sabato 22 febbraio 2014

God bless Ukraine


Musica consigliata: "Non è ancora morta (la gloria) dell'Ucraina", Mykhaylo Verbytsky

Mi scuso nei confronti degli amici ucraini. Mi scuso pubblicamente, ho atteso troppo per capire, prendere una posizione e dedicare loro uno spazio in questo piccolo blog di provincia. E' bastato questo pianoforte in strada a dare una risposta a tutte le mie domande. E' commovente vedere come sia stato utilizzato uno strumento musicale come arma di protesta, ma è ancora più commovente vedere come il popolo ucraino lo abbia dipinto con i colori della bandiera nazionale sovrastati dalle dodici stelle d'Europa su campo blu. Dedicato a tutti coloro che ogni giorno spargono letame sull'Europa, e urlano contro Bruxelles, contro la moneta unica, contro i tecnocrati e le politiche per consolidare l'egemonia tedesca, etc. etc. etc. E non colgono la primavera che sboccia da anni in una splendida Unione di popoli, che hanno imparato a rispettarsi, attraversarsi ed amarsi. Io sostengo i cosiddetti ribelli ucraini che si oppongono alle oligarchie del gas, a coloro che obbediscono ai mandanti delle frustate alle Pussy Riot e alle azioni punitive nei confronti degli omosessuali. E che vivono in reggie dorate, cacciano la tigre siberiana per sport e si alcolizzano di Vodka in mezzo a stallone denudate foraggiate di rubli. Io amo l'Europa e ogni forma di resistenza alla violenza illegale. Noi non abbiamo modelli da esportare, siamo solo un mare blu di accoglienza dove ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. God bless Ukraine!

Art.2 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo: "Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge".

© RIPRODUZIONE RISERVATA - Foto © Sergiu Zamari

domenica 2 febbraio 2014

Fieri di operare in un paese solidale



Musica consigliata: "Sangue nelle vene, Fabrizio Moro"

