lunedì 13 giugno 2016

Fermata Cittadella della Ricerca


Musica consigliata: "Le vent nous portera", Noir Desir"

Il 3 Ottobre 1839 fu inaugurata la prima linea ferroviaria "italiana", la Napoli-Portici, sulla quale in un solo mese viaggiarono circa 60 mila persone. Oggi, a distanza di 177 anni si inaugurano le fermate "Cittadella della Ricerca" e "Ospedale Perrino" sulla tratta Taranto-Brindisi. Un treno, la prima grande espressione dell'età contemporanea, il simbolo della rivoluzione industriale e di quella società veloce che ne sarebbe stata figlia, collegherà per la prima volta due luoghi intermedi, due fermate non riconducibili a quelle aggregazioni di case e di uomini chiamate paesi. 
Non mi interessa sottolineare il vuoto mediatico, probabilmente in pochi sanno interpretare la portata simbolica di questo evento. Desidero solo trasferire brevi sensazioni sull'argomento, tracciate a braccio a poche ore dal primo treno che alle 6:16 è partito dalla mia stazione per fermarsi, senza nastri e senza fanfare, presso le nuove destinazioni.

Bla bla car, la community di carpooling, calcola che la riduzione di emissioni di CO2 sulla tratta Oria-Cittadella della Ricerca, ottenuta grazie alla condivisione dell'automobile, è pari a 9 kg. Nove chilogrammi! Immaginate che, ogni volta che raggiungete i centri commerciali dislocati lungo la via Appia, i vostri figli rischiano di respirare 9 kg di anidride carbonica per singola automobile. Sicuramente è un buon monito per guardare le quattroruote con occhi diversi. 
La linea Taranto-Brindisi, elettrificata, sembra fortemente sotto-utilizzata, eppure collega due capoluoghi di provincia che da soli registrano circa 290.000 residenti. Attraversa centri urbani di medie dimensioni come Grottaglie, Francavilla Fontana e Mesagne. Il mio paese si può fregiare di una stazione delle Ferrovie dello Stato, ma la cosa non sembra interessare più di tanto. Chiedetelo a tutti i residenti nei comuni senza rotaie, a coloro che abitano in comunità agricole o montane distanti dalle rotte che rendono sostenibile un collegamento ferroviario, chiedete loro cosa rappresenta l'esistenza di una ferrovia di provincia, solo dal punto di vista psicologico è un modo per non sentirsi fuori dai giochi.
Di recente ho preso un treno Oria-Brindisi per raggiungere l'aeroporto Papola-Casale. Partenza alle 19:23, arrivo a Brindisi alle 19:58, autobus in attesa e collegamento immediato per l'aeroporto. In meno di un'ora ero all'ingresso delle partenze, costo del tragitto € 3,50 (€ 2,50 per il treno, € 1,00 per la linea urbana STP). Si dice che in Italia non funziona niente, ma Easyjet mi aveva regolarmente a bordo, ho risparmiato un'andata e un ritorno ai miei accompagnatori e qualche sacchetto di CO2 alle vie respiratorie dei bambini.

Le fermate "Cittadella" e "Perrino" conferiscono alla linea Taranto-Brindisi le sembianze di una metropolitana di superficie. I 70 km che separano Taranto da Brindisi, infatti, corrispondono più o meno all'estensione dell'agglomerato urbano di una città come Londra. In futuro si potrebbero progettare nuove fermate "Centro commerciale Auchan" e "Chiesa di Gallana" (permettetemi il campanilismo, ma non è poi un'idea così bislacca, la promozione della cultura ferroviaria mediante l'organizzazione di viaggi con treni storici e turistici su linee dismesse o poco frequentate è in forte ascesa). Si tratterebbe di progettare l'esperienza e di condurre gruppi di turisti ad immergersi nella cultura storica e rurale d'entroterra, tra i tetti a tholos, gli ulivi secolari, le cicale e il profumo del pane cotto nel forno a legna.
La sola idea di chiamarla metropolitana ci fa sentire cittadini di serie A, contribuenti, studenti e business man privilegiati. E per certi versi lo siamo. Mediamente, in 20 minuti, potremo raggiungere il nostro posto di lavoro, magari portando gratuitamente a bordo una bicicletta nelle belle giornate di sole (come riporta la Carta dei Servizi Puglia a cura di Trenitalia - http://www.trenitalia.com/cms-file/allegati/trenitalia_2014/in_regione/newcsr_Puglia.pdf). Gli studenti, semmai le università torneranno ad investire nel parco scientifico, avranno 20 minuti in più per ripassare o per pregare sul buon esito dell'esame. In tanti potranno sonnecchiare e ascoltare musica. In molti approfitteranno del ripetersi degli incontri per abbordare la ragazza della loro vita. Nessuno avrà paura di forare una gomma o di subire un furto d'auto, ridurremo il numero degli incidenti stradali. Per raggiungere le stazioni saremo obbligati a percorrere quella quota residua di cammino che i nostri smartphone ci impongono quotidianamente per arrivare al fatidico tetto dei 10.000 passi. Pazienti, operatori sanitari e visitatori potranno raggiungere il più grande ospedale della provincia, non rischieranno cali di attenzione dovuti a cure o anestesie, non lasceranno bruciare le auto al sole e non saranno molestati dai parcheggiatori abusivi.

