessuno può negare a quest'uomo che la sua "s" sibilante abbia dato un indirizzo chiaro e deciso alla Puglia che vorremmo e che per certi versi iniziamo ad avere. Perchè un buon politico non deve essere un idraulico chiamato a riparare una conduttura, ma colui che ha la responsabilità di scegliere quale acqua far passare in quella conduttura per alimentare degnamente l'oggi e il domani di milioni di persone. Un buon politico sale sui monti per vedere più in là e si carica di tutte le responsabilità per scegliere la sorgente migliore. Sta al popolo raccogliere quelle acque buone e irrigare filari di futuro, sperando siano equamente ripartiti.
Riporto le parole del presidente, chi vuole apprezzarne il contenuto è libero di farlo: "...bisogna costruire in Puglia un ambiente sociale che ci aiuti a capire quanto è importante che i bambini imparino le cose fondamentali della tecnica e della scienza, che ci sia un'alfabetizzazione tecnologica...perchè chi sa può farcela, chi non sa ha già perso la partita...". Per cambiare lo stato delle cose, basterebbe mescolare un estratto di queste parole nella razione di latte di ogni studente, al mattino, prima di ogni azione che necessita una scelta senza compromessi tra l'impegno e la pigrizia, tra la voglia di conoscenza e la completa beata rassegnazione all'ignoranza. Se l'abbandono scolastico non è una piaga, se la laurea non vale niente, se l'occupazione non piove dall'alto in autunno, se il lavoro tocca sempre agli altri crearlo, con quali mezzi tamponeremo lo scorrere dei rotoli del mondo, quali strumenti adotteremo per barricarci contro i fallimenti nel periodo migliore della nostra vita? A tutto ciò, infine, aggiungo l'insegnamento del padre di uno dei ragazzi premiati: "...se vuoi lavorare, America e lì, America è qua". In dialetto barese ha una presa notevolmente superiore, ma non so trascrivere questo pensiero in barese e lascio immaginare ai miei lettori l'efficacia del contributo linguistico nel trasferimento del messaggio.
Rientrando a casa dopo l'esperienza alla Fiera del Levante ho ascoltato Stereonotte, programma radiofonico condotto da Enrico Silvestrin. Philip Selvay ha pubblicato un pezzo infinito dal titolo "Coming Up for Air". Ho attraversato mezza Puglia bagnato da questi suoni nella testa, controllando i miei slalom stradali tra teneri ostacoli di palle animate con aculei e vibrazioni uniche derivanti dall'essere vivo in questo tempo, in questa regione, in questo percorso che ho deciso di sposare. "Coming up for air" ha il marchio di garanzia derivante dall'essere un frutto generato dalle infinite risorse e ramificazioni dei Radiohead. Ma è un pezzo di rara estensione, fisica e non, verso una sublime ascesa verso l'aria, l'ossigeno, la libertà. These are the days. Autumn days.

Re-Play ha vinto la Menzione Speciale "Social Innovation" nella Start Cup Puglia 2014. E' un progetto basato sullo sviluppo di eco-giocattoli realizzati con plastiche da riciclo derivanti da pannolini post-consumo. A cura dei ricercatori del CETMA: Alessandro Balsamo, Riccardo Gennaro, Alessandro Marseglia, Giuseppe Modeo, Alessandra Passaro, Luca Rizzi, Ubaldo Spina.

...

"...con l'entusiasmo spesso troppo facile del poeta d'avanguardia, egli canta la libertà di questa nuova generazione, ma quell'assenza di memoria e di consapevolezza del conflitto morale fa assomigliare quei figli a una folla al di qua del bene e del male, amorfa e incolore, senza peccato e senza felicità, innocente e vacua". (Claudio Magris a proposito del poeta Vasko Popa)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto di FRANCESCA CAFARELLA

venerdì 29 agosto 2014

Con la musica in un grazie!