"Fieri di operare in un paese solidale" è lo slogan che l'AVIS Comunale Oria ha adottato nella prima campagna di comunicazione del 2014. Nel venticinquesimo anniversario della nostra fondazione (1988-2013), abbiamo ottenuto il miglior risultato di sempre: 668 sacche raccolte, superando il record di 664 sacche registrato nel 2008. Analizziamo velocemente i vari perchè. La prima ragione è chiaramente associata al maggiore impegno profuso dall'associazione per la celebrazione dell'anniversario. Questo, infatti, ha comportato l'organizzazione di più eventi e una maggiore presenza sul territorio. I risultati sono un chiaro ritorno degli investimenti attivati in termini di manifestazioni e promozione. Non a caso bisogna tornare a 5 anni fa (celebrazioni del ventennale) per ritrovare il secondo picco di donazioni nell'istogramma. La seconda ragione è probabilmente individuabile nel completo rinnovamento degli strumenti di comunicazione (cartoline, manifesti, t-shirt, etc.), nell'azione intensiva dell'ufficio stampa, nell'uso ragionato del web e dei social-network e nell'indispensabile supporto dei blogger locali. Per quanto molte AVIS si stiano dotando di software per l'invio di SMS a gruppi costituiti da centinaia di soci, l'uso dei social network e la diffusione degli smartphone potrebbero rendere inutile in futuro anche questo tipo di investimento. In ultimo, la terza ragione. Quella alla quale tengo particolarmente, che fa parte della vita vissuta del volontario e non della sua vita prettamente operativa. Mi piace confutare la tesi che negli anni di crisi la gente sia più nervosa e arrabbiata, che l'uomo impazzisca all'improvviso, che la crisi abbia solo effetti devastanti. Per quanto l'impossibilità a soddisfare i bisogni primari produca un preoccupante disagio sociale, ho spesso riscontrato nei donatori un'interpretazione della crisi molto interessante. La crisi significa, sostanzialmente, rimettere in discussione la vita di un tempo e rileggere il fattore tempo in un'altra ottica. Donare sangue, secondo AVIS nazionale, è "dire con i fatti che la vita di chi sta soffrendo mi preoccupa". E' una lettura indispensabile per chi si avvicina alla donazione del sangue. La vita di un'altra persona finalmente mi preoccupa. E' noto che l'eccesso di concentrazione di beni, genera una costante necessità di denaro e di tempo per alimentare, conservare e potenziare tali beni. Il tempo da dedicare agli altri è quindi di conseguenza ridotto, se non assente, e la vicinanza agli indigenti si tramuta quasi sempre in sporadiche concessioni di denaro (il superfluo), ma molto raramente di tempo o di azioni concrete che riguardano l'impegno fisico nelle cause altrui o la donazione di parte di sè, come nel caso del volontariato AVIS. La crisi, oltre ad aiutare la comprensione dell'importanza del tempo da dedicare agli altri, ha finalmente fatto riemergere alcuni aggettivi che il benessere dei Paesi occidentali aveva completamente sotterrato: anonimo, volontario e gratuito. La donazione è un gesto anonimo (dono, ma senza interesse diretto, non conosco il beneficiario della mia azione), volontario (dono perchè desidero donare e non perchè sono obbligato a farlo), gratuito (dono senza chiedere nulla in cambio). Guardate un po', con la crisi tornano in auge gli scambi, il baratto, la riduzione degli stipendi per salvaguardare il posto di tutti, la riduzioni dei consumi di carburante, la vendita delle biciclette e la ripresa di stili di vita più salutari, la riparazione dei vestiti, degli elettrodomestici, delle scarpe, aumentano le partecipazioni nei campi di volontariato (assistenziali, ambientali, etc.). Dal mio punto di vista, riparare un paio di scarpe non è sinonimo di caduta in disgrazia o di recessione; dare valore agli oggetti, recuperarne la funzione parzialmente compromessa per ovvie ragioni di usura, è indice di intelligenza economica e ambientale, meno sprechi, meno rifiuti. L'uomo in tempo di crisi deve imparare a ristrutturare, non a costruire. Recuperare il senso delle cose che già ci sono, non cercare costantentemente nuovi spazi o nuovi bisogni. La crisi, la tanto temuta crisi, può anche essere interpretata come una forte mareggiata che ha distrutto i nidi di tante piccole tartarughe, esseri viventi a rischio estinzione, ma sempre capaci di avviarsi verso il mare. Ecco, la terza ragione di questo risultato è che un uomo in crisi interpreta meglio il suo posto nel mondo e i suoi obiettivi comuni in quella rete essenziale di relazioni che caratterizza ogni esistenza. E in questo, proprio per sfatare tanti luoghi comuni dei quali siamo più o meno stufi, i giovani hanno dimostrato di avere un cuore e una testa molto meno intrisi di egoismo delle precedenti generazioni. Il nostro paese, quest'anno, ha donato tanto. E per quanto sia un paese che merita e meriterà sempre persone più illuminate al suo governo, per quanto ospiti mine vaganti che amano ammassare rifiuti in ogni dove credendo che la terra dei fuochi resterà solo un problema campano, per quanto continui a discutere del come e non del cosa fare per risollevarsi, oggi è tempo di ringraziarlo, perchè ha dimostrato di essere un paese solidale. Un paese che ha superato la soglia dell'autosufficienza trasfusionale (pensate come cambierebbe la nostra quotidianità se superassimo con il contributo di tutti le soglie che migliorano la qualità della vita e ci rendono indipendenti, non per eccesso di egoismo, ma per merito e saper fare: autosufficienza alimentare, energetica, idrica, etc.). Il nostro paese raccoglie più sacche di sangue di quelle che in media un paese di 15.000 abitanti consuma in un anno solare. Fieri, quindi, di operare in un paese solidale. E' uno slogan positivo, un ringraziamento alla cittadinanza che ha risposto ai nostri appelli, un messaggio finalizzato ad aumentare l'autostima della comunità nella quale operiamo. Sarà difficile ripetersi e se non accadrà andrà bene lo stesso. Perchè la vita cambia e non c'è prova migliore dell'accettare un cambiamento, sfidarlo se è necessario, ma con la voglia di innovarsi sempre e comunque. Grazie dall'AVIS Comunale Oria.

"Un paese è sviluppato non quando i poveri possono acquistare automobili, ma quando i ricchi usano mezzi pubblici e biciclette" (Gustavo Petro, sindaco di Bogotà)

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domenica 15 dicembre 2013

Quattordicimilaseicentogiorni


Musica consigliata: "We might as well be strangers", Keane

"A voi che siete sposati l'Evangelo chiede di vivere il matrimonio nella fedeltà fino alla morte, per non smentire il Dio fedele che ha sancito la vostra alleanza. Nel ricordarvelo la chiesa ve lo dice piangendo e mettendosi in ginocchio davanti a voi. Non ve lo dice con arroganza, non vi presenta una verità che abbaglia o umilia, ma ve lo dice perchè l'ha detto Gesù, il suo Signore. La chiesa vi supplica: restate fedeli l'uno all'altra nell'amore che non viene meno. Se tra di voi intervenisse il divorzio, voi non raccontereste più il Signore fedele, ma un Dio che viene meno. Restate aperti alla vita, a colui che viene, anche inatteso o inaspettato. Solo l'egoismo tiene le porte chiuse. Come potete non celebrare il vostro amore creando, cantando e testimoniando la vita? Il vostro matrimonio, la vostra famiglia rappresentino la comunione e l'amore fedeli a cui ogni uomo, credente o no, anela con tutto il cuore" (Bianchi E., Da forestiero, Casale Monferrato, PIEMME, 1995)

Avreste potuto essere anche estranei in un'altra città. Avreste potuto vivere anche in mondi diversi. Avreste potuto nascere anche in un altro tempo...ma ci sono episodi, destini e congiunture straordinarie che selezionano e governano ogni unione. Non ci sono spiegazioni particolari. A noi non resta che seminare ringraziamenti nel cielo di tramontana, tra le donne e gli uomini oggi vestiti di stelle, da sempre custodi dei vostri quarant'anni di amore paziente.