Oggi, a distanza di dieci anni dalla prima volta in cui questa possibilità iniziò a trapelare, si inaugurano due fermate. Il presente è la disponibilità di nuove infrastrutture, ma il futuro dipenderà dalla nostra capacità di cambiare modelli e stili di vita. Dovremmo avere lo stesso entusiasmo dei napoletani che videro passare il re a bordo della locomotiva, tornare a capire che il progresso non è nell'indipendenza del singolo, ma nella sostenibilità dei modelli collettivi. La mobilità è una sfida, una delle più grandi sfide che attendono l'uomo contemporaneo, il mezzo pubblico è un concetto tanto bistrattato quanto vitale per la sopravvivenza del genere umano.
Chiudo con un po' di sana ironia. Il cartello che segnala la presenza della nuova stazioncina riporta questo testo: "Fermata Cittadella della Ricerca". Mio padre, spietato osservatore di messaggi inutili, si metterebbe a ridere al solo pensiero che qualcuno abbia specificato trattasi di una fermata. Perchè? Cosa mai dovrebbe essere una banchina in prossimità di una rotaia? Un negozio? Una pista? Un punto panoramico su una distesa di ulivi? Oppure un invito ad un immobile silenzio prima di varcare i luoghi della scienza?
Oggi si inaugurano due fermate ferroviarie in provincia. Facciamone buon uso.


"Le stazioni sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d'animo della gente, i suoi problemi?" (T.Terzani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Incrocio di treni" (G. De Nittis - Barletta, Pinacoteca De Nittis - Palazzo della Marra)

venerdì 22 aprile 2016

Donare è libertà!



"Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva" (Luca 17,33)

Stefania si presentò in una domenica di luglio. Eravamo sul punto di chiudere i battenti, fare fagotto e andar via, un po' come gli ambulanti alla fine di una giornata di mercato. Era sola, salì le scale con la sua giovane e fresca leggiadria e chiese, con quella remota qualità un tempo chiamata educazione, "Buongiorno, vorrei donare!". Bisogna precisare che alcune donazioni d'estate si tingono di un rosso quasi messicano, hanno i tempi e i suoni blandi di una siesta. I volontari sperano, spolverano e archiviano. Medici, tecnici e infermieri chiacchierano e attendono l'ora del congedo. Tutto diviene gradualmente soporifero, il grosso dei prelievi si concentra nelle prime ore del mattino, in pochi sfidano l'afa delle 11 per provare a donare.

Stefania era sola, ripeto. Sola in una domenica d'estate, mentre la stragrande maggioranza dei suoi coetanei era probabilmente al mare, a rigirarsi nel letto con il ronzio della disco nelle orecchie o a scorrazzare in moto sbandierando la conquista della libertà estiva. Il volontariato non andrebbe analizzato per essere celebrato, ma queste situazioni meritano una lettura che supera la semplice registrazione di una giovane donatrice di sangue in una domenica d'estate.

Stefania era alla sua terza donazione. Le prime due, quelle liceali, le aveva affrontate in un contesto noto e sicuro, in mezzo ai suoi compagni di classe, in autunno e in primavera. Ha probabilmente beneficiato di un permesso e, anche se così non è stato, in ogni caso ha avuto il pubblico dell'istituto pronto ad applaudirla per il suo nobile gesto. Se l'AVIS avesse raggiunto le scuole negli anni della mia adolescenza, avremmo curato molte vite dall'egoismo. Sono sempre più convinto che le donazioni scolastiche siano alla base della formazione del futuro adulto e che molte di queste esperienze di volontariato e cittadinanza attiva andrebbero preparate tra le mura amiche di una classe.

In quel giorno d'estate, invece, Stefania non avrebbe avuto una platea, la mano stretta dalla compagna di banco seduta accanto al suo lettino, insegnanti pronti ad ammirare anche le sue doti extra-didattiche. Non avrebbe avuto crediti scolastici, né un permesso per tornare a casa in largo anticipo. Stefania era sola, era venuta a piedi, e avrebbe donato da sola in un camerone alle prese con una confusa fase di rapido sgombero.

Esiste un detto molto discutibile, più passano gli anni e più la gente sembra acquisire consapevolezza della sua apparente verità: "Nessuno fa niente per niente". Dove il primo far niente è l'azione da innescare, mentre il secondo niente è il tornaconto che, per i sostenitori del detto, è l'unica miccia che probabilmente accende i motori del mondo. Stefania, quel giorno, fece niente per niente, ne sono certo. Nessun rimborso, nessun premio in tasca, nessun passo indietro, nessuna espressione di paura sul suo viso, niente di niente. Stefania firmò le sue carte, con personalità andò incontro alla donazione di sangue, scacciò le mosche d'estate e compì il suo gesto con una personalità e una sicurezza disarmanti. A distanza di tempo, ho ancora chiaro quel ricordo e il ricordo di me che pensavo a lei come esempio per l'allargamento della futura consulta giovani: "E' la persona giusta, ha carattere, niente smorfie, scioltezza". Perché il bene si fa con scioltezza e senza clamori.