"Con la Musica Nel Sangue!" è un evento di musica solidale nato nel 2008 da un'idea di Vincenzo Arpa, Mina Dell'Aquila, Salvatore Schirinzi e di chi scrive (in ordfine alfabetico, come sempre), sostenuto fin dal primo momento dal presidente dell'AVIS Comunale Oria Giancarlo Mingolla. Nel corso degli anni abbiamo portato questo progetto in Piazza Municipio, Piazza Cattedrale, in Teatro e sulla scalinata di via Pasquale Astore. Dopo sette edizioni, sento il dovere di analizzare ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, cercando di conservare il ritmo e scrivere una serie di ringraziamenti con un tempo terzinato.

L'edizione 2014 si è presentata, innanzitutto, con un logo. Forse è arrivato troppo tardi, ma ora c'è e lo valorizzeremo nel tempo. L'AVIS, su proposta degli amici di Laboratoria, ha aperto il format a nuove forme di aggregazione associativa per moltiplicare i messaggi di solidarietà, senza rendere esclusivi quelli statutari relativi alla promozione della cultura della donazione del sangue. Già, cultura della donazione, perchè donare è un dovere di chi è in buono stato di salute e trasferire una cultura solidale è alla base di una società che dice di chiamarsi civile. Nasce così un concerto pro Fondazione ANT. Perchè viviamo da anni una guerra, probabilmente solo perchè le bombe non piovono dal cielo non siamo ancora dietro le barricate. Oltre 200 famiglie assistite da ANT in Oria dal 1998 in poi, oltre 1000 decessi all'anno in provincia di Brindisi per tumori solidi e leucemie. Cosa aspettiamo? A chi spetta promuovere una campagna di prevenzione oncologica? Vogliamo anticipare per tempo l'insorgere della bestia ed evitare un vuoto perenne a decine di famiglie? Non sarà un concerto a salvare le sorti della nostra salute. Se molti dei miei concittadini fossero più intelligenti, invece di smaltire rifiuti illegalmente e invece di rendere via Mario Pagano un concentrato di polveri sottili, forse potremmo farcela anche senza musica. Ma si sa, la nostra contemporaneità ha bisogno di eccessi, vita e morte vogliono andare di pari passo, consumare senza freni e inquinare sono sempre l'anticamera della sofferenza. Ditelo ad un ragazzo che corre su è giù dal mare in SUV, per poi raggiungere di sera sagre e concerti, abbuffarsi di carni rosse e di grassi saturi, respirare particolato e ungersi di ultravioletti. Diteglielo, per favore.

Abbiamo rinnovato la grafica dei manifesti e marchiato anche quelli dei gruppi in tour. Le magliette incrementano il senso di appartenenza, di chi organizza e di chi partecipa. In questo caso anche di chi contribuisce alla causa. Abbiamo rinunciato ai posti riservati, quei posti imposti da persone che vivono ancora antichi retaggi di sudditanza nei confronti di autorità assenti o disinteressate. Il concerto AVIS è stato aperto nuovamente  a tutti, alla meritocrazia del "chi primo arriva...", alla libertà di scegliere la prima fila o l'ultima gradinata. Perchè lasciare un posto di pregio a chi arriverà in ritardo per un saluto e andrà via poco dopo, che gioco è? E perchè nessuno di questi signori che chiede l'adesivo "Riservato" si è mai interessato a riservare un posto ai bambini, che forse più degli altri potrebbero essere danneggiati dall'occupare le ultime file. Siamo vecchi, dentro e fuori. Legati ad un mondo di logiche malsane e contorte. E non abbiamo voglia di futuro.