Auguri mamma, auguri papà, auguri mamma e papà.
Quattordicimilaseicentogiorniinsieme.

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domenica 1 dicembre 2013

Finché pre-filmino non vi separi!


Musica consigliata - Canto d'ingresso: "In questo anno di non amore", Max Gazzè

Il matrimonio è un sacramento in crisi. Dati alla mano, se in Italia nel 1995 si celebravano 5.1 matrimoni ogni 1000 abitanti, oggi se ne celebrano 4.2. Meno che in Francia (4.3), Germania (4.5) e Spagna (4.8) (Dati Eurostat). In Inghilterra su 44 milioni di adulti britannici, 22.3 milioni non sono sposati, 17.8 milioni dei quali sono single e 4.5 milioni sono divorziati o separati in via di divorzio. Nel 2031 i coniugati saranno solo il 40% della popolazione mondiale. In Italia, secondo il sociologo Marzio Barbagli, si stanno affermando con ritardo forme di relazioni di coppia che ammettono la possibilità di un fallimento senza traumi, il modello del "provando e riprovando". Potrei continuare, ma invito a leggere l'articolo di Repubblica del 13 Ottobre scorso, in sostanza le coppie sposate sono ormai una minoranza.
Il matrimonio, dunque, è un sacramento in crisi. Aumentano vertiginosamente le separazioni e i divorzi, dati allarmanti che sanciscono sempre più che i matrimoni sono tentativi di unione piuttosto che certezze di unione. Si arriva all'altare con tanti di quei "ma" che, solo ad ascoltarli, potresti rabbrividire. "E' bello, ma è stupido...", "E' un gran lavoratore, ma è tirchio!", "Sarebbe un buon padre, ma è un pessimo amante", "E' un fannullone, ma è generoso", "E' affascinante, ma non sa mettere due parole l'una dopo l'altra", "E' un avventuriero, ma troppo spericolato", "E' capace, ma disordinato", "E' bravo, ma troppo religioso". Presumo che lo stesso giro di "E', ma..." si possa registrare in una litania al femminile. 
La mia analisi, divertente e grossolana, conferma la crisi del matrimonio ma, al tempo stesso, rileva il suo configurarsi come un'industria in grande spolvero. Si, l'industria del matrimonio ha i suoi fatturati alle stelle. Astri dove vengono proiettati i sogni di tante coppie abbagliate dal luccichio di una cerimonia senza eguali nel giorno più importante della loro vita. Sarò chiaro, abbiate "fede"!.
Proviamo a radiografare un matrimonio qualsiasi celebrato dalle mie parti secondo rito cattolico. Le chiese sono sempre più vuote. Il fatidico "Si" non interessa ai più, al massimo interessa il lato emotivo, se e quanto hanno pianto gli sposi nel pronunciarlo. Gli invitati arrivano in ritardo, giusto in tempo per afferrare un sacchetto di riso da scagliare con violenza, o si presentano direttamente nel locale del ricevimento, in prima linea al banchetto del bouffet di benvenuto. 
In chiesa il commento principale è destinato all'abito della sposa (ma dove si crede di stare, alle sfilate di Parigi? che scollatura irriverente!, è un vestito bianco sporco tendente al panna scarico di beige, visto e rivisto, l'ha comprato ai saldi, i genitori dello sposo hanno detto che se voleva il top del top la spesa era metà e metà, lo strascico arriva in piazza Lama, è arrivata la regina!, troppo corto, etc.) e all'omelia del prete (troppo lunga, non ha detto che gli sposi si sono conosciuti da piccoli, però è un po' pesante, non credi?, non è profondo, bla bla bla). Se si superano i 35°C, i commenti solitamente si raddoppiano. Si triplicano oltre i 40°C. I parenti della sposa da una parte e i parenti dello sposo dall'altra. Generalmente manca uno zio, situazione che scatena la creatività delle pettegole di turno che, in barba al sacramento che si sta celebrando, fremono per lanciare lo scoop. Così stuzzicano la vicina dicendo: "Ma...vedo che manca lo zio della sposa...chissà come mai!". La vicina, nella sua ingenua onestà, si accerta che effettivamente manca lo zio della sposa e ribadisce: "Già, lo sai che non ci avevo fatto caso, sarà in ritardo!". Al che, ad assist fornito, scatta l'affondo della prima: "Come, non sai niente, che si sono scannati per l'eredità, sapessi sapessi...se si fosse presentato oggi si sarebbe scatenato il putiferio, gentaglia signora mia, gentaglia...". 
I fotografi sono i veri protagonisti di un matrimonio. Ogni matrimonio è una grande messa in posa, di spontaneo c'è pochissimo. Si chiede agli sposi di recitare una parte, affinchè un giorno tutti possano ricordare su carta patinata un momento non veramente vissuto. Perchè di questo si tratta, un momento prelevato all'essenza e svenduto all'apparenza. Si passano notti intere, ormai, a guardare i filmini e gli album fotografici degli sposi, confezioni multimediali di pregio con cast d'eccellenza, ma senza scatti di amore autentico. Un discorso a parte meritano i cosiddetti pre-filmini, le cui radicali esasperazioni riguardano ormai anche le cresime, i diciotto anni, il primo karaoke dell'aspirante Gigi o la prima sfilata dell'aspirante Naomi, etc. (vedi casi Campania, Sicilia, etc.). Il pre-filmino è una trovata abbastanza recente. Cos'è un pre-filmino? Un giorno finto passato a fare cose che non hai mai fatto, perchè la poesia non la coltivi veramente dentro di te durante l'anno, ma improvvisi di averla a pochi giorni dalla sacra unione. E così scopri sorrisi smaglianti in riva al mare, il pianto di turno sulla consolle d'epoca accanto a un mazzo di fiori magicamente comprato per l'occasione, l'abbraccio con un genitore che magari neanche saluti al tuo ritorno dal lavoro, la puntuale lacrimuccia sulla guancia nel rimembrar i ricordi di quella casa, lui che disegna un cuore sulla sabbia o lancia un aquilone su distese di prato verde...ma vi rendete conto? E tutto ciò ripreso come fosse un film. Questo prodotto, solitamente, finisce per essere mandato in onda nel corso del ricevimento, per chiedere un po' di considerazione al mondo e per dichiarare che Pippo e Pippa sono veramente innamorati. Io non capisco, davvero.