Ecco, il clamore. In un'era digitale dove lo "share" conta più del "make", sembra che fare del bene debba essere prima pubblicato e condiviso per poi essere effettivamente materializzato, concretizzato, attuato. Ho riflettuto a lungo sulla necessità di fotografarsi durante l'atto della donazione, con una sacca appesa che lentamente si riempie di vita da regalare a chi è meno fortunato. Per anni ho sostenuto l'idea che fosse un gesto fuori luogo, persino distante dai valori e dai principi di AVIS. Un gesto fariseo, se il bene si fa, gli altri devono quanto meno saperlo.

Oggi devo riconoscere di aver cambiato idea. Drasticamente. Esistono forze che hanno bisogno di essere respinte, contrastate, arginate. Esistono forze che comprimono i giovani verso modelli discutibili, inutili e a volte pericolosi. Perché se un giovane si fotografa senza mani al volante correndo ben oltre i limiti di velocità, con musica a palla e fumi vari nell'abitacolo, un altro giovane, il suo calviniano coetaneo dimezzato, non può fotografarsi disteso su un lettino impegnato nel compimento di una buona azione? Come vinceremo i mali e le follie del nostro tempo, se non adottando gli stessi strumenti di propaganda e visualizzando quanto bene da contrapporre possiamo produrre? E allora ben vengano i selfie della domenica mattina, rendiamo attrattivi i luoghi del bisogno, del volontariato, del dolore e dell'altruismo. Donare è libertà, libertà anche di farlo sapere agli altri.

Stefania, da allora, ha trascinato con sé nuove leve, che hanno conosciuto il viaggio, l'amore, la gioia di far parte di gruppi allargati a livello provinciale, regionale e nazionale. Dalle scuole superiori nuove volontarie, non ancora maggiorenni, si offrono di rinunciare alle loro passeggiate domenicali per accogliere i donatori. Il passaparola e il buon esempio creano fenomeni di replicazione impensabili.

Igor Cassina, noto ginnasta e testimonial AVIS, mi viene incontro per chiudere questo post di liberazione, con tutta la forza derivante dalle sue acrobazie. Igor ha detto: "Il fatto che gli altri non eseguano il mio movimento mi inorgoglisce parecchio. Eseguirlo mi ha consentito di vincere ad Atene. Non ci sono mezze misure: lo fai bene e arrivi lontano, sbagli e sei fuori". Igor non ha seguito la massa (sportiva) dei suoi avversari, è stata una voce fuori dal coro. AVIS, e la nostra società in generale, hanno bisogno di gente che al bivio sia capace e pronta a separarsi. Perché, sempre citando Igor, "...per quanto tu non abbia mai la certezza di ritrovare la sbarra, la sensazione del vuoto è bellissima".

"To promote the regular, anonymous, voluntary, non-remunerated gift of blood in all countries of the world" (Statutes of IFBDO. ARTICLE III - AIMS)

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: Miriam Dalsgaard - Donatori di sangue danesi

venerdì 27 novembre 2015

No surprises

Tempo fa, in un’intervista, Francesco Guccini rimpiangeva il fatto di non aver scritto la canzone “Luci a San Siro”, scritta e musicata come noto da Roberto Vecchioni. Il suo tono ironico era quello del “…m’ha fregato, avrei dovuto scriverla io”. Anche io riempio spesso la testa di questi pensieri che, per quanto inutili, lasciano amare o belle verità, dipende dai punti di vista. Io, nella mia vita, avrei voluto scrivere solo una canzone, quella. Una canzone sfornata nel 1997 dopo una lunga lievitazione, l’anno in cui la mia vita cambiava drasticamente e mi proiettava in quella zona anagrafica caratterizzata da una presunta maturità ad oltranza. 

La canzone si intitola “No surprises” dei Radiohead. Inutile presentarla al mondo o commentarla, si sa già tutto di lei. Una cantilena fuori di testa, una musicalità dolce e perfettamente equilibrata. Nei periodi particolari della mia esistenza, ascolto “No surprises” come sedativo, recupero fiducia e dichiaro pubblicamente niente allarmi e nessuna sorpresa.

Quindici giorni sono trascorsi dalle stragi di Parigi. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per ribaltare una sconfitta maturata all’andata, per scoprire di essere incinta, per far seccare un albero fingendo un attacco batterico o fungino, per vincere un ballottaggio e tornare a vestire indegnamente una fascia tricolore. Quindici giorni sono un tempo sufficientemente utile per dire, chiaramente, di non aver capito nulla delle stragi di Parigi. Per mia natura non commento a caldo. Di solito non commento a caldo. Non l’ho fatto nei giorni di Charlie, non l’ho fatto il 13 novembre. Mi piace riflettere in silenzio e, se mi riesce, pregare. Mi piace parlarne con gli amici, per sentirci parte di un dibattito internazionale nel quale la voce delle periferie del continente sembra non avere spazi. Questa sera, però, alla chiusura del saluto di Parigi, sento che il mio blog, se davvero desidera parlare d’Europa, deve esprimersi in qualche modo e tracciare almeno il ricordo del mio pensiero sui fatti.