Un grazie speciale al presidente Giancarlo Mingolla per aver diretto e sostenuto gli sforzi organizzativi da una camera di degenza, colmando diverse lacune e inviandoci mani e soluzioni preziose grazie alla rete di relazioni costituita dai nostri 400 soci. Grazie ad Alessio Carbone per aver partorito il nuovo format, per aver indirizzato l'evento in un camerino rivestendolo a nuovo e per la freschezza delle idee sperimentate sul palco di questa edizione. Grazie e Luigi Cappelli, Simona Erario, Francesco De Gaetani e Vincenzo Cozzetto per la squisita dedizione, in qualsiasi ruolo siano stati chiamati a collaborare. Grazie a Barsanofio e Giovanni per la fornitura di scope e palette ad un gruppo di giovani netturbini improvvisati. Nessuna nota polemica nei confronti dei nostri amministratori, ma esistono eventi di serie B se la mattina dopo l'esibizione di Carla Fracci la piazza era una discarica e nessuno si è curato di renderla dignitosamente accogliente per il pubblico AVIS. Se in tutto ciò vogliamo anche includere il rispetto per il luogo sacro, forse non toccava a noi raccogliere decine di guide di Artemisia solcate dalle suole in gomma o le bottiglie degli invitati al banchetto. Sono questi episodi ad evidenziare lo stato delle cose e quanto disorganica sia l'azione di chi dovrebbe rendere ogni spazio un meraviglioso salotto all'aperto. Il decoro urbano è alla base di ogni politica turistica. Grazie a Pierdamiano Mazza per il supporto e per i richiami alla conservazione di equilibri formali sempre necessari. Grazie ai ragazzi di Where To, in particolare Nadia Spinosa e Dominic McCarthy, che hanno iniettato internazionalità all'evento; Yue Li, la cinesina, non pronuncerà mai più in vita sua qualcosa di più difficile di un cognome come Di Domenicantonio. Un grazie all'assessore Claudio Zanzarelli per aver accolto l'evento nell'estate oritana e per aver gestito il problema sedie con grande disponibilità, aprendo le porte della Biblioteca Comunale e impegnandosi personalmente nel carico/scarico delle stesse sotto il sole di un pomeriggio agostano. Eh già, perchè al mattino la stessa piazza sudicia era anche sprovvista di sedie, ma questa è un'altra storia, storia di service che con sporca maestria creano disservizi, senza neanche preoccuparsi di fare una chiamata e trovare soluzioni condivise per il bene nostro, loro e degli eventi che verranno. Grazie alla famiglia Andriani, Antonella, Martina e Agnese, per l'impegno annuale a sponsorizzare i premi di un concorso che piace e che, di anno in anno, lascia emergere potenzialità creative inimmaginabili. Grazie a DA Service. Grazie ai dirigenti scolastici. Grazie alla stampa che ci ha ignorato, se avessero pubblicato qualcosa avremmo avuto molto meno seguito. Grazie a Daniela Ariano per avermi fatto scoprire "I Maltesi". Grazie a "I Maltesi" e ai "Bundamove" per la professionalità delle loro esibizioni, per aver fatto cantare la cavea i primi e per aver fatto ballare la piazza i secondi. Non c'è stato alcun bisogno di gendarmi con i pennacchi e con le armi e forse non sono state rubate neanche auto, e la cosa sinceramente mi rincuora. Grazie al cielo per averci risparmiato quattro gocce sadiche.

Grazie a Giovanna, infine, per questa splendida estate.

Non era facile essere all'altezza nella settimana dove si sono concentrati gli eventi principali dell'estate oritana, per contenuti artistici, aspettative e fondi messi in campo. Artemisia, Labemolle, Gran galà della Cultura, Corradino. Abbiamo fatto del nostro meglio, con semplicità. CMNS non diventerà il Glastonbury Festival, "La Notte della Taranta", il Locus Festival, ma potrà dire la sua e dovrà in qualche modo specializzarsi, rafforzare la sua identità e sostenibilità ambientale, valorizzare maggiormente le peculiarità locali e tenere a distanza ogni tentazione di business. Un mondo migliore si crea senza chiamate alle armi, ma con l'esempio delle persone per bene. E una persona per bene, lo dico sempre, è colei che sa stare al mondo. Per quanto voi vi crediate assolti, sarete sempre coinvolti...