Parliamo ora della macchina d'epoca o dei superbolidi. Pochi di noi possono permettersi una Isotta Fraschini o una Maserati. Io ho perso un amico in Basilicata che andava a ritirare una Ferrari sulla quale far viaggiare il fratello e la promessa sposa. Lo spreco di denaro per una zucca di Cenerentola contemporanea sfiora l'assurdo. E poi, è più bello farsi trasportare dal cocchiere in un abitacolo rivestito in foglia oro o guidare la stessa macchina che ogni giorno ti conduce fedelmente al lavoro, che si sporca della tua quotidianità, che vive la tua vita reale? Con accanto la stessa persona con la quale prenderai i bimbi dai nonni o comprerai il pane quotidiano? E' molto più romantico un fiocchetto sul mio catorcio che l'odore del pellame di una limousine ripulita con prodotti chimici. E' qui il cuore del mio discorso. Sposarsi dovrebbe essere un gesto di grande normalità, l'eccezione è nell'amore, non nelle cose che lo vestono per accrescere stupidamente il nostro tasso di originalità e la nostra ambita scalata sociale.
I matrimoni vanno organizzati quanto più lontano possibile. E' la regola. Preferibilmente in un posto in cui non si è sposato ancora nessuno o si sono sposati in pochi. Il pranzo o la cena sono la solita minestra, è il caso di dirlo. Trionfo di cicorie su letto di fave con aromi di palissandro nano in salsa afromediterranea lenta. I menù sono peggio delle poesie futuriste. Anche i menù non sono sinceri, in questo giorno. Lo spreco di cibo è una costante. Un tempo i ricevimenti nuziali avevano ragion d'essere perchè la gente aveva un accesso al pasto completo molto limitato. Oggi ogni domenica si mangia a livelli matrimoniali e questi eventi sono solo palate di bolo per intestini obesi e annoiati, come canterebbe Niccolò Fabi.
L'elenco degli invitati viene ratificato dal prezzo a persona. E' un gioco misero di compromessi parentali, economici, di amicizia, di lontananza, di contropartite. Così scopri che si invitano coloro che, potenzialmente, dovrebbero gonfiare le buste più della media, gli amici degli amici affinchè si creino le giuste complicità di tavolo, quelli che ti hanno invitato prima e per i quali è d'obbligo il contro-invito, quelli geneticamente predisposti a commentare in piazza i fasti delle nozze.
L'assegnazione dei tavoli è un esercizio attivato l'anno prima. E si sbaglia sempre. Non credo che in futuro avrò tempo per organizzare i tavoli del mio matrimonio. Mi piace la libertà, sempre e comunque. I matrimoni vanno naturalmente animati, la sposa deve ballare almeno un lento con il padre, il ballo di gruppo è essenziale per gli aspiranti Watussi (Siamo i Watussi, sia-a-mo i Watussi...); il volume della musica alla fine accontenterà gli iscritti alle scuole di ballo e rovinerà il matrimonio ai parenti anziani che hanno rinunciato alla conversazione con il cugino lontano che non vedevano da secoli. Nel frattempo trascorrono i giorni tra una portata e l'altra, i matrimoni iniziano e forse non finiscono mai. Interessanti le dichiarazioni strappalacrime dell'ultima ora. Io nei matrimoni amo solamente l'anarchia dei bambini, mi sembrano gli unici in grado di restituire un po' di realtà al flusso degli eventi. Una volta mi è capitato di vedere il caposala interrompere la corsa della sposa verso un'amica che non vedeva da cinque anni, giunta da lontano per il suo matrimonio. Doveva infatti salire sulla scala di Via col Vento e salutare gli invitati al suo cenno. Cioè?!? Io rinuncio a una persona così importante perchè tu, figlio di Maria De Filippi, mi devi dire cosa devo fare nel giorno del mio matrimonio? Ou?
Spesso i matrimoni sono un grande spreco. Studi recenti hanno calcolato che la spesa media per l'evento varia dai 20 ai 50 mila euro, al Sud (dicono) si arriva anche a punte di 100 mila euro. Ora, ognuno è padrone dei suoi risparmi, ma facendo i conti della serva alcune coppie consumano circa 8 mila euro all'ora (un matrimonio di questo tipo dura in media 12 ore). Per fare cosa? Per salire su un'automobile non di loro proprietà, ascoltare "Acqua e Sale" registrata su una base musicale scaricata male da Torrent e mangiare una porzione minima di trionfo su letto con aroma in salsa di? In barba alla crisi, al senso cristiano di una unione, alla gente che quel matrimonio lo potrà solo immaginare...Non ci siamo.
Molti amici contestano le mie teorie, affermando che i matrimoni generano posti di lavoro. Io rispondo con uno dei concetti chiave della meteorologia, ovvero che le alluvioni non servono a rimpinguare le falde. Sono le piogge leggere a garantire riserve d'acqua e livelli di sicurezza nei pozzi. La nostra economia non ha bisogno di somme concentrate nelle mani di pochi grazie ad eventi sporadici, ma di imprese che riducono la stagionalità dell'occupato e garantiscono la crescita nella continuità.
Chiudo con le bomboniere. Il nome "bomboniera" è uno di quei pochi vocaboli che anticipa in me un principio di orticaria e non vi nascondo una certa paura ogni volta che apro una scatola con chiusura di confetti. Forse è il momento in cui prego di più, "Signore evitami l'ennesima bambola di porcellana o il sedicesimo fratello di Pierrot, evitami il mestolo di oro zecchino o la coppia di angeli con la bocca perennemente aperta, naturalmente dipinti a mano e certificati". Le bomboniere sono il ricordo che completa il disastro. Il disastro di una contemporaneità che produce oggetti inutili per angoli di abitazioni pullulanti di stronzate. Dio mi perdoni, ma è quello che penso. Con il budget delle bomboniere si potrebbe restituire colore alle aule scolastiche dei nostri figli, regalare nuove tecnologie di supporto alla didattica, riparare infissi, riempire di attrezzi le palestre e di strumenti i laboratori musicali. Potremmo regalare libri ai genitori che ogni anno elemosinano con dignità un prestito o vacanze studio a chi l'inglese lo sentirà parlare sempre dai figli di papà.
Ho partecipato a diversi matrimoni nella mia Europa. Ungheria, Germania, Spagna, Inghilterra...anche in Albania, dove durano in media tre giorni. In tutte queste cerimonie ho percepito sempre una grande sobrietà, e la sobrietà è madre della classe e dell'eleganza. L'Europa mi ha insegnato che un vero matrimonio non è frutto di un calcolo basato sulle possibilità economiche, ma un momento di grande e genuino raccoglimento attorno a due sorrisi.