Partiamo dalle soluzioni, non dalle cause. Sarei molto presuntuoso se fornissi la mia versione delle motivazioni che hanno portato agli attentati di Parigi. Esistono cose molto più grandi di noi e delle nostre menti, ci sono fior di persone, studenti, politici e diplomatici che possono e devono dire la loro. E’ giusto riconoscere i propri limiti. Il popolo dei social è vittima dell’opinionismo take-away, si rimbalzano migliaia di post frutto dell’ignoranza e dello sconcerto, non della ragione. E questo è un secondo attacco al Paese che ha dato i natali all’Illuminismo.

La mia prima soluzione, e forse unica, è molto semplice. C’è bisogno d’Europa. Non è la sola Francia, è l’intera Europa ad essere stata offesa. Se siamo tutti con la testa ai fiori e alle candele che lentamente si spengono nei luoghi del sangue è perché, inconsapevolmente, siamo tutti europei, condividiamo il lutto di un altro stato come se fosse il nostro, partecipiamo al suo dolore perché avrebbe colpito noi tutti allo stesso modo. Il primo monito è quindi questo. Quando parlerete male del nazionalismo francese, dell’ozio greco, dell’imperialismo economico della Merkel, della xenofobia ungherese, ricordate che esistono mali peggiori e che l’Europa è un contenitore di pace e di crescita che andrebbe difeso sempre, senza se e senza ma. Alcune forze politiche settentrionali, nominarle mi provoca spesso il mal di pancia, ora sono tutte filofrancesi quando fino a ieri guerreggiavano per questioni di quote latte e formaggerie varie. In questi giorni i francesi che attaccano i “musulmani” in Medio Oriente sono bravi, un esempio per noi italiani, bisogna estinguere ogni minaccia proveniente da un Islam la cui moderazione non è stata mai provata. Fino a ieri la Francia rappresentava le logiche malate dell’Europa sul campo, oggi è una eroina coraggiosa che sposa la causa leghista (ecco, lo sapevo, iniziano i dolorini…) contro il male comune.

Molti hanno scritto che le stragi del fanatismo islamico in Nigeria, Kenya, Libano, etc. non interessano, non fanno notizia e si ergono a difensori di Paesi che soffrono gli stessi attacchi terroristici, senza avere la giusta solidarietà e supporto degli occidentali. Non sono d’accordo, condividiamo le stesse paure e preghiamo gli stessi morti, ma il mondo è ancora piccolo e le regole della prossimità che si costruiscono nei secoli ci fanno sentire più vicini agli amici d’Oltralpe che non alle madri degli studenti di Nairobi. Ma non per questo sono, siamo meno devastati. Saremmo degli uomini senza dignità umana se classificassimo l’importanza delle stragi sulla base dei contesti geografici in cui si verificano.

Il modello Europeo. Altro spunto. Lavorare, uscire nel fine settimana, sentire il profumo della libertà, amare la vita. E’ questo il modello che è stato attaccato, sono stati presi di mira i luoghi dello svago e dell’intrattenimento, i luoghi della socialità, del cibo, della musica e dello sport. E’ questo che fa male ai terroristi, non avere la stessa libertà mentale, la stessa sicurezza che gli uomini e le donne europee hanno acquisito prima di tanti altri. Probabilmente i terroristi sono più infastiditi dall’integrazione delle etnie nelle splendide città europee che dai missili lanciati nel deserto sugli avamposti delle vie carovaniere segnalati da bandiere nere. L’ho sempre detto, vestitevi di nero per eleganza, mai per politica.

Lascerei dormire serenamente Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, non erano profeti, analizzavano le cose del mondo liberamente perché il mondo lo hanno vissuto veramente e ognuno, dal mondo, estrapola quello che i suoi passi calpestano. Sono d’accordo con chi non vede uno stato di guerra in tutto ciò, l’Europa non deve essere in guerra con nessuno, la forza dell’Europa sono la sua gente e le sue regole. Quando acciufferemo i responsabili non taglieremo le loro teste per farne dei video da far girare sugli smartphone di figli ignoranti alla ricreazione, attratti dagli sbuffi di sangue alla Tarantino e non disgustati dalla violenza di quattro esaltati. Quando li acciufferemo, dimostreremo loro cosa significa essere umani, restare umani, il rispetto della vita è il nostro marchio di fabbrica, per quanto anche noi continuiamo a macchiarci di omicidi generati da bombe inutili.