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"Se cambia la musica, cambieranno anche le istituzioni più importanti" (Platone)

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giovedì 7 agosto 2014

Devi lottare per il tuo diritto di festeggiare (Venne il tempo)




Musica consigliata: (You gotta) fight for your right (to party), Coldplay cover (Live May 4, 2012)

Venne il tempo in cui suggerivo vivamente ai miei lettori di accompagnare questa lettura con una cover interessante di un brano dei Beastie Boys. Prima di scorrere le righe che seguono, è bene quindi assentarsi temporaneamente su YouTube e avviare la musica di sottofondo. Si può festeggiare mentre Gaza viene bombardata? Mentre i miei conterranei muoiono in ospedali oncologici? Mentre barconi di corpi ammassati provano a raggiungere una riva siciliana? Mentre il parlamento continua a temporeggiare su ogni timida prova di cambiamento? Mentre si buttano batterie usate nei filari di ortaggi? Mentre, mentre, mentre...No. Non festeggio. O almeno provo a essere solidale con tutti coloro che non avranno mai occasione per farlo e che, chissà, forse ai trentacinque non ci arriveranno neanche. Il mio minuto di silenzio è tutto in questa introduzione globale, mentre provo a sciogliermi e a prendere meno sul serio le catastrofi di questa contemporaneità. Quello che sento di dire, in questo giorno, è che bisogna lottare ogni giorno per il proprio diritto di festeggiare. E cos'è una giornata di festa? Se non un concentrato di attenzioni e di sorrisi o una domenica di sole con potente scampanio nell'aria? Un giorno in cui tutto il mondo sembra prendersi per mano e rallentare, o meglio ancora arrestare una corsa folle verso un futuro sempre più obeso e avvelenato. Un giorno in cui la gente smette di pensare che oltre il nulla c'è solo il niente e che la Fanta sia un'aranciata. La festa è un amico che ti chiama e che ti ribadisce che tu, nonostante tutto, stai bene, sei imbattibile in benessere. La festa è una voglia d'Europa ancora intatta. La festa, per me, è posare la testa sulle cosce della propria amata e sentire una mano accarezzarti il capo mentre scorre una conversazione intima. La festa è un istante di dolcezza. Il resto è solo aria fritta in olio di semi scaduto. E per il suo smaltimento mi batterò, sempre.

Venne il tempo in cui ero ancora capace di sentire il suono del Mediterraneo, nonostante lo schiamazzo dei lidi concesso in una logica molto singolare basata sull'annientamento della quiete del mare. Non sono stanco di vedere scorrere le lacrime, ma mi piacerebbe frequentare un corso contemporaneo per individuare l'esatta collocazione della sorgente che improvvisamente sgorga in mia presenza. A volte mi chiedo se sono rifugio per gli afflitti, ma riconosco che sentire una guancia bagnata sfiorare il mio collo provoca in me una sensazione di profonda pace e rende giustizia alla mia presenza nel mondo. Venne il tempo in cui andavi via, troppo presto, troppo tardi. Sei stata la prima donna a chiederemi di portarti con me, in quel francese limpido che solo due labbra con taglio morbido centrale sono in grado di generare. Portami con te a Bruxelles, in Europa, andiamoci insieme, lasciamo tutto! E mentre provavo a organizzare la lunga trasferta, eri già sulle colline marchigiane a inventare un nuovo presente, mentre io mi perdevo nel ricordo della tua passionalità e ci restavo beato nell'assenza più lunga di certezze che la vita mi abbia mai regalato. Venne il tempo dei baci nei parcheggi e dello srotolamento dei corpi su sabbie adriatiche, il giorno prima della presa della Bastiglia o della presa della Freccia Bianca, fate voi. Venne il tempo in cui la mia vita era ormai fuori controllo, spegnendo i principi di ogni monotonia e regalandomi incendi devastanti nella mia recente storia da adulto. Ho sempre odiato il fuoco, quelle fiamme che bruciano d'estate ettari di boschi e lasciano scheletri vegetali per la gioia dei piromani e dei costruttori abusivi, giusto qualche ramo eroico per dare riposo al corvo di turno. Ed è così che mi sentivo, in quel tempo.