Mia nonna, ne sono certo, non ha mai fatto la comparsa in un pre-filmino. Ha rinunciato allo zucchero per diversi mesi, nascondendolo al ratto dei fasci e cullando ogni giorno il sogno di farne ingrediente per dolci di pasta di mandorla, unico omaggio culinario di quel lontano ricevimento. Si sposò con sobrietà, aprendo le porte di casa ai passanti. Il suo viaggio di nozze a Napoli fu rinviato per sempre a causa della guerra. Era l'Aprile del 1945 e si era molto più saggi e felici.

Io so che segui divertita questo blog e che dentro di te conservi sempre la speranza che ci sia un piccolo pensiero dedicato a te. Ricopio il biglietto scritto da una mia amica lettone al suo ex-ragazzo, consegnato dopo anni di dolorosa e necessaria separazione nella notte di San Silvestro: "Io e te abbiamo già fissato la data. Ora non resta che conoscerci".

Io credo nel matrimonio. 
Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace.



And you comes to me, like a summer breeze...
How deep is your love? / I really need to learn,
'cause we're living in a world of fools / breaking us down,
when they all should let us be / We belong to you and me. 

E tu vieni da me come una brezza d’estate...
Quanto é profondo il tuo amore?/ Devo veramente impararlo
perché viviamo in un mondo di pazzi / che ci deprimono
quando loro dovrebbero lasciarci stare / noi apparteniamo a te e me.