Le bombe, appunto. Non condivido gli attacchi militari umorali. Sapevo che i francesi sarebbero partiti in quarta e avrebbero chiesto supporto ad un gruppo di alleati. Stiamo perdendo tempo e tanto denaro da destinare diversamente. Si stimano 80-100 mila “cittadini” dell’ISIS e affiliati (su 1,9 miliardi di musulmani). Pensiamo di ucciderli tutti? Pensiamo di ripulire la zona visto che abbiamo i mezzi per farlo? E quando saranno stremati, cosa ci aspettiamo? Che uno Stato che non esiste si arrenda? Che si convertano alla croce? Che svendano le tute arancioni al primo mercatino del mondo in qualche fiera di provincia europea? Ma soprattutto, che senso ha restituire i confini di partenza a Siria e Iraq, se poi sciiti e sunniti custodiscono e alimentano idee completamente diverse di come spartirseli? Per quanto anacronistica, perché non partiamo da quella formula un tempo denominata accordo di pace? I tagliatori di gole, i violenti, i nemici di Palmira, gli stupratori, saranno giustiziati secondo l’unica legge che tutti conosciamo, quella che non ammette la diffusione della cultura della morte e dell’odio tra le genti.

Questo non è il momento della divisione. Sara e Selma, le mie amiche musulmane di Casablanca e di Ankara, mi hanno scritto dei brevi messaggi di scuse, hanno pubblicato post in francese ed inglese sulle loro bacheche affinché gli occidentali sappiano che l’Islam non era nei loro corpi in quella notte. C’erano il denaro, il burattinaio, le droghe, il martirio e l’affannosa ricerca della gloria.

Un ultimo pensiero è per Valeria Solesin. Io amo le donne europee, lei è il simbolo di un’Europa che è splendida perché si contamina di anime e di idee, di sogni che si coronano tra Venezia e Parigi, in un atto unico di bellezza e cultura che abbiamo saputo costruire con tanta fatica e con tante visioni. Hanno detto di lei: “nata a Venezia, cresciuta in Europa”. La frase più bella letta e ascoltata in questi giorni di terrore. E un pensiero anche a Giancarlo Lo Porto, del quale so poco quanto niente, ma che stimo per il semplice fatto di essere nato a Palermo e cresciuto di sua spontanea volontà nei luoghi disagiati del pianeta. Per me i morti hanno lo stesso valore, non c’è bisogno di fare sempre confronti per ritagliarsi spazi di visibilità.

Per stare al mondo bisogna essere fluidi, l’Europa dovrà continuare a essere miracolosamente libera e fluida. Il Medio Oriente troverà la sua strada, prima o poi lo farà, è un suo obbiettivo. Non mi piace scrivere la parola obiettivo con due “b”, per quanto sia comunque corretto farlo. Le doppie appesantiscono, non hanno stile. Riposino in pace, tutti, niente allarmi e nessuna sorpresa. Io amo l’Europa, marchons, marchons…

"This is my final fit, my final bellyache with no alarms and no surprises" (da "No Surprises", Radiohead).

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giovedì 13 agosto 2015

Sarà come sarà, se sarà vero...


Musica consigliata: Ti leggo nel pensiero, Francesco De Gregori

Ettore e Ilaria sono accomunati da una generale propensione all'interpretazione. Interpretare una lingua, interpretare un emocromo. Se non hai cultura e propensione, le lingue e le analisi del sangue sono solo parole, codici, acronimi indecifrabili. Questo mi fa pensare che la loro unione sia inevitabile, giusta, necessaria e per certi versi quasi benedetta, dall'alto e dal basso. Perché per vivere insieme una vita intera bisogna essere bravi a interpretare, ogni giorno, ogni piccolo segnale, ogni piccola crepa, ogni piccolo spiraglio. La vita è tutta una questione di interpretazione, per districarsi bisogna cogliere e riportare una versione dei fatti quanto più vicina alle verità che ognuno di noi cerca nel suo tempo. Così Ettore, un giorno, ha interpretato il sorriso di Ilaria come il più bello che potesse appartenere a una donna, un sorriso tondo, aperto, amabile. Così Ilaria, un giorno, ha interpretato il mix vulcanico di chimica, biologia, metal, calcio, Milan, capelli e presenza fisica e immateriale di un uomo come Ettore come la più ricca mai appartenuta agli uomini da lei incontrati. Ettore e Ilaria appartengono a quel genere di coppie che nascono senza troppi perché, senza studiarsi molto a distanza, dove la prossimità, la pelle e i profumi veicolano veramente l'unione. Isocrate scrisse che i più grandi doni di Demetra all'umanità furono i cereali, che hanno reso l'uomo diverso dagli animali selvatici. Ettore e Ilaria sono una coppia fibrosa, che conoscerà il valore delle stagioni e l'importanza dei raccolti da sudare e da celebrare. Il primo dei quali è qui che sorride felice in una calda sera d'agosto, mentre nonno Cesare non può far altro che aprire una splendido cielo d'estate sui propri figli.