Venne il tempo della confusione. Quando una donna che ti ama dice di essere confusa, o meglio quando una donna che dice di amarti è confusa, sia l'amore che la confusione sono ami gettati in un mare dove altri pesci nuotano e attendono di abboccare. Se questo concetto sull'amore è confuso, ritiro tutto oppure lo lascio in frigorifero per le sole persone intelligenti. Venne il tempo dell'oroscopo dell'Internazionale e di un attore che impersonava Peppino Impastato. Dal basso del suo palco di provincia provò a ferirmi gli occhi dicendo..."Peppino, non potrai mai vivere una vita con una persona di nome Anna! Anna è acronimo di Amore Non Ne Avremo, il fallimento della tua relazione eterna è nel suo nome". E' una cosa talmente stupida che provo a inventare una frase con sei lettere che iniziano per U, ma è pur sempre vero che io questa cosa l'ho sperimentata.

Venne il tempo delle linguette delle lattine. Secondi di vita persi a calibrare un destino facendo attenzione a farla rompere nel punto esatto in cui desideri che qualcosa accada. Il tempo delle rivoluzioni negli uffici che hai frequentato per anni, del cambio ai vertici, dei corsi su come montare in groppa alle responsabilità, come se questa vita le avesse finora sapientemente schivate in un arguto rincorrersi tra siepi basse nel bel mezzo di un nascondino serale. E' da una vita che mi sento responsabile di qualcosa, anche delle cose che mi sfiorano lontanamente ad anni luce di distanza. Che bello il concetto di anno luce, penso...Il tempo in cui chi doveva darti una direzione è ora chiamato a darla a se stesso, mentre in un angolo del tuo cammino sei già pronto a spolverare un po' di talco sui piedi in attesa delle ennesime salite autunnali. La professionalità è anche l'accettazione delle sfide, delle progressioni e delle regressioni di carriera, è anche la richiesta ultima di allontanamento di un calice in un orto molto più grande di te. "Venga il tuo regno e venga pure Babbo Natale..."

Venne il tempo della compagnia, il tempo in cui esortavo me stesso a raddoppiare i livelli di conversazione e di socievolezza umana, che, come ben sapeva il Mefistofele goethiano, sono la condizione in cui ognuno trova realmente se stesso. Basta amare la solitudine, falso segno di profondità e di elezione spirituale, scrive Claudio Magris.

Venne il tempo della riflessione. Delle notti su Skype a parlare di parenti marinai, di salme da vestire, del concetto di adorabilità, della sveglia con vista sul mare, delle creme australiane, dei frutti del platano. Di come organizzare una corsa campestre che ci porti per logiche insiegabili a vivere nella capitale del Belgio, in uno stabilimento tedesco a progettare cappe, a tornare nella nostra Puglia. Il tempo di una vita legata provvisoriamente a un'Elica, pronta a tagliarti in un trionfo di splatter o a farti volare angelicamente verso la tranquillità del sentirsi finalmente coppia. Vorrei bussare ogni giorno alla tua porta, se solo sapessi dove farai abitare il tuo cuore.

Un blog è solo un piccolo barattolo di vetro trasparente che contiene pensieri compressi come pile di fichi secchi. Sapere che un giorno potrai attingerne liberamente mi riempie di gioia.

Venne quindi il mio tempo. Non sono mai stato così giovane.

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“Dimentica la sofferenza che hai causato agli altri. / Dimentica la sofferenza che gli altri hanno causato a te”. Questi versi sono tratti dalla poesia Dimentica, di Czesław Miłosz. Secondo la mia lettura dei presagi astrali, sarebbe un ottimo momento per liberarti delle vecchie ferite, sia di quelle che hai inflitto sia di quelle che hai dovuto subire. Occasioni come questa non si presentano spesso, Leone. Ti invito a pagare i tuoi debiti emotivi, a dichiarare l’amnistia, e abbandonarti a un’orgia di perdono. Ti viene in mente qualche altra cosa per fare tabula rasa e ricominciare da capo?

(da "L’oroscopo di Rob Brezsny" del 26 Giugno 2014 per il segno del Leone)

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