Musica consigliata - Canto finale: "How deep is your love", Cristina Donà

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lunedì 14 ottobre 2013

La fretta non è di Dio


Musica consigliata: "Cara", Lucio Dalla

Nemi, provincia di Roma. Sono le quattro e ti sento perlustrare la stanza, alla ricerca d'acqua, mi dirai il mattino dopo. La fontanella sotto la finestra regala acqua perpetua, ma forse hai paura a mettere piede là fuori col tuo bel pigiama grigio. Questo B&B è un'abitazione del Seicento, all'ingresso tracce di una iscrizione latina su marmo bianco solcata dall'azzurro intenso di una pitturazione posticcia. Stiamo bene, qui. E' uno spazio intimo e molto romantico, quasi quanto la torre che compare e scompare sotto nugoli di vapore acqueo o quanto i gatti di questo cortile in pausa sui cofani ancora caldi delle auto appena parcheggiate. E' ottobre, un mese ancora da decifrare per quanto mi riguarda. Come l'iscrizione latina all'ingresso di questa abitazione. Ho smarrito una serie di punti fermi, in questi giorni. Ci sono delle settimane che nascono davvero male. E la cosa peggiore è che non sei stato tu a partorirle la domenica. Senza volontà e senza travaglio, ti trovi a dover gestire figliocci improvvisati carichi di sorprese. E così si frantuma un'amicizia, si congelano i varchi che la tua ipocondria aveva riaperto, l'Europa si indebolisce e con sè i miei programmi futuri comunitari. La perdita di un'amicizia è il motore principale del malessere, segue la fine dell'epidemia sul tuo posto di lavoro, chiude l'incapacità della cara Europa di aprirsi con convinzione ai disperati che bussano alle sue porte (via mare e non solo). La vita è fatta di fenomeni migratori. Anche la nostra stessa esistenza è un perenne attraversamento di sogni e di delusioni, che migrano con molta più facilità nelle persone particolarmente ospitali nei confronti dei pensieri. Perchè i sogni e le delusioni altro non sono che pensieri. Su questo comodino di fine ottocento ho una raccolta di poesie di Pessoa. La porto spesso con me quando devo acquietarmi, in ogni viaggio trovo nelle sue parole alcune semplici risposte. Scrive che gli dèi sono dèi perchè non (si) pensano. Vivere divinamente equivale quindi a vivere senza pensieri, guai a trastullarsi troppo nei giorni che ci restano. Persone sensibili e artisti in genere sono avvisati. Anche mia madre collabora in questa parentesi di riflessione, il suo invito via sms a lasciare il mondo fuori dal proprio io è un picco inaspettato di collaborazione telepatica. La settimana, comunque, sta per finire. O meglio l'ho uccisa sulle rive del lago. Lo so, neanche il tempo di evitare l'ingresso dell'AFD tedesca in parlamento, che già la signorina Marine Le Pen (nome e cognome sono una garanzia, fateci caso) è in testa ai sondaggi francesi per le prossime elezioni europee. Ma arresteremo anche te, anche voi, non si preoccupi figlia del fronte nazionale. Non mi resta che ringraziare la bella famiglia romana che ci ha ospitato oggi a pranzo, la cantina di Rieti dove ho imparato che l'argento si compra, ma l'oro si aspetta, il sacerdote che mi ha inculcato che la fretta non è di Dio. La pazienza è una virtù, anche se l'attendismo ammazza. Nemi è la città delle fragole. Un frutto molto plastico, a volte così perfetto da sembra artificiale. Mi fai ascoltare la tua playlist, "Favola" di Finardi accompagna i titoli di coda di una sette giorni vissuta da uomo del duemila, mentre ti osservo galleggiando in un lettone di lana. Penso che un giorno scriverò un'ode alla morbidezza, "...adesso spengo la luce, e così sia".

"Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento..."

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lunedì 16 settembre 2013

Mille giorni di te e di UE


Musica consigliata: "A Thousand Years", Christina Perri

Questo babyblog ha raggiunto e superato in questi giorni le mille visualizzazioni di pagina. Va bene, lo ammetto, agli inizi non conoscevo la casella di spunta per non conteggiare anche le mie. Ma, ai fini statistici, non siamo oltre il 5% delle visualizzazioni personali. Ho parlato poco d'Europa in questo anno e molto delle mie sensazioni personali su come girava il mondo (e non solo il mondo...) in quell'istante. Pare che Gesù di Nazaret abbia pronunciato la famosa sentenza "Mille e non più mille...", sentenza che porta bene visto che siamo già tredici oltre i non più mille. Ritorno alle scuole elementari, quando ci raccontavano il passaggio dall'Alto al Basso Medioevo trasferendoci l'idea che quel 31 Dicembre del 999 il mondo intero era pronto alla sua fine. Studi recenti hanno dimostrato che in molti comuni delle isole e dell'Appennino, la gente che diventava a sua insaputa di nazionalità italiana non sapeva neanche che fosse nell'anno 1861. Figuriamoci se le popolazioni del tempo si radunavano in preghiera nel 999 per salutare lacrimando tra le cere fuse di una chiesa la fine del primo e ultimo millennio d.C. del pianeta Terra. Le favole, comunque, sono belle e si ricordano anche più facilmente.
Questo blog, dicevo, tornerà a parlare d'Europa, di amicizia e di viaggi, meno delle mie vanità, dei miei sentimenti, delle donne che piangono nei miei uffici e dei fermaglietti che restano impigliati nelle retine dei sedili. E cercherò di essere meno serio del solito, in fin dei conti avete ragione...puoi ascoltare Guccini e De Andrè, viaggiare con il trip hop di Bristol insieme a Massive Attack e Portishead, chiederti se hai mai visto la pioggia arrivare improvvisamente in un giorno di sole o diventare corpo liquido attraverso i bassi del Bimbo A! Ma, ogni tanto, al ritorno dal mare, cantare a squarciagola un po' di Baglioni fa bene a tutti...e allora auguri, caro blog, mille giorni di te e di UE!