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sabato 8 agosto 2015

Trentasei



Musica consigliata: "Please, Please, Please, Let me get what I want", The Smiths

"Agisci se hai in mente una grande causa, condivisa da altri e ritenuta tale dalla gente, non serve l'art pour l'art. Agire localmente, pensando globalmente: localmente in modo molto concreto. Non puntare all'1%, allora è meglio lasciar perdere. Guardati dalla paura di dover competere...Anzi guarda e passa. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Non infognarti nella concorrenza...Mettiti d'accordo con i tuoi compagni di cordata su un programma chiaro, parziale e modesto. Non promettere niente. Cedi il passo alle donne. Cerca gente nuova, senza temere la loro ingenuità. Tieni presente che tra le persone nuove ci possono essere spesso dei vecchi, delle vecchie. Il vostro messaggio dovrà arrivare a tanta gente: si fa intendere meglio con azioni...che con parole stampate. Occorre il candore delle colombe, ma la furbizia dei serpenti...bisogna sì muoversi nel mondo, ma senza essere del mondo. Un buon gruppo promotore, affiatato anche da amicizia, può fare molto. Nuoce invece quando agli altri si presenti come gruppo chiuso e troppo omogeneo. Qualche vecchia volpe può dare buoni consigli, ma non molto di più: non lasciare che si travesta da orsetto panda. Un'immagine nuova non può essere la sommatoria di immagini vecchie, né appaltata ad alcuno. L'obiettivo, nel lungo periodo, è costruire un ponte verso un'altra sponda. Non farti ossessionare. Buon lavoro".

di Alexander Langer, tratto da "La Nuova Ecologia", Ottobre 1984.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: Acquerello originale dell'artista Beraldo, recuperato in una discarica abusiva della Città di Oria.

lunedì 8 giugno 2015

Voglio un sindaco Madre

 
Musica consigliata: Talking about revolution, Tracy Chapman

Voglio un sindaco che abbia idee. Voglio un sindaco europeo, che istituisca e animi l'Ufficio Europa. Che conosca le regole e gli strumenti della programmazione comunitaria, che si sappia muovere nell'oceano dei finanziamenti a dodici stelle, che sappia divulgare le infinite opportunità di scambio per far studiare e lavorare i nostri ragazzi all'estero prima del loro giusto ritorno. Voglio un sindaco che spedisca i suoi giovani a formarsi altrove, ad apprendere lingue e buone pratiche, che prelevi il loro campanilismo e inietti sane dosi di apertura. Voglio un sindaco mediteranneo. Voglio un sindaco cresciuto ad immersioni di calce, che proibisca la tinteggiatura delle case di viola, di fucsia o di arancione. Voglio un sindaco che riduca le dimensioni dei manifesti funebri ad un semplice A4. Voglio un sindaco che ricopra i cimiteri di pannelli solari e restituisca almeno utilità alle colate di cemento per i morti. Voglio un sindaco che canticchi mentre innaffia i gerani sul balcone. Voglio un sindaco che riprenda gli uomini del corpo forestale che sporcano con gli stivali gli intonaci del palazzo di città, mentre fumano una sigaretta in attesa di segare senza un perchè. Voglio un sindaco che rispedisca a casa la xylella e i suoi falsi untori. Voglio un sindaco che abbatta gli archi di trionfo nelle campagne e obblighi i megalomani a dieci giorni di Summer School in Valle d'Itria. Voglio un sindaco che conosca le isole di calore urbano e quanto un viale alberato possa ridurre la temperatura estiva percepita in un paese al 40° parallelo, molto più di batterie di condizionatori installati anarchicamente. Voglio un sindaco che metta la freccia, in tutti i sensi, che indossi il casco e le cinture. Voglio un sindaco senza rimpasti, senza indecisioni, senza condizionamenti. Voglio un sindaco che torni a piantare i tigli in viale Grande Europa e i platani mancanti in viale Regina Margherita. E che restituisca luce e pulizia alle sorgenti che correvano verso le lame. Voglio un sindaco esperto in olio e in vino, abile nel creare le condizioni favorevoli per tornare ad esportare vagonate di fichi neri, secchi e non. Voglio un sindaco che proibisca la distribuzione delle acque minerali in bottiglia e che elimini i rifiuti a monte e non solo a valle. Voglio un sindaco che raccolga acqua quando piove. Voglio un sindaco che abbatta le pensiline in plastica e in legno dal centro storico, perchè siamo a Oria e non a Bolzano. Voglio un sindaco che vada a piedi o in bicicletta. Voglio un sindaco che demolisca con violenza la pavimentazione della piazza d'armi del castello e torni a spargere liberamente un romantico ghiaietto. Voglio un sindaco bravo a recuperare e non a costruire. Voglio un sindaco che abbia il sorriso triste di Troisi e che non appenda bandiere di solidarietà solo per i fucilieri di marina, ma anche per Aung San Suu Kyi. Voglio un sindaco che monitori le polveri sottili in via Mario Pagano al sabato pomeriggio, che sappia intercettare le emergenze sanitarie e combattere preventivamente i mali del nostro tempo, anche a fronte di scelte impopolari. Un sindaco che conosca i venti dominanti del territorio e aiuti i suoi cittadini a conoscere la provenienza e le fonti di tutto ciò che di contaminato mangiamo ed inaliamo. Un sindaco capace di favorire il ritorno dei tavolini per le strade, le buste di juta e biopolimeri per i negozi consorziati e il passeggio per alimentare socialità e commercio. Voglio un sindaco esperto in toponomastica, che corregga Filippo in Filippa di Cosenza. Voglio un sindaco che la smetta di parlare di turismo, ma di qualità della vita, perchè non ci sarà mai turismo se continueremo ad avere una qualità della vita mediocre. Voglio un sindaco che consegni ai giovani sposi bottiglie di alcool etilico per ripulire la segnaletica stradale dai loro minimanifesti abusivi. Voglio un sindaco che si vergogni quando vedrà il cancello degli uffici sanitari, arrugginito e dondolante da sempre. O che inorridisca al pensiero che da anni accogliamo il visitatore proveniente da via Latiano con una stazione di servizio abbandonata degna della Beirut degli anni ottanta. Voglio un sindaco che sappia chiedere scusa e dire “Ho sbagliato, sarò più attenta”. Voglio un sindaco che ricordi l'esistenza di Lorch e che non cerchi gemellaggi qua e là solo per spesare qualche gita fuoriporta al consigliere delegato di turno. Voglio un sindaco che sappia commuoversi e ballare, anche goffamente. Voglio un sindaco a LED, che prenda i lampioni di Piazza Cattedrale e li restituisca al mittente, decretando la fine di operazioni di vendita di prodotti obsolescenti a paesi considerati del terzo mondo. Voglio un sindaco che abbatta le gabbie dei polli degli scavi archeologici. Voglio un sindaco che proibisca l'uso di diserbanti sul bordo delle strade e che denunci chi inquina ancora le falde acquifere o trivella il territorio abusivamente. Voglio un sindaco che temporizzi l'illuminazione notturna della villa comunale. Voglio un sindaco che non vada dietro al santo, ma alla fine della processione. Voglio un sindaco che ceda la sua fascia ai giovani assessori e li istruisca all’arte oratoria, al ben vestire, al come rappresentare al massimo questo paese in ogni sede. Voglio un sindaco pellegrino, che colleghi Oria al santuario con la migliore prospettiva di sempre, pullulante di devoti, atleti, ciclisti e autovelox festanti su piste realizzate con scarti di pneumatici all'ombra di rigeneranti chiome di alberi ad alto fusto. Voglio un sindaco che rimuova le colate di asfalto che bruciano le estati degli sportivi attorno a quello che fu lo Stadio Comunale. Voglio un sindaco che crei zone cuscinetto intorno alle scuole, 200 metri dove non possono transitare le auto di genitori morsi dalla fobia di aggressioni, stupri e sequestri dei loro figli. Che riduca lo smog in prossimità degli edifici scolastici e favorisca le corse liberatorie al termine di una faticosa giornata di scuola, i primi bacetti e lo scambio delle figurine. Non lo dico io, ma fior di progetti europei come "Getting children out of their parent's car". Voglio un sindaco che sappia interpretare le logiche del "Paseo" spagnolo, che capisca che le strade non sono corsie per automobili, ma arterie vitali per uomini, animali, ciclisti e alberi. Voglio un sindaco in silenzio quando camminerà di notte per visitare i "sepolcri". Voglio un sindaco che conosca la differenza tra un leccio e una roverella. Che vieti ogni impianto di Cocus Plumosus e torni a riforestare il paese e i suoi dintorni con ettari di vegetazione funzionali alla purificazione dell'aria e alla produzione di biomasse. Voglio un sindaco meteodipendente, che dirami allerte notturne via fb ai suoi cittadini, invitandoli a non correre lungo le strade con canali a rischio esondazione, che salvi le vite con semplici consigli sull'aquaplaning o rilevazioni tempestive nei sottopassaggi. Voglio un sindaco cattolico, ma anche ateo, che apra moschee e sinagoghe, che torni a rendere questo paese attrattivo verso ogni fede e cultura e che non faccia radicare i fanatismi, perché ha insegnato prima degli altri i valori della tolleranza e della convivenza. Voglio un sindaco che celebri matrimoni etero e omosessuali, senza sorrisetti ironici verso l'amichetto di partito alla propria destra. Voglio un sindaco che dipinga i volumi della Camillo Monaco con i colori di Rietveld. Voglio un sindaco accappatoio, morbido e pulito, che assorba l'umidità in eccesso e ricopra fino a quando sarà necessario le nostre peggiori nudità. Voglio un sindaco che ami i temporali e la lettura negli afosi pomeriggi d'estate. Voglio un sindaco che profumi di legalità e di innovazione. Voglio un sindaco che sappia soffrire dentro, come tutte le persone buone. Voglio un sindaco sorridente, profondamente auto-ironico. Voglio un sindaco che restituisca classe, eleganza e stile a questo paese. Per questa ragione auguro a Cosimo Ferretti e ai suoi sostenitori la migliore campagna elettorale possibile, ma voto Maria Lucia Carone. Voglio un sindaco Madre.