"I have died everyday waiting for you/Darling don't be afraid I have loved you/For a thousand years/I'll love you for a thousand more" (Sono morto ogni giorno aspettandoti/tesoro non aver paura ti ho amato/per mille anni/e ti amerò per mille anni ancora)

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sabato 14 settembre 2013

Tutte 'ste cartacce

Musica: "Korogocho", Luca Francioso

Non ne posso più. Non è tanto per dire: davvero non ne posso più! Non ne posso davvero più di questa marea di carta che ingolfa la mia cassetta della posta. Sprecata. Carta sprecata e anche male, per giunta, di sopra… tutta ‘sta cartaccia che nelle due ore passate da quando lascio casa per andare a sorseggiare una cosa fresca con gli amici fino a quando non torno alle 13.30 per il pranzo mi impattumano nella mia bella, squadrata e massiccia cassetta postale dove attendo mensilmente “Quattroruote” e “Al volante”.
Allora, vediamo per cosa hanno sprecato carta e inchiostro oggi: dunque… offerte Ipercoop, offerte Esselunga, offerte Auchan (Offerte? Cavolo, il nuovo S4… lo prendo, tanto l’S3 ce l’ho ormai da già tre mesi!), apre una scuola per parrucchieri, apre un’altra scuola per estetiste, apre un centro di formazione per operatori dell’ozio, qui vicino tengono un corso di perfezionamento per la stiratura di capi d’abbigliamento cinesi, nuova scuola di ballo dietro casa, ENEL luce e gas, carta verde – Ahi! Notifica giudiziaria – deve essere quel vermaccio che ci fece l’avvertenza ché non gli pagavamo i contributi, bolletta dell’acquedotto, AVIS donazione del sangue domenica prossima…(pure questi…), mobilificio “L’antica credenza”, una “Torre di Guardia” umidiccia e appiccicosa…insomma una caterva di cartacce.

Però, devo dire che risparmio un sacco di spiccioli grazie a questa ingente quantità di carta inchiostrata! Da un po’ di tempo infatti non acquisto più la diavolina per appiccare il fuoco che la sera cuoce lentamente le squisite grigliate che faccio con gli amici. Salsiccia, bistecche, “bombette”… ah! Che gusti sublimi. Quando finisco di arrostire la mia ricca porzione di carne mi accomodo, sparo via il cellulare sotto l’altarino che mia madre ha approntato vicino la porta della lavanderia (dove dunque passo il meno possibile) e inizio a sganasciarmi voracemente tutto quanto. Come dico sempre a mia madre quando la mando a fare la spesa… i soldi spesi per mangiare sono i soldi meglio spesi! Sfido chiunque a contraddirmi.
Che poi…bisogna trovarsi un interesse che permetta di ben comparire. Io ad esempio ho trovato un bar serio, fashion, che frequentiamo in pochi, tutti selezionati. Da ragazzo ho studiato un po’ poi mi sono seccato e con papà siamo andati a Napoli per diplomarmi perito agrario; poi ho seguito mio padre in ditta; sinceramente però non piace la puzza dei concimi e mo’ mi occupo di smistare la posta in arrivo a casa, dopo che mio padre una sera mi urlò “E almeno, figlio mio, una cosa in casa falla…”. Ma che me ne importa! Questi non capiscono che devono lasciarmi fare quello che voglio. Anche perché hanno il dovere di darmi quanto voglio…altrimenti…ci avessero pensato prima. Sto bene a casa. Mi godo la vita. E incendio cartacce. Con i volantini dell’Ipercoop e dell’Auchan metto fuoco per la salsiccia; con i pieghevoli della scuola per estetiste metto fuoco per i peperoni arrostiti; con la cartolina AVIS faccio fuoco per la bistecca al sangue… eh, spiritoso io, capita la battuta?! Insomma più carta c’è, meglio va il fuoco. Il resto non mi interessa, non mi riguarda. I tg? Li guardo verso la fine, allo sport e al gossip. Ho bisogno di rilassarmi dopo una giornata e prima di uscire verso le 23! Posso mica tritarmi il cervello con spread, guerre prossime, Giorgio Napolitano e Barack Obama? Per non parlare poi della cronaca sullo stato di salute di Nelson Mandela o sulle telefonate di papa Francesco! L’altro ieri per esempio, mentre ingozzavo di nafta la mia superlativa Audi A8, due loschi tizi si sono avvicinati chiedendomi un’offerta per la festa di San Giuseppe. Uno mi ricordava mio zio Ruggero che ha tirato le cuoia senza lasciarmi nemmeno un paio di ettari di terreno; l’altro mi ricordava zio Gustavo, marito di zia Lella, che invece mi ha fatto trovare due assicurazioni sulla vita. Proprio per questo idilliaco ricordo d’amore familiare non gli ho assestato due calci nel didietro ma li ho congedati bonariamente con un discreto: “Scia’ rumpiti li šcatuli a ‘nn’atra vanna”. Ecco vedi, questo è il guaio: la gente chiede, chiede e non vuol provvedersi da sé. Ti invade per avere da te, ti riempie di complimenti, elogi, fino ad arrivare a spedirti carte a casa per proseguire a chiederti di raggiungerla e spendere. E cavolo.
Vogliono tutto da noi. Ma ormai io ho inteso l’antifona e quindi possono zampettare al largo. Qua…ci abbiamo messo tanto per arrivare dove stiamo! I soldi per mantenere la mia A8 a mio padre non li regala nessuno! Che poi siamo pure generosi. Ad esempio il mese scorso per festeggiare i miei 35 anni ho affittato tutto il “Discovery Pub” e ho offerto cibo e alcool a una settantina di amici, tutti della mia cricca massiccia; ma eravamo solo noi, bella gente, amici e ragazze per tutti; e senza dover aspettare il turno di niente perché quando esci cartamoneta verde e violetta non puoi aspettare. Quella sera ho inquadrato una tipa proprio criminale, bella, fuori di testa. Non la conoscevo, onesto, chi fosse non sapevo. Eppure il locale era tutto per me, per noi, per la mia festa insomma. Imbucata? Eh no, alla mia festa solo gente di una certa classe. Però dai, questa era carina: potevo tenerla. Penso velocemente come agganciarla. Mi avvicino, vado, mi lancio. Ci siamo scambiati due parole, lei era lì per lavorare. Bah, va bene lo stesso. Le dico che papà ha la ditta e io ho l’A8. Lei segna il mio numero. Dice che mi chiamerà entro un paio di giorni.