"Pierini salì sul motorino, girò l'acceleratore a manetta e ripartì a testa bassa urlando: Aspettami qua. Lo stronco e torno". (da "Ti prendo e ti porto via" di N.Ammaniti)


© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto: "Ballottaggio" - Ubaldo Spina 2015

mercoledì 20 maggio 2015

Ci vuole tanto troppo coraggio...

 
Musica consigliata: "Era de Maggio, Roberto Murolo"


Non ricordo il giorno esatto in cui ho conosciuto Alessandro. Abitare in un piccolo paese spesso comporta l'inizio di nuove amicizie per il semplice fatto di incontrarsi ripetutamente, di frequentare gli stessi campetti, le stesse parrocchie, gli stessi lampioni. Significa condividere il tragitto verso la scuola senza mai essersi presentati, dividersi prima del suono della campanella e rimanere amici per sempre. Il primo "ciao" con Alessandro si sarà concretizzato in una di queste occasioni, fino a quando, in un giorno di fine luglio sancimmo l'inizio della nostra amicizia in riva al mare. In quella stagione nacque per lui una storia con una ragazza di Manduria, una storia probabilmente scatenata da uno scontro frontale in un campo di beach volley, dove entrambi si contesero un baker disperato senza che nessuno dei due riuscisse a rispedire la palla oltre la rete. L'imbarazzo sfociò in una grassa risata e nei primi baci a match terminato, consumati in quel grigio svaporare della calura estiva sul mare piatto di tramontana nella sera di Campomarino. Pochi giorni dopo, la ragazza fu invitata ad una festa, dove ci sarei andato anche io. Alessandro non era ancora munito di patente e cercava con garbo un passaggio fidato per raggiungerla e infilarsi nel convivio. Si presentò con educazione, l'approccio più bello ed intelligente che possa avere una persona quando è nel bisogno. Quella sera salì nella mia auto e lo riaccompagnai in piena notte sulla soglia di casa. I discorsi che animarono la traversata notturna appartengono ora agli spiriti della litoranea, ma ricordo si trattò di una piacevole compagnia e di flussi di parole piuttosto impegnati nonostante la ridotta lucidità di entrambi. Negli anni successivi, per obblighi universitari e vite che giustamente si disperdevano verso obiettivi differenti, la nostra amicizia restò salda nell'assenza e, almeno per quanto mi riguarda, così la reputo ancora.

Ho seguito a distanza i suoi anni migliori. E' stata una persona che non ha rinunciato ad un solo attimo della sua esistenza. Ha amato le donne e le donne lo hanno amato, da vero latin lover non ha mai sbandierato al popolo l'esatto bottino delle sue battute di caccia, fu sempre corteggiato e profondamente desiderato. Alessandro lo ricordo così, cestista e sbandieratore, studente e barman, notte e giorno avevano per lui un profondo significato e, per quanto anche le più grandi energie della gioventù siano destinate ad andare in riserva, difficilmente ha ceduto alle sue passioni. Mi piace pensarlo ancora alle prese con cocktail acrobatici o vestito con canovaccio distinto nel cuore di una norcineria scavata nel carparo locale. Mi piace pensarlo assorto nei suoi pensieri o impegnato in quella che sarebbe stata la sua futura professione.

Ecco, sarò controcorrente, ma credo che la vita, nella sua limitatezza, non vada calcolata in anni accumulati all'anagrafe, ma in sensazioni, in ritmo, in impronte, e per quanto sia nostro dovere cercare di strappare anche un solo minuto in più alla morte, nessuno potrà mai dire se sia stato meglio morire rantolando a 90 anni in un letto di ospedale o cantando a 30 in una strada che corre verso l'estate salentina. Con una vita davanti, un amore atteso tra le lenzuola e il vento in faccia di un maggio di grandi speranze.
Non so, forse l'enigma più grande da risolvere resta proprio questo: avremo sempre acqua corrente per lavarci i denti? Nei giorni di Galizia ho capito quanto fosse importante centellinare quelle gocce preziose raccolte in una bottiglia da 0,5 litri per pulire, sciacquare e togliere ogni residuo di cibo e di schiuma dalle setole. Così è la vita, la puoi immaginare che scorre perpetua da un rubinetto cosmico gigante, regalo infinito senza data di scadenza, da consumarsi preferibilmente, ma anche oltre. Oppure puoi fermarti a guardarla confinata nelle pareti di una bottiglia, mentre giorno dopo giorno ne hai sempre meno e consumarla diviene quasi un affronto sacrilego al Creatore. E' un esercizio difficile, ma aiuta a capire molte cose su quanto prezioso sia questo battito concessoci in questa frazione di eternità.

De Andrè ha ragione, ha sempre ragione. «Ninetta mia, crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio». Lo sanno soprattutto le persone che hanno improvvisamente dovuto accettare la tua partenza e che vivono ogni giorno con la speranza di incrociarti ad un angolo di una qualsiasi strada. Io, quel giorno, ero in viaggio verso Montecatini Terme. E ho atteso tre anni per scriverti questo piccolo omaggio. Ciao Ale, salutaci l'universo.

"Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje?"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá".


(da "Era de Maggio" di S. Di Giacomo)


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