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Cavolo due giorni sono passati e lei, Azzurra, ancora non mi ha chiamato. Com’è? Forse non ha segnato bene il mio numero? O forse non ha capito che ho l’A8? Attendo da stamattina; pensa che non sono andato nemmeno a sgargarozzare nulla di fresco al bar, non ho nemmeno fatto in tempo a svuotare la cassetta della posta per fare spazio a “Quattroruote” e “Al volante” che dovrebbero arrivare in questi giorni. Non mi chiama. Sono le 20.00 e non mi ha chiamato ancora. Che faccio? Torno al locale?

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Musica: "What Can I do", The Coors

Mi ha chiamato Azzurra. Mi ha chiamato poco fa. La sua voce è bellissima. Credevo che volesse uscire stasera invece mi ha detto di raggiungerla domenica all’Ufficio Sanitario. Dice che c’è la donazione del sangue. Io per non scomparire ho detto che una volta mi era arrivata a casa una cartolina sulla quale c’era la scritta AVIS, dona il sangue e cose del genere. Però ora non la trovo più… lei mi ha detto: “Ah, ti mandano pure l’avviso? E come mai non sei mai venuto?” ma io che ne so, non ho saputo dirle niente. Domenica andrò da lei, ma ovviamente la prendo e la porto via da lì per un giro con l’A8. Non è che rimaniamo all’ufficio sanitario a fare la beneficienza, la solidarietà, e tutta quella roba sfigata. Basta, io sto bene. Se poi ci sono problemi si pensa.

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Sono appena tornato a casa. Ho passato la mattinata con Azzurra in AVIS. Lei mi ha accolto con un sorriso splendido. Mi ha portato davanti un signore liscio e gentile che ha chiesto i miei dati. Poi Azzurra mi ha indicato un’infermiera che mi ha portato in una sala piena di bella gente, pulita, precisa. Mi sono sentito un po’ in imbarazzo. Ho pensato alla mia A8 per pomparmi ma non era sufficiente. Mi sono accomodato sul lettino e per la prima volta ho donato il sangue. Un po’ di paura, l’ago e tutta la cosa là… ma con me è rimasta Azzurra. Poi abbiamo fatto colazione insieme e verso mezzogiorno l’ho accompagnata a casa. Lei ha detto che sono simpatico e che crede sia un bravo ragazzo. Io lo credo un po’ meno. Ma oggi forse ho capito che posso guardare diversamente la mia vita. Ho amici e una bella famiglia; ma non è più vero che mi interessa solo di me, devo per forza vedere attorno cosa succede. Certo, non posso fare granché ma il mio piccolo impegno, il mio contributo non deve mancare. Come oggi che ho donato il sangue. Mi impegnerò, qualcosa la farò per gli altri. Magari tenendo la mano della mia Azzurra.

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Monologo a cura dell'associazione culturale “Il Pozzo e l’Arancio”, interpretato da Luca Carbone nel corso della VI Edizione del Concerto AVIS “Con la musica nel sangue!” - Cineteatro Salerno, giovedì 12 Settembre 2